In questi giorni di Olimpiadi invernali ci si può chiedere cosa facciano gli atleti nei mesi in cui non c’è la neve. Alcuni praticano sport simili da un punto di vista tecnico come il surf, altri seguono un allenamento sostitutivo per quando ricominceranno le gare invernali. È quello che voleva fare la bia­tleta statunitense Kari Swenson nell’estate del 1984, dopo aver vinto il bronzo nella prima gara mondiale di biathlon femminile (alle olimpiadi la disciplina arriverà solo nel 1992). Aveva preso un lavoro a Big Sky, nel Montana, in modo da potersi allenare con il trail running e il tiro a segno nei boschi nelle ore libere della giornata. Un giorno di metà luglio, durante una corsa nel bosco, fu presa per i fianchi da due uomini che la rapirono e la portarono nel loro capanno. Don Nichols era un cacciatore della zona e vedendo tutti i giorni correre l’atleta su dei terreni che considerava suoi, si era convinto che potesse essere la moglie ideale per il figlio Dan. I due la legarono a una sedia e tentano di convincerla a restare a vivere con loro. Il giorno dopo un gruppo di ricerca trovò il capanno dei Nichols, che prima di scappare spararono a Kari Swenson in pieno petto. Il proiettile le causò un collasso al polmone, che porta alla morte in pochi minuti. Ma la tecnica di respirazione del biathlon le permise di rimanere viva finché non fu soccorsa quattro ore dopo.

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Questo articolo è uscito sul numero 1653 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati