In Sri Lanka quando qualcuno muore, e poi a ogni anniversario di morte in cui si ricorda il defunto, è usanza fare dei pacchettini di riso e curry da distribuire per strada a chi ne ha bisogno. Un cuore bianco come un chicco di riso racconta di una madre e di una figlia che vanno a fare un viaggio in Giappone al decimo anniversario di morte di un loro caro: la madre ha perso un figlio e la figlia ha perso il padre. Perché il Giappone? Mi pare che la destinazione abbia uno sguardo ingenuo: le giapponesi eleganti, la natura educata di quel popolo, il silenzio che permette meglio uno sguardo interiore. Ci sono molti pronomi (lei, lui, tu), salti temporali (prima e dopo la morte), spostamenti geografici (un attimo a Tokyo, quello successivo a Termini), ma la lingua di questi glitch a tratti è boccheggiante, come se fosse alla ricerca della parola giusta, del modo adatto per raccontare il dolore. Alcuni passaggi hanno una sintassi molto bella: “Adoriamo Uno che ha permesso che lo disarticolassero, perché per inchiodarlo gli hanno spaccato le articolazioni, perché tutti noi fossimo articolati in Lui”. Scrivere un libro sul lutto è complicato per la sua stessa natura travolgente e imprevedibile, e in questo senso l’esordio di Silvia Fanfani restituisce quel senso di smarrimento. Sicuramente, è più facile fare un pacchettino di riso. Non so quale delle due cose sia più efficace. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1682 di Internazionale, a pagina 79. Compra questo numero | Abbonati





