Tunué, 128 pagine, 24,90 euro Dopo il notevole Nottetempo, Luca Russo ci offre un libro raro, potente, necessario, un capolavoro di poesia dolce e profonda intriso della malinconia della morte ma che, viceversa, rigurgita del sentimento della vita. Potremmo anzi dire che il suo oscillare tra la luce estiva e le luci del crepuscolo è la quintessenza del sentimento della vita. Storia di vita apparente che si muta nel suo opposto, una rinascita, esprime la consapevolezza di questa dialettica necessaria. Rinascita che avviene grazie alla testardaggine della sua protagonista nel trasgredire le regole non scritte del mondo metafisico che le parla mediante una voce interiore, quella di Napoli. Russo, maestro nella pittura a olio in digitale, nel trasfigurare i luoghi napoletani, e fondendoli in un tutt’uno con quelli situati in prossimità, non ricerca però “un effetto di sospensione metafisica, alla de Chirico”, come scrive nella postfazione la storica dell’arte Alessandra Rullo. Piuttosto dà “voce a uno spazio emozionale all’interno di architetture reali”, dove i luoghi sono i veri personaggi. Una geografia interiore in cui gli esseri umani sono fuori campo poiché la giovane scrittrice straniera in trasferta a Napoli (oppure è solo la rivisitazione interiore di un suo viaggio passato? Oppure siamo oltre la morte?) è la fine metafora dell’umanità intera, dell’intimo che giunge all’universale raccontando di una morte che si fa vita a tutti i costi recuperando il senso della memoria.
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Questo articolo è uscito sul numero 1652 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati