Blak Saagan torna dopo cinque anni da Se ci fosse la luce sarebbe bellissimo _e crea una saldatura con i riferimenti alla crisi del novecento allora esemplificati dalla prigionia di Aldo Moro. La sua nuova opera s’intitola _Un sequestro lungo 10.000 anni, dove il sequestro prende il posto dello scandalo di Elsa Morante nel sottotitolo della Storia, uscito nel 1974. È il secondo episodio della serie di album/libri illustrati Opale della Maple Death in collaborazione con Canicola edizioni. Stavolta l’illustratore è l’iraniano Majid Bita (vale la pena di ricordare che il primo era Flowers are blooming in Antarctica _di Laura Agnusdei con Daniele Castellano). Il tentativo di questo triplo album di più di cento minuti, in uscita l’8 maggio, è creare la colonna sonora di una città immaginaria che guarda verso oriente ben sapendo che anche lì le risorse sono finite e che il “trauma dell’archivio”, definiamolo così, riguarda anche culture infantilizzate nel nostro sguardo occidentale sovraccarico di scandali. È un trauma dell’archivio contiguo a quello del documentarista britannico Adam Curtis, ma con un approccio meno paranoico, e aperto anche a ipotesi di seduzione non allarmata, ma pur sempre _doom, come in Il giorno di Zaha’kol (Sogno II), feat. Julinko. Con accenni di visionarietà che ricordano chi era dotato di fiducia e grosse produzioni negli anni ottanta – sia _Koyaanisqatsi _di Godfrey Reggio/Philip Glass sia Blade Runner di Ridley Scott/Vangelis sono del 1982 – Blak Saagan torna sfidando le regole del consumo ansiogeno, e ci porta quello che si candida già a essere uno degli album più importanti dell’anno. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1662 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati




