Dopo quasi trent’anni senza aver potuto votare a causa della dittatura militare, nel 1989 i brasiliani elessero di nuovo un presidente della repubblica. Da allora cinque candidati sono stati scelti con il voto popolare e tre di loro – Fernando Henrique Cardoso, Luiz Inácio Lula da Silva e Dilma Rousseff – sono stati anche rieletti. Ci sono state campagne elettorali tese, ma nessuna è paragonabile a quella di quest’anno. Il 2 ottobre al primo turno si sfideranno il presidente Jair Bolsonaro (di estrema destra ) e l’ex presidente Lula, ­leader del Partito dei lavoratori (Pt). Ci sono altri candidati, ma secondo i sondaggi Lula e Bolsonaro insieme otterranno quasi l’80 per cento dei voti. Ufficialmente la campagna elettorale è cominciata il 16 agosto nelle piazze e dieci giorni dopo alla radio e in tv. Ma come spesso succede in Brasile, la versione ufficiale non coincide con la realtà. Bolsonaro ha lanciato la sua candidatura per un secondo mandato il 1 gennaio 2019, appena insediato nel palazzo presidenziale. E dal novembre dello stesso anno, quando la corte suprema brasiliana ha annullato le condanne di Lula per corruzione e il leader del Pt è uscito di prigione riacquistando i suoi diritti politici, è stato chiaro che Bolsonaro avrebbe fatto di tutto per essere rieletto.

Dichiarazioni misogine

Al centro della campagna non ci sono le proposte dei candidati, ma la tensione provocata da Bolsonaro e dai suoi sostenitori. Di fronte alla crisi che sta soffocando un Brasile sempre più isolato a livello internazionale, Lula punta sul confronto tra la situazione attuale e quella di quando era presidente, gli anni dal 2003 al 2010. Ripete di aver tolto il paese dalla mappa della fame del mondo mentre oggi almeno trentatré milioni di brasiliani soffrono di “insufficienza alimentare”. I confronti si ripetono in tutti i campi, dalla cultura all’ambiente, dall’economia alla ricerca scientifica, dall’industria alla sanità e all’istruzione. Non mancano le critiche a Bolsonaro per come ha gestito la pandemia di covid-19 (sono morti quasi 700mila brasiliani), rifiutando le misure di protezione e i vaccini.

Da parte sua, Bolsonaro sottolinea quelli che considera i successi del suo governo e denuncia i casi di corruzione che hanno segnato gli esecutivi di Lula e di Dilma Rousseff, del Pt. Afferma che “il ladro” porterà il Brasile verso il “comunismo”, com’è successo nei paesi vicini. Cita l’Argentina, il Cile, la Bolivia e ora la Colombia, oltre naturalmente al Venezuela, a Cuba e al Nicaragua. Difende i valori della famiglia e si oppone all’aborto e alla legalizzazione delle droghe. Cerca di rafforzare il sostegno che già gli dimostrano gli evangelici, ripetendo che “lo stato è laico, ma il presidente è cristiano”. E poi mente. Bolsonaro mente spudoratamente, e quando qualcuno lo critica per le sue bugie se la prende con i mezzi d’informazione “controllati dalla sinistra”. Non si fa scrupoli nell’attaccare il sistema elettorale e dice che potrà essere sconfitto solo con i brogli. Se perderà, i suoi sostenitori faranno come quelli di Donald Trump il 6 gennaio 2021, quando hanno attaccato il congresso.

L’aggressività di Bolsonaro fa presa sugli elettori più estremisti, ma preoccupa i responsabili della sua campagna elettorale. A causa delle dichiarazioni pesantemente misogine, secondo i sondaggi solo il 26 per cento delle donne lo voterà.

Inoltre, le recenti accuse secondo cui Bolsonaro, i suoi figli, i suoi fratelli, le sue ex mogli, i suoi ex cognati e perfino la sua defunta madre avrebbero comprato a partire dal 1993 almeno cinquanta proprietà pagate in contanti indeboliscono le accuse di corruzione rivolte a Lula. Poi ci sono le dichiarazioni aggressive dei suoi sostenitori sui social network. Finora ci sono state decine di aggressioni a candidati di sinistra e due militanti del Pt sono stati uccisi. L’ultimo episodio è avvenuto il 9 settembre nello stato di Mato Grosso.

La paura è che in queste settimane prima del voto la tensione aumenti e ­siano uccise altre persone. ◆ fr

Eric Nepomuceno è un giornalista brasiliano nato nel 1948 a Rio de Janeiro.

Questo articolo è uscito sul numero 1478 di Internazionale, a pagina 35. Compra questo numero | Abbonati