
Ora che è nelle sale Here di Robert Zemeckis, è bene rileggere il graphic novel da cui è tratto e che avevamo recensito quando uscì, nel 2015. Un’opera alta e grande, pur partendo da un minimalismo radicale e concettuale. Storia di un luogo, di una casa e dei suoi abitanti, attraverso varie epoche, recenti ma con squarci in quelle antiche o anche arcaiche. A essere rappresentata è l’iperpermanenza che si fa impermanenza nel suo senso quasi zen, con la dimensione metafisica direttamente correlata a quella più fisica e prosaica: “Qui è ieri, è ora, è sempre”, recita la nota editoriale. Multiquadro strutturale, sia micro sia macro, simultaneità delle temporalità, fugacità permanente dell’illusoria concretezza degli atti quotidiani compiuti nel tempo, spesso ripetuti: in pratica la rappresentazione dei luoghi tramite iperquadri origina un gigantesco non luogo. Tutti sono protagonisti e nessuno lo è. Ma nel film si riduce tutto a un giocattolo: non basta copiare e trasferire procedimenti tecnici da un linguaggio a un altro senza avere idee personali. Non si genera sperimentazione con la sola camera fissa. Né tantomeno raccontando l’ennesima storiella familiare edificante trita e ritrita, un moralismo rassicurante dal quale Robert Zemeckis non sembra uscire dai tempi del pur inventivo Forrest Gump. Tanta pseudo-sperimentazione per la solita storia con dei personaggi: un film che pare un brutto fumetto. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1598 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati