Nel discorso con cui il 19 gennaio ha annunciato le elezioni anticipate per l’8 febbraio, a soli quattro mesi dal suo insediamento, la prima ministra giapponese Sanae Takaichi ha detto che si trattava di una decisione rischiosa per il suo futuro politico ma necessaria, perché lei e il suo esecutivo possano essere sottoposti al voto dei cittadini.
Takaichi è arrivata alla guida del Giappone in seguito a un’elezione interna al Partito liberaldemocratico (Pld). Poco dopo l’uscita del Kōmeitō (il braccio politico dell’organizzazione buddista Soka gakkai, storico alleato del Pld) dalla coalizione di governo, il Pld ha ottenuto l’appoggio del Partito per l’innovazione del Giappone (Jip, conservatore). Ora la prima ministra cerca un nuovo inizio e vuole stabilire le condizioni perché la sua amministrazione possa guidare il paese forte di un mandato popolare che abbia capito la direzione politica che lei vuole imprimere e il programma alla base della coalizione tra Pld e Jip.
Appello diretto
Takaichi ha chiarito che con questo voto i giapponesi dovranno scegliere da chi farsi guidare verso il futuro. Ha detto che se perderà ci saranno probabilmente un “primo ministro Noda” o un “primo ministro Saito”, riferendosi ai leader dei principali partiti d’opposizione. In questo modo ha voluto in sostanza chiedere direttamente agli elettori chi vorrebbero avere a capo del governo, legando così il voto non tanto all’elezione di singoli parlamentari quanto all’indicazione della persona che governerà il paese.
Takaichi ha ricordato il suo mentore, l’ex premier Shinzō Abe, dichiarando: “Il futuro non è una cosa che riceviamo da altri. Dobbiamo plasmarlo noi”. Spera che questo appello diretto al popolo le dia una maggioranza alla camera bassa e un incarico su nuove basi, ma ha davanti a sé tre sfide principali.
La prima è che il programma politico che ha delineato nel discorso del 19 gennaio non aveva niente di nuovo. Ripetendo quel che dice ormai da ottobre, Takaichi sta sostanzialmente chiedendo all’opinione pubblica di confermare la direzione in cui sta cercando di portare il paese. Questo di sicuro troverà il favore di chi già sostiene lei e la coalizione al governo, ma potrebbe non essere sufficiente per fermare l’opposizione.
Secondo un sondaggio di fine gennaio dell’Asahi Shimbun sulle elezioni dell’8 febbraio per il rinnovo dei 465 seggi della camera bassa, il Partito liberaldemocratico (Pld) potrebbe ottenere più dei 233 seggi necessari per avere la maggioranza assoluta: con il suo alleato di coalizione, il Nippon ishin (Partito dell’innovazione giapponese), potrebbe arrivare a più di trecento. L’alleanza riformista centrista (Chūdo), nata a gennaio tra il Partito costituzionale democratico e il Kōmeitō, invece, potrebbe vedere dimezzati i 167 seggi dei due partiti. Risultati significativi si prevedono per il partito populista di destra Sanseitō e il Team mirai, fondato dall’ingegnere informatico Takahiro Anno. Il tasso di approvazione del governo Takaichi è del 57 per cento. La premier è molto popolare tra i giovani, scrive Nikkei Asia, anche se non è detto che questo si traduca in un numero maggiore di voti. “È una questione che va al di là delle preferenze politiche. Ai loro occhi il fatto che sia la prima donna a capo del governo ha dato vitalità a un sistema da sempre guidato da uomini anziani”. Anche il fatto di venire da un ambiente non privilegiato, in un paese dove il 30 per cento dei parlamentari discende da politici, ha contribuito a renderla un simbolo di cambiamento.
Costo della vita, immigrazione ed economia sono i temi al centro del dibattito elettorale. Secondo un sondaggio dell’agenzia Nikkei, il 40 per cento dei candidati alla camera bassa, per la maggior parte legati ai partiti del governo uscente, credono che l’immigrazione vada limitata, nonostante la mancanza di forza lavoro nel paese. La campagna elettorale ha anche messo in luce in modo netto le divergenze sulla difesa e sulle relazioni con la Cina: il governo Takaichi spinge per una posizione ferma, l’aumento della spesa militare e la modifica della costituzione per togliere i limiti d’ingaggio alle forze armate; mentre i principali gruppi dell’opposizione chiedono di attenersi alla costituzione pacifista ed evitare a tutti i costi il confronto con Pechino. ◆
Ed ecco il secondo problema: l’apparato elettorale dei partiti dell’opposizione. Se è vero che il Pld, con un numero di iscritti che supera il milione, ha un’infrastruttura abbastanza imponente per portare gli elettori alle urne, è anche vero che non avrà il partner di sempre, il Kōmeitō, per la prima volta in più di 25 anni. Il Kōmeitō, invece, parte dalla sua altrettanto solida rete di supporto rappresentata dalla Soka gakkai, unita a quella del Partito costituzionale democratico del Giappone (Cdp), sostenuto dalla Rengo (la confederazione dei sindacati giapponesi). Prese insieme queste due macchine elettorali sono piuttosto rilevanti, il che significa che per la coalizione di Cdp e Kōmeitō i programmi elettorali saranno meno importanti rispetto alla capacità di generare affluenza a loro favore.
La grande scommessa
C’è infine un terzo problema, cioè l’assenza di coordinamento tra Pld e Jip. I due partiti, un tempo avversari, hanno dovuto stabilire chi sostenere nei diversi distretti. Ha complicato le cose la durata molto breve della campagna elettorale. In tempi così compressi i partiti meglio organizzati sono stati avvantaggiati, a prescindere dai punti di forza dei loro programmi.
Takaichi non sta scommettendo solo sulla sua linea politica, ma anche sulla sua forza personale. La sua tattica “rischia tutto” potrebbe fare breccia tra gli elettori stanchi delle lotte interne ai partiti che pretendono determinazione da chi è al governo. Takaichi sta scommettendo sulla chiarezza, la risolutezza e la volontà di legare la sua leadership all’esito del voto. Tra poco il paese le dirà se avrà fatto bene o no. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1651 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati