Il 21 febbraio, in occasione della cerimonia di chiusura della 76a edizione della Berlinale, si è finalmente parlato di politica. Sono stati premiati film impegnati, ma soprattutto diversi registi hanno preso la parola in sostegno della Palestina, andando controcorrente rispetto alla giuria. Quest’ultima, presieduta da Wim Wenders, durante la conferenza stampa di apertura del 12 febbraio aveva preferito non esprimersi sull’argomento, visibilmente a disagio per il sostegno della Germania a Israele. La polemica, nata dalla frase di Wenders (“Dobbiamo rimanere fuori dalla politica”), ha condizionato un’edizione piuttosto opaca sul piano estetico, a eccezione di alcuni grandi film come Dao, di Alain Gomis, che però non ha ricevuto alcun premio.
Occhi sulla Turchia
L’Orso d’oro è andato a Yellow letters, del tedesco İlker Çatak (La sala professori, 2023), un film di denuncia sulla Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, implacabile con i dissidenti e gli artisti. Il film racconta la storia di un regista turco e della moglie attrice, improvvisamente licenziati dal teatro in cui lavoravano ad Ankara. La coppia deve fare i conti con una dura realtà, in una sceneggiatura che non va troppo per il sottile.
Il Gran premio della giuria è andato a Kurtuluş (Liberazione), del turco Emin Alper (Burning days, 2023), un film a metà fra un thriller e un racconto da Mille e una notte. In un villaggio minacciato da un’invasione, lo spirito di vendetta prende il sopravvento, raccontando un mondo che non sa vivere in pace. Con la statuetta in mano il regista ha dichiarato: “Palestinesi a Gaza, che vivete e morite nelle peggiori condizioni, non siete soli. Popolo dell’Iran, che soffri sotto la tirannia, non sei solo. Curdi nel Rojava, che lottate per i vostri diritti, non siete soli. E infine anche tu, mio popolo, non sei solo”.
L’attrice tedesca Sandra Hüller ha ricevuto il suo secondo Orso d’argento per l’interpretazione femminile nel film Rose, dell’austriaco Markus Schleinzer, in cui interpreta una donna che usurpa l’identità di un soldato morto in battaglia durante la guerra dei trent’anni. Hüller era già stata premiata alla Berlinale nel 2006 per la sua performance in Requiem, di Hans-Christian Schmid.
Al magnifico duo britannico formato da Anna Calder-Marshall (79 anni) e Tom Courtenay (88 anni) sono stati assegnati i premi come attori non protagonisti per Queen at sea, dello statunitense Lance Hammer (con Juliette Binoche nel ruolo della protagonista), film che ha ricevuto anche il Premio della giuria. Calder-Marshall e Courtenay interpretano una coppia inseparabile, un uomo devoto alla moglie affetta da demenza senile. Continuano a fare l’amore, ma si pone il problema del consenso di Leslie, che non ha più la consapevolezza dei suoi gesti. L’allontanamento del marito, disposto da servizi sociali e polizia, provoca una crisi violenta. Un film crudo ma che sa anche essere divertente.
L’Orso d’argento per il contributo artistico è andato allo statunitense Yo (Love is a rebellious bird), innovativo lavoro di Anna Fitch e Banker White, un documentario presentato proprio in chiusura del festival. L’azione si svolge per lo più nel plastico in scala ridotta di una casa, che ricostruisce il piccolo cottage dove viveva Yo, vecchia amica di Anna Fitch e donna eccentrica, oggi scomparsa.
Ci sono stati momenti che hanno messo tutti d’accordo, ma la cerimonia di chiusura si è svolta in un clima piuttosto teso. La direttrice del festival, Tricia Tuttle, con un sorriso nervoso, ha cercato di essere rassicurante sulla “tempesta” mediatica che si è scatenata in questi dieci giorni. “La libertà di espressione alla Berlinale non è una voce isolata, ma un insieme di voci. La critica fa parte della democrazia”, ha assicurato.
La tensione è salita ulteriormente quando Abdallah Al Khatib, regista palestinese nato in Siria, ha preso la parola con la kefiah sulle spalle, dopo aver ottenuto il premio per la migliore opera prima con il film Chronicles from the siege (presentato nella sezione Perspectives). “La Palestina sarà libera e presto avremo un festival a Gaza”, ha affermato, aggiungendo che la Germania è “complice del genocidio commesso a Gaza da Israele”. Al suo appello per liberare la Palestina, uno spettatore ha risposto: “Liberate la Palestina da Hamas”.
“Nessun bambino dovrebbe aver bisogno di superpoteri per sopravvivere a un genocidio”, ha sottolineato a sua volta la regista libanese Marie-Rose Osta, in riferimento al giovane protagonista del suo film Someday a child – Orso d’oro per il miglior cortometraggio – dotato di poteri straordinari.
Il bluesman e la vampira
Il silenzio della Berlinale riguardo alla politica di Israele ha portato a defezioni importanti. Oltre alla scrittrice e attivista indiana Arundhati Roy, che ha annullato la sua partecipazione, la regista tunisina Kawthar ibn Haniyya, autrice di La voce di Hind Rajab, candidato all’Oscar come miglior film internazionale, ha rifiutato il premio che le era stato attribuito durante il gala Cinema for peace, organizzato a margine del festival.
Dominata da film pensati per il grande pubblico, questa 76a edizione del festival ha lasciato poco spazio alle proposte più originali. Nel delicato bianco e nero di The day she returns, presentato nella sezione Panorama, il sudcoreano Hong Sang-soo cattura la parola di un’attrice nelle sue minime variazioni, nel corso delle interviste che rilascia in un caffè. Senza dubbio un bel lavoro sul linguaggio e sulla malinconia dell’interprete.
Un altro inquietante ritratto dai toni kaurismakiani, è quello del chitarrista austriaco e leggenda del blues Al Cook, quasi ottantenne, in The loneliest man in town, di Tizza Covi, italiana, e Rainer Frimmel, austriaco (già autori di Vera, 2022). Il film, un ibrido tra documentario e fiction, è stato presentato in concorso, ma è rimasto senza premi. Un uomo si trova costretto ad abbandonare il suo appartamento pieno di ricordi e di dischi, perché il palazzo in cui vive sta per essere demolito da imprenditori immobiliari senza scrupoli.
Agli antipodi per la sua esuberanza kitsch troviamo The blood countess della regista e sceneggiatrice tedesca Ulrike Ottinger. Presentato fuori concorso, il film mette in primo piano Isabelle Huppert che sembra divertirsi moltissimo nei panni di una vampira seduttrice di donne. Con il suo rossetto color sangue, la contessa Báthory parte alla ricerca di un libro malefico che potrebbe trasformarla in una semplice mortale.
E forse il filo conduttore di questa 76a Berlinale è stato proprio l’idea di rimanere in vita, per resistere alle tragedie del nostro tempo. ◆ adr
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Questo articolo è uscito sul numero 1654 di Internazionale, a pagina 72. Compra questo numero | Abbonati