Negli ultimi dieci anni più di 150 statue e monumenti di “eroi” confederati sono stati coperti di vernice, vandalizzati e abbattuti dagli attivisti. Durante il secondo mandato di Trump le autorità si stanno impegnando per rimetterli al loro posto. Una statua del generale sudista Albert Pike tornerà in Judiciary square, a Washington, mentre un’altra scultura, chiamata “monumento alla riconciliazione”, sarà riportata nel cimitero di Arlington.

Questa situazione ha acceso i riflettori sulla provocatoria mostra Monuments, di cui fanno parte circa una decina di statue rimosse. L’esposizione, organizzata dal Museo di arte contemporanea (Moca) di Los Angeles e dalla galleria Brick, resterà aperta fino al 3 maggio 2026.

Raggiunti dalla politica

In origine Monuments doveva debuttare due anni fa, quando il panorama politico era diverso. “Tutti pensano che la mostra sia una risposta alle azioni del presidente, ma non è così. Diciamo che la politica ci ha raggiunti”, spiega il curatore del Moca Bennett Simpson, che ha organizzato la mostra insieme al direttore della galleria Brick, Hamza Walker, all’artista Kara Walker (nessuna parentela con Hamza) e alle curatrici Hannah Burstein della Brick e Paula Kroll del Moca.

“È una mostra collettiva e poetica” sottolinea Simpson parlando dei 18 artisti contemporanei coinvolti nell’iniziativa. Una statua intitolata Confederate women of Maryland (Donne confederate del Maryland), eretta a Baltimora dalle United daughters of the confederacy, ritrae due donne, una delle quali tiene in grembo un soldato caduto in una posa che ricorda la _Pietà _di Michelangelo. Davanti al monumento sono esposte alcune fotografie di Jon Henry in cui madri afroamericane sorreggono in modo simile i loro figli all’interno di ambienti urbani.

Opere come la statua del presidente confederato Jefferson Davis, coperta di vernice dai manifestanti, o il piedistallo di una statua del generale Robert E. Lee su cui sono incise frasi come “Proteggete le donne nere”, sono mostrate nelle condizioni in cui si trovavano quando sono state rimosse da Richmond e Charlottesville, entrambe in Virginia. Oggi la statua di Davis è adagiata su un fianco in una stanza insieme alle fotografie inquietanti scattate da Andres Serrano in occasione di un raduno del Ku klux klan in Georgia.

La statua del giudice della corte suprema Roger B. Taney – che nel 1857 sentenziò che gli schiavi non avrebbero mai potuto diventare cittadini e andavano considerati proprietà del padrone – è affiancata da quella del magnate dell’editoria Josephus Daniels, che nel 1898 contribuì a fomentare il massacro di Wilmington, in North Carolina, in cui una folla di suprematisti uccise più di trecento persone durante una rivolta contro il governo birazziale democraticamente eletto. Di fronte a queste reliquie congelate nel tempo c’è una parete di ritratti in studio di abitanti afroamericani della North Carolina, scattati nel 1910 dal fotografo Hugh Mangum. Simpson osserva che probabilmente le persone ritratte erano vive al momento del massacro: “Ci è sembrato importante che Daniels incontrasse il suo pubblico”, ha detto indicando la statua dell’imprenditore.

L’esibizione di Davóne Tines & The Truth all’interno della mostra Monuments (Stefanie Keenan, Getty for The Museum of Contemporary Art)

Hamza Walker ha ideato Monuments quando cominciarono a essere abbattute le statue di personaggi schiavisti e razzisti dopo il massacro nella Emanuel african methodist episcopal church di Charleston, in South Carolina, nel giugno 2015. In seguito la gestione di statue e monumenti confederati è finita al centro di un dibattito pubblico. Qualcuno sosteneva che fosse giusto lasciarle dov’erano, magari aggiungendo targhe per spiegare la storia della schiavitù. Altri avrebbero voluto distruggerle. Hamza Walker ha pensato di metterle in mostra, chiedendo agli artisti di fornire la propria risposta.

I pezzi inseriti in mostra erano conservati in luoghi sconosciuti. Ottenerli è stata un’impresa anche per la loro natura controversa. I curatori della mostra hanno speso ore e ore a scrivere proposte dettagliate su come intendevano usare le statue, che nella maggior parte dei casi dovranno essere restituite. E hanno dovuto garantire di trattarle in modo adeguato, assicurandole e proteggendole.

Un’unica opera è esposta alla Brick. Ed è posta in rilievo perché secondo Hamza Walker rientra in una categoria a sé. La scultura Unmanned drone di Kara Walker è infatti l’unico monumento a essere stato fisicamente alterato. Walker ha usato una torcia al plasma per fare a pezzi una statua equestre del generale sudista Stonewall Jackson, poi risaldata in una forma nuova. L’effetto è sconvolgente e violento. “Ideologicamente è un affronto. Esteticamente è un affronto”, spiega Hamza Walker. “Kara ha avuto coraggio. Ha fatto quello che fanno gli artisti, ha guidato l’energia e la forza concentrandole su questo oggetto e creando questo pezzo”.

Opera “radioattiva”

La statua è stata acquisita dalla galleria Brick (che ha presentato una proposta competitiva) proprio per essere trasformata. Del resto, spiega Hamza Walker, a causa di orrendi avvenimenti recenti, era diventata “radioattiva”.

La storia della statua è descritta nel dettaglio dalle fotografie, dagli articoli di giornale e dalle lettere in mostra alla Brick. L’anno dopo il massacro nella chiesa di Charleston, una giovane donna nera, Zyahna Bryant, aveva chiesto all’amministrazione comunale di Charlottesville di rimuovere le statue di Jackson e del generale Robert E. Lee. Nel frattempo la città era diventata un punto di riferimento del razzismo statunitense a causa dei raduni dei suprematisti bianchi di Unite the right attorno alla statua di Lee, in Market street park.

“Questi oggetti sono tossici, non si può tornare indietro”, sottolinea Hamza Walker parlando delle statue di Charlottesville e spiegando che l’amministrazione non voleva solo metterle in un magazzino, ma sbarazzarsene. Nel 2023 la statua del generale Lee è stata quindi donata alla Jefferson school african american heritage center. Quella di Jackson è finita alla Brick.

La scultura di Kara Walker cerca di distogliere l’attenzione da Jackson e rivolgerla verso il cavallo, Little Sorrel, che il generale apprezzava per il suo coraggio in battaglia. Dopo la sua morte, durante la battaglia di Chancellorsville (1863), Jackson era venerato come un santo dai confederati. Anche Little Sorrel era molto amato, tanto che dopo la morte fu imbalsamato.

Secondo Hamza Walker, alla luce della natura della scultura, era imperativo stravolgerla, come a dire: “Ecco, questo è il vostro monumento!”. ◆ as

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1648 di Internazionale, a pagina 74. Compra questo numero | Abbonati