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a Toyota 4x4 sobbalza sullo sterrato, nel mezzo di una pianura brulla e senza strade. Alle nostre spalle brilla una nube di polvere bianca. Davanti a noi una formazione di rocce chiare svetta verso il cielo. La nostra jeep ci si dirige contro senza rallentare. La guida si sta cimentando in una prova di coraggio con una montagna? “Anton”, dico mentre il muro bianco incombe minaccioso.

“Anton”, dico di nuovo appoggiando una mano sul cruscotto.

“Anton”.

Lui si volta verso di me senza dire niente.

A quel punto gli chiedo: “Stiamo andando lassù?”.

Mi lancia uno sguardo rilassato e divertito e risponde: “Da”.

Il mio sedile s’inclina bruscamente all’indietro e dal walkie-talkie sentiamo le urla provenienti dalla jeep dietro di noi. Sembra di essere finiti dentro una pubblicità di auto, con la giusta scenografia sullo sfondo. Quando scendiamo, nel valico tra due picchi di calcare, abbiamo davanti un panorama lunare che non ha nulla da invidiare a quello della Monument valley, in Arizona.

Un tempo la valle che stavamo osservando era sommersa dall’oceano preistorico Tetide. Poi la Terra è slittata, la Pangea si è rotta, le acque si sono ritirate e gli elementi hanno lavorato millenni per modellare fossili e rocce in imponenti formazioni geologiche. In ogni direzione, alti pinnacoli di roccia, grandi altipiani scoscesi e cupole merlate si ergono da una pianura sbiancata. Ma la cosa più sorprendente è forse il fatto che non abbiamo incontrato nemmeno una persona.

Benvenuti nella regione di Mañğystau, nel Kazakistan occidentale, dove viaggiatori intrepidi possono per qualche giorno allontanarsi dalle piste più battute. Questa terra è rimasta arida e vuota così a lungo che milioni di anni di storia sono ancora visibili. I turisti non devono sforzarsi troppo per imbattersi in fossili di molluschi, denti di squalo e anemoni di mare sparpagliati sul terreno, cimeli di quando l’altopiano di Ustyurt si trovava nelle profondità marine.

Sulla via della seta

Tracce di una storia più recente includono le rovine di un caravanserraglio che offriva riparo ai mercanti in questa deviazione dalla via della seta. Sebbene quella rotta sia scomparsa dopo l’arrivo di Gengis Khan con la sua orda, molti dei templi sufi, delle necropoli e delle moschee (in alcuni casi scavate nella roccia più di mille anni fa) mostrano ancora i segni del loro uso.

Le caratteristiche geologiche della regione raccontano una storia a sé. Oltre alle guglie di Bozzhira, dove la nostra jeep ha dato prova delle sue capacità in verticale, ci si può avventurare verso capo Zhigylgan, un’enorme depressione larga chilometri e disseminata di rocce grandi come edifici. Il paesaggio non potrebbe essere più diverso dagli strati lisci e apparentemente soffici di una formazione rocciosa chiamata “Tiramisù” che il nostro gruppo esplora qualche giorno dopo. Anton ci racconta che un turista intraprendente ha usato il gps mandando all’aria il tentativo degli abitanti di nascondere le coordinate di questo luogo particolarmente fotogenico. Sulle coste del mare salato di Tuzbair, i fotografi più esperti del gruppo hanno immortalato le bianche scogliere ondulate e i toni pastello dell’acqua.

Un’altra occasione di fare foto artistiche più o meno ricercate la offre la valle di Torysh, detta anche valle delle sfere, dove il paesaggio è punteggiato da centinaia di rocce sferiche di grandezza variabile, dal sassolino al macigno. Gli scienziati non sono ancora concordi su come si siano formate, però a me piace accettare la teoria locale secondo cui la valle sarebbe stata la stanza dei giochi degli dèi.

Il vero mistero è come mai questa regione sia rimasta così a lungo fuori degli itinerari turistici degli statunitensi. Qualcuno potrebbe essere scoraggiato dalle condizioni atmosferiche nel deserto, dall’isolamento o dall’assenza di infrastrutture, anche se brevi incontri con turisti russi, cinesi e italiani fanno pensare che gli statunitensi siano semplicemente in ritardo.

La porta d’accesso alla regione del Mañğystau è la città di Aktau, sul mar Caspio, nominata Capitale culturale del mondo turcofono per il 2025. È uno dei centri kazachi per il commercio di petrolio, gas e minerali. Si può arrivare qui con voli diretti da Istanbul, in Turchia, Tbilisi, in Georgia e Baku, in Azerbaigian. Vale la pena fermarsi in Kazakistan abbastanza per poter esplorare l’attuale capitale Astana, e quella vecchia, Almaty, entrambe raggiungibili con voli interni che durano circa tre ore, giusto per ricordare che questo è il nono paese più grande al mondo per superficie. Aktau offre un bel lungomare dove passeggiare, ristoranti con ottime vedute, caffetterie moderne e diversi alberghi accoglienti.

Molti dei luoghi da visitare nella regione di Mañğystau si raggiungono da Aktau con escursioni giornaliere, ma date le distanze e le pessime condizioni di gran parte delle strade, il modo migliore per immergersi nella regione è organizzare un viaggio in più tappe. Nel nostro caso lo abbiamo fatto con la Nomadic travel, un’azienda kazaca che ci ha aiutato a progettare un itinerario di cinque giorni e sei notti. Anton Dikin è stato la nostra guida, il nostro autista e anche un ottimo cuoco.

In una regione così remota, spesso l’unica soluzione per dormire è la tenda. Fortunatamente ci è stata fornita gran parte dell’equipaggiamento. Da casa abbiamo dovuto portare solo le torce, i prodotti per l’igiene personale e l’abbigliamento necessario per affrontare il clima del deserto, dove a fine maggio le temperature variano da minime poco sopra lo zero a massime intorno ai 25 gradi.

Osservazione delle stelle in Kazakistan, maggio 2025 (Paul Prim, The Washington Post)

Momenti unici

Il nostro gruppo ha trascorso una notte in quello che potrebbe essere definito un motel di yurte. Ci è stata offerta un’abbondante e ottima cena a base di piatti classici della cucina kazaca, come besh-barmak (manzo bollito su sfoglie di pasta all’uovo), baursak (pane fritto), plov (riso e carne) e kurt (polpette di formaggio fermentato), oltre alla possibilità di fare una doccia e collegarsi al wifi. Eppure ci siamo detti che avremmo preferito svegliarci nelle nostre tende nella steppa, perché nelle yurte, pur dormendo per terra su delle stuoie, non abbiamo certo fatto vita da campeggio.

Invece quando ci accampavamo Anton montava una tenda a cupola abbastanza grande da accoglierci tutti per i pasti e abbastanza sicura da tenerci al caldo quando fuori il vento soffiava forte. Pochi momenti sono unici come quelli in cui si sorseggia una bevanda calda mentre il sole del mattino comincia a illuminare i dintorni. Per qualche istante ti sembra di avere il mondo tutto per te.

Grazie ai recenti investimenti nelle infrastrutture probabilmente tra poco il paesaggio del Mañğystau, oggi dominato da cammelli e tartarughe delle steppe, sarà soppiantato da strade asfaltate e guardrail. Stando ai numeri dell’ufficio di statistica kazaco, nel 2025 i visitatori che hanno soggiornato nel Mañğystau sono stati circa 409mila, quasi il 9 per cento di tutte le presenze nelle aree turistiche del paese. La maggior parte dei turisti stranieri proviene da paesi vicini.

Durante la nostra ultima notte di viaggio abbiamo chiesto ad Anton, che organizza tour nella regione da più di un decennio, con quanti altri gruppi di statunitensi avesse lavorato.

Di nuovo quello sguardo.

“Nessuno”. ◆ nv

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Questo articolo è uscito sul numero 1654 di Internazionale, a pagina 68. Compra questo numero | Abbonati