Sono passati già quattro anni dall’invasione e probabilmente ci sarà un quinto anno di guerra. In Ucraina la Russia sta conquistando un villaggio dopo l’altro, ma non le città. Servirà ancora del tempo per raggiungere l’obiettivo indicato dal ministro degli esteri Sergej Lavrov: il “ritorno” del Donbass e della cosiddetta Novorossja sotto la sovranità russa. Prima di allora, Mosca non accetterà nessuna pace.
Invadendo l’Ucraina Vladimir Putin ha sempre avuto in mente molto più di un semplice ampliamento territoriale. Il suo obiettivo è evitare di avere come vicino un paese diverso dalla Russia: un’Ucraina libera e democratica dove, in tempo di pace, maggioranza e opposizione si alternano, con una società civile forte che può sperare in un maggior benessere con l’integrazione nell’Unione europea. Per questo Kiev ha sempre spaventato Mosca. Un modello diverso dallo stato autoritario russo sarebbe duro da sopportare per il Cremlino. Teme che i russi pensino che gli ucraini stanno meglio di loro.
Se la guerra finisse tra poco, l’Ucraina potrebbe ancora diventare questo contro-modello, soprattutto se l’occidente accelerasse la ricostruzione e l’Unione fornisse i fondi necessari. La Russia quindi non si accontenta della conquista territoriale: vuole avere a Kiev un regime fedele a Mosca. Ma dopo quattro anni è un obiettivo lontano e ora è stato sostituito dalla guerra stessa. Finché continuerà, il governo potrà giustificare tutte le difficoltà che affliggono il popolo russo. Dopo anni di crescita alimentata dall’economia bellica, la Russia affronta una grave crisi e lo scontento della popolazione per il rialzo dei prezzi. Non solo i voli, ma anche il pane e i cetrioli, il latte e le patate sono diventati cari. Scricchiola il contratto sociale che da decenni mantiene la Russia in equilibrio: la gente sta lontana dalla politica e in cambio lo stato garantisce il frigorifero pieno. Ora però lo stato fatica a rispettare l’accordo.
E c’è di più: la diffidenza dei vertici istituzionali verso la popolazione non è mai stata così forte. Viaggiare all’estero è sempre più difficile e i servizi di messaggistica come WhatsApp e Telegram sono limitati. I fronti interni non mancano, ma la resistenza è difficilmente misurabile: ogni opposizione è stata spazzata via. Così le elezioni del prossimo autunno saranno una passeggiata per il Cremlino. Un bene per il governo, ma un male per il paese e il suo popolo. Dopo quattro anni, guerra e repressione sono più collegate che mai. ◆ nv
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Questo articolo è uscito sul numero 1654 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati