Strana sensazione vedere Beppe Grillo cercare il pubblico e non trovarlo. I minuti passati nello studio di Fabio Fazio sono strazianti. L’intervista concordata da tempo, nelle domande e negli argomenti da trattare, è presto investita dall’emotività compressa di un animale da palcoscenico orfano del suo teatro. Scomodiamo il linguaggio del corpo. Grillo decide di non sedersi, contravvenendo al format. Con lo sguardo ferino punta corridoi e uscite di sicurezza. Il fiato corto tradisce la difficoltà di oltraggiare la cerimonia. Si allontana da Fazio per avvicinarsi alla platea, poi torna indietro come per prendere nuovamente la rincorsa. Il padrone di casa lo assiste senza trasporto, in attesa che il circo finisca. Grillo tenta nuovamente di affrontare il pubblico. Qualche battuta di repertorio, qualche frecciatina spuntata. Da casa intuiamo che i volti della platea, spesso così generosa, sono glaciali. E qui accade qualcosa: ditemi voi, che devo fare? chiede Grillo. La disperazione subentra alla provocazione. Non è una domanda schietta, è un punto di non ritorno. Il pubblico replica in coro: il comico, il comico! Non è una risposta, è una sentenza. Hai sbagliato tutto, lo dice lui stesso, interpretando l’umore di una platea che, per uno straniante capovolgimento temporale, sembra venire dal passato. Il corpo del comico senza sorriso di fronte a un pubblico che non c’è più, un leone perso tra le villette di Ladispoli. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1538 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati