Dopo l’estate ricomincerà il tormentone del Nobel per la letteratura, assegnato da una giuria di banali professori che negli anni si sono rifiutati di premiare Tolstoj o Proust, Joyce o Woolf, Machado o Borges, Morante o Kiš, Achebe o… Ljudmila Ulitskaja, che potrebbe però ancora averlo e che lo meriterebbe. È, se così si può dire, la “mia” candidata da anni.

Ulitskaja è pubblicata in Italia da La nave di Teseo, che sta riprendendo anche vecchi titoli editi da Frassinelli, convinta del valore della scrittrice che – e questo aiuta a capire anche il peso del suo ultimo lavoro, concepito nel 1988 e riveduto nel 2022 – è anche una scienziata esperta in biologia e genetica. È nata in un paese degli Urali nel 1943 e ha scritto per il teatro ebraico di Mosca e per il cinema. In prima istanza Era solo la peste era una sceneggiatura su cui Ulitskaja ha rimesso le mani, senza fatica, in rapporto alla pandemia che travolge il mondo da troppi mesi.

Un romanzo attuale, che dà ragione a quei rari intellettuali capaci di capire che il potere sarebbe riuscito a servirsi anche del covid-19 per rafforzarsi e per meglio condizionarci

I romanzi e racconti di Ulitskaja ci sono sempre piaciuti perché ci è subito sembrato che si collocassero nel corso di una lunga e gloriosa tradizione che ha avuto in Anton Čechov il suo grande maestro, e che nella letteratura russa non è mai scomparsa del tutto. Penso ai lavori di Jurij Trifonov, un autore che fu molto caro e fu d’ispirazione ai nostri migliori sceneggiatori e registi della “commedia italiana” adulta, con venature appunto cechoviane: Age e Scarpelli ma anche Scola e Monicelli, che credo avrebbero molto apprezzato i romanzi di Ulitskaja, compresa questa sceneggiatura diventata romanzo. Era solo la peste è un romanzo corale, dal taglio di “documentario ricostruito”. Corale come quelle commedie, pieno di personaggi comuni e disparati, rappresentativi di ceti e ideali differenti, dentro una realtà comune a tutti, travolta da eventi più o meno eccezionali, dal confronto con la grande storia.

In breve, Ulitskaja si è inventata un’epidemia di peste negli anni di Stalin. E di Berija, il ras della polizia sovietica, il cui potere fu quasi pari a quello del dittatore, e che è infine il vero protagonista del libro, anche se mai nominato. Perché è lui, contraddizione massima, a sconfiggere, diciamo così, la peste.

Non sono rari i romanzi e i film che hanno raccontato grandi epidemie o grandi disgrazie collettive. Ma nessuno è stato più bravo in letteratura, e proprio di peste si trattava, del Defoe della Peste di Londra e del Manzoni di quella di Milano (stesso secolo) narrata nei Promessi sposi. E quanto al cinema, avvicinandoci a noi, un titolo a cui la lettura di Ulitskaja può far pensare è Bandiera gialla di Elia Kazan, che raccontava come fosse possibile sconfiggere sul nascere la peste a New Orleans nel 1950.

Insomma: come un’epidemia nasce e si diffonde e come la si affronta è quanto anche Ulitskaja ha cercato di raccontare, conoscendo bene, da scienziata, come un’epidemia nasce e si diffonde ma anche immaginando altrettanto bene come si combatte. O si poteva combattere, ai tempi di Stalin, cautissimamente collegando le due “epidemie” mortali, peste e dittatura.

È su un treno a lunga percorrenza che un portatore di peste diffonde l’epidemia, e si tratta allora di ritrovare tutte le persone che ha potuto contagiare. Nell’invenzione di Ulitskaja – ma chissà che non ci siano stati episodi reali a cui la scrittrice si è ispirata – solo una società molto organizzata come quella stalinista può affrontare, vincendo, la malattia. Un’epidemia, la peste, più facile da sconfiggere di quella politica, dice infine l’autrice, riconoscendo all’organizzazione dittatoriale tutti i suoi meriti ma non tacendone l’aberrazione.

La sceneggiatura romanzata è accompagnata da un’intervista recente di Christina Links alla scrittrice, che serve ad allargare il discorso sullo sfondo della biologia e della storia, per arrivare all’ambiguità del potere, e soprattutto, a noi lettori ancora prigionieri di una pandemia, per arrivare ai modi in cui un potere – quello stalinista ieri come quello capitalista oggi – riesce a servirsi di una paura collettiva, di un pericolo reale, per rafforzarsi e aumentare il controllo. Era solo la peste è quindi attuale, e dà ragione a quei nostri e rari intellettuali che, da subito, hanno saputo capire come il potere sarebbe riuscito a servirsi anche del covid-19 per rafforzarsi e per meglio condizionarci. Non c’è una gran distanza, sembra dirci Ulitskaja, non solo tra Berija e Putin, ma anche tra Berija e i poteri reali di oggi: politici, finanziari, sanitari. ◆

Il libro
Era solo la peste Di Ljudmila Ulitskaja. Traduzione di Margherita De Michiel. La nave di Teseo, 176 pagine, 16 euro

Questo articolo è uscito sul numero 1474 di Internazionale, a pagina 91. Compra questo numero | Abbonati