Le aziende tecnologiche hanno fatto da apripista anche questa volta, annunciando che la maggior parte dei loro dipendenti lavorerà da casa fino alla fine dell’anno. Twitter vuole permettere a chi vuole di continuare il telelavoro anche dopo la fine della pandemia. Facebook prevede che tra dieci anni metà dei suoi dipendenti non andrà al lavoro in una delle sue sedi. Ma anche per le aziende tradizionali il modo di lavorare cambierà. In Svizzera i grandi proprietari di immobili come l’azienda assicurativa Swiss Life prevedono che si lavorerà sempre più spesso da casa. Gli uffici resteranno importanti, ha spiegato Patrick Frost, amministratore delegato della Swiss Life, ma secondo lui gli open space, dove le persone siedono a stretto contatto, non avranno più ragione d’esistere.
Durante la pandemia la maggior parte delle aziende ha avuto un’esperienza positiva con il lavoro a distanza. Molte sono perfino sorprese da quanto sia andato tutto liscio.
Il Credit Suisse, per esempio, afferma di non aver avuto problemi informatici o nella gestione dell’attività quotidiana mentre il 90 per cento dei suoi dipendenti era a casa. La banca Ubs ha dichiarato il che il suo servizio clienti e le altre attività hanno mantenuto i normali standard qualitativi durante l’emergenza. Nei rapporti con i clienti la Swiss Life ha usato molto le videoconsulenze. Allo stesso tempo, i suoi dipendenti hanno sperimentato nuove idee per mantenersi in contatto tra loro: pause caffè virtuali, seminari online, chat per il dopolavoro. La Adecco Svizzera stima perfino che con il lavoro a distanza la produttività sia aumentata.
A tutti è chiaro, però, che lo scambio diretto con i colleghi e i clienti non può essere sostituito neanche dai più sofisticati strumenti virtuali. Secondo i sondaggi, più di due terzi dei dipendenti che lavorano da casa sentono la mancanza dei contatti informali. Molti dichiarano anche di sentirsi (parzialmente) isolati. Con la strategia per uscire dal lockdown presentata dal governo di Berna, molte aziende svizzere hanno cominciato a prepararsi al rientro parziale in ufficio. Alla Swiss Life, per esempio, dall’11 maggio si lavora a rotazione in sede. Ogni settimana i dipendenti del gruppo si alternano, ma chi appartiene a un gruppo a rischio può continuare a oltranza con il telelavoro. Disinfettanti e mascherine sono a disposizione di tutti gli impiegati.
Al Credit Suisse è stato pianificato un rientro dei dipendenti in quattro fasi: l’obiettivo finale è anche qui la rotazione in ufficio. Tra le varie misure di protezione, il gruppo bancario vuole offrire ai lavoratori la possibilità di sottoporsi al test sierologico, in modo volontario, anonimo e gratuito. Alla Adecco hanno cominciato a tornare in ufficio l’8 giugno. “Ma soprattutto nel caso degli open space saranno di più i dipendenti che continueranno a lavorare da casa”, spiega Annalisa Job, responsabile della comunicazione dell’Adecco Svizzera. All’azienda di consulenza PricewaterhouseCoopers (PwC) chi vuole lavorare in ufficio per qualche giorno o per un’intera settimana deve registrarsi attraverso un sito. Dall’8 giugno le norme sulla sicurezza dell’ufficio federale della sanità pubblica prevedono che si possa occupare al massimo il 50 per cento delle postazioni di lavoro, ma appena il 7 per cento dei dipendenti della PwC vuole tornare a lavorare in sede.
Non c’è solo la paura
La riluttanza dei dipendenti non si spiega solo con la paura del contagio. In realtà, dopo alcune difficoltà iniziali, molti sembrano essersi adattati bene alla situazione. Nonostante la mancanza di scambi con i colleghi e la distrazione rappresentata dai bambini in casa (per chi ne ha), più del 70 per cento degli intervistati in un sondaggio dell’azienda di consulenza Deloitte ha dichiarato che con il lavoro a distanza si sente più efficiente o tanto efficiente quanto era in ufficio. Circa un terzo di loro vorrebbe continuare a lavorare regolarmente da casa anche dopo la pandemia.
Secondo un’indagine dell’istituto di ricerca GfS di Berna per conto del sindacato Syndicom, circa l’80 per cento degli intervistati vorrebbe lavorare parzialmente da casa anche in futuro. Molte aziende sembrano trascurare quest’aspetto. Stefan Rupp, responsabile della società di consulenza di Bak Economics, dubita che le aziende svizzere siano attrezzate per il ritorno dei dipendenti. Alcune sottovalutano il fatto che il processo inverso sarà più impegnativo della brusca transizione al telelavoro sperimentata con la pandemia, dice Rupp. Molti vorrebbero solo tornare alla normalità il più in fretta possibile. Ma, per il consulente, ci vorrà del tempo. Il rientro graduale dei dipendenti e il rispetto delle norme di sicurezza da soli non bastano.
Tanti insegnamenti
L’incertezza dei lavoratori va presa sul serio, dice Rupp. Inoltre avremo l’opportunità di portare in ufficio concetti e metodi di lavoro che si sono dimostrati validi nella fase a distanza, come le riunioni più efficienti o gli orari più flessibili. “Con l’emergenza abbiamo imparato così tante cose che sarebbe un peccato tornare alle vecchie modalità di lavoro”, conclude.
La comunicazione all’interno delle aziende, che durante la pandemia a volte è stata sacrificata, deve riprendere, e i dipendenti devono essere coinvolti. Si tratta di riportarli a bordo e di trarre insegnamenti dalle loro esperienze.
Anche per la consulente Susanne Pladeck il ritorno dei dipendenti mette le aziende di fronte a sfide importanti. Secondo lei, questa è l’occasione per sviluppare una nuova cultura aziendale: nella fase di telelavoro, per esempio, si è sperimentato in molte aziende uno “stile dirigenziale più condiviso”. Per Pladeck nel lavoro a distanza tre caratteristiche distinguono una buona gestione: empatia, comunicazione e capacità di motivare i dipendenti anche “da lontano”.
La chiave non è fare pressioni per stimolare le prestazioni, ma responsabilizzare e riconoscersi negli obiettivi. L’alternativa non è tra il lavoro da casa o il lavoro in ufficio, probabilmente in futuro si prenderà una terza strada: due o tre giorni alla settimana di lavoro in sede e il resto di smart working. La presenza sul posto e i contatti personali sono ancora essenziali per lo scambio di idee, l’integrazione dei nuovi arrivati e il consolidamento della cultura aziendale. Ma i dipendenti dovrebbero essere più liberi di decidere quando e dove lavorare, conclude Pladeck. ◆ nv
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1362 di Internazionale, a pagina 99. Compra questo numero | Abbonati