L’esordio di Karima Abdel Razek, menzione speciale per la narrativa inedita del premio letterario Lago Gerundo, è secondo me un buon esempio di una storia con un potenziale narrativo molto alto, ma una scrittura discontinua. L’autrice, figlia di un’italiana e di un egiziano, racconta la sua vita a partire dall’arresto del padre a Milano, dove la protagonista nasce e vive fino al primo anno di liceo classico. Karima è spedita al Cairo, dalla nonna, mentre i genitori si destreggiano in attesa del processo. Quella che per la figlia comincia come una vacanza forzata, si trasforma in un esilio a tempo indeterminato, con Karima costretta tra nuovi equilibri familiari, in una lingua in cui è analfabeta e una cultura aliena. Qui la raggiunge un padre latitante e una madre al laccio dell’amore. La lingua di Razek si accende in alcuni passaggi, e s’illumina di alcune metafore; altrove, invece, mostra una manualità ruvida nel gestire la materia narrativa. Se i monologhi della protagonista assumono una vena diaristica dai contorni drammatici (persino infantili), le descrizioni del Cairo spesso colgono le sfaccettature di una città caleidoscopio: questi due tratti sembrano quasi provenire da due diverse penne. Alberi senza radici apre una prospettiva nuova alle storie dei moderni eroi dei due mondi: forse aveva solo bisogno che la materia biografica si calcificasse in quella narrativa. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1657 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati





