Il nuovo libro del francese Jérémie Moreau è molto ben stampato, si presenta bene, la traduzione è buona (anche se un po’ diseguale), dispiace però che l’edizione italiana non sia nel formato originale gigante. Perché disegni e colori sono arabeschi sinuosi e voluttuosi che prendono il loro senso pieno con quel formato, acquisiscono cioè una forza in qualche modo abbacinante, poiché confondono, accecano. Proprio come il sole e la sabbia si confondono nel deserto, peraltro uno dei luoghi prediletti dell’ambientazione di questi meravigliosi racconti. Non solo: la sinuosità di queste forme che (s)confinano spesso nell’astratto sono dei motivi grafici ricorrenti che sottolineano l’interconnessione di tutte le forme viventi ma da un’angolazione originale, quella di parabole antiche in chiave ecologica sottilmente esistenziali pur veicolando un forte senso poetico. Poesia che è prima di tutto visiva, grafica, coloristica (Moreau è forse più maestro del colore che del segno grafico) e della tavola, mentre il testo è un accompagnatore. Gli animali protagonisti veicolano qui incanto anche perché si vengono tutti incontro e sembra quasi di stare in fiabe di La Fontaine ma alla rovescia, interiorizzando in chiave umanistica il relativismo. Animali che si interrogano, contestando con le loro azioni concrete la fine della storia. Insomma, siamo sempre (o di nuovo) in movimento, quindi con un futuro. Un’opera rara.
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Questo articolo è uscito sul numero 1651 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati