Il cervello dei delfini, se prendiamo per buona l’idea di complessità neurologica che usiamo per giudicare la nostra materia grigia, è assai più sofisticato di quello umano. In rete è circolata la notizia, diffusa dal documentario della Bbc Dolphins: spy in the pod (2014), che i delfini “si drogano”. Lo fanno usando i pesci palla i quali, se infastiditi, si gonfiano fino a diventare sferici e rilasciano un veleno molto potente, che assunto in piccole dosi ha un effetto narcotico. Nel filmato i delfini si passano l’un l’altro il pesce palla tenendolo per la coda, come degli amici che si passano uno spinello, e poi rimangono inebetiti a pancia in su guardando i loro riflessi sulla superficie del mare. Questo ci dice che complessità neurologica e volontà d’inebetirsi per ridurre o modificare questa complessità vanno di pari passo: l’ignoranza della coscienza e la sua alterazione sono una chimera sia per noi sia per i delfini. Sanno anche loro troppo del mondo, comunicano in modo complesso, vivono sovrastrutture che spesso includono dolori esistenziali. I delfini si narcotizzano per sopportare la vita che i loro narcotici, cioè i pesci palla, attraversano senza problemi. Noi invece ci narcotizziamo con i delfini, facendoli saltare nei delfinari per distrarci da non si sa cosa, umiliandoli. Ci serve forse, allora, una teoria del pesce palla per imparare a “essere natura”, per dirla con il titolo di un libro di Andrea Staid (Utet 2022): perché tutta questa complessità, se punta a tornare semplice attraverso qualche tipo di rimbambimento, non vale più della capacità di un fiore di riposare in silenzio aspettando una carezza del vento. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1495 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati