Nella sala d’attesa di un finto ospedale, accanto a un distributore automatico tenuto insieme dal nastro adesivo, mi hanno chiesto d’indossare un camice da medico. In teoria non dovevo comparire in video, ma il set di The Pitt è così realistico, immersivo e caotico che, mi hanno spiegato, le telecamere avrebbero potuto riprendermi comunque, anche solo in un riflesso. Per questo era meglio sembrare parte della scena, in ogni momento.
Ero a Los Angeles, negli studi della Warner Bros, in uno spazio chiamato Stage 21: un capannone che, nelle sue vite precedenti, aveva ospitato i set di classici del cinema come Un tram che si chiama desiderio (1951) e È nata una stella (1954). Oggi gli Stage 21 e 22 ospitano The Pitt, una serie drammatica iperrealistica e travolgente, acclamata dalla critica, sorprendentemente popolare e pluripremiata, disponibile in streaming su Hbo Max.
Ero lì per assistere alle riprese della seconda stagione, che ha debuttato l’8 gennaio di quest’anno. Sono entrato nel finto pronto soccorso con il mio camice. Le luci intense si specchiavano sui pavimenti lucidi. Pazienti vagavano con i camici. Nel letto 21 un uomo che era un ritratto di Gesù in una chiesa evangelica (capelli biondi lunghi, barba color sabbia) scrollava sul telefono. Poco distante, su una barella, c’era una ragazza con una benda sull’occhio e un succo di mela in mano. Il posto era affollato, perfino per gli standard hollywoodiani. In un giorno qualsiasi, The Pitt riunisce più di cento persone, molte delle quali si muovono in un caos coreografato: medici, infermieri, pazienti, assistenti sociali, addetti alla sicurezza, paramedici. Fiona Dourif, che interpreta la dottoressa Cassie McKay, mi ha detto che sembra un “formicaio”.
The Pitt è, per molti versi, un classico medical drama, come si dice in gergo. La serie è ambientata in un pronto soccorso di Pittsburgh, soprannominato “The Pitt”. Chiunque sia cresciuto immerso nella televisione statunitense porta nel sangue i suoi ritmi e archetipi. Disturbi banali come una febbre o un mal di stomaco si aprono in articolati retroscena. I momenti di calma vengono spezzati da traumi improvvisi. I trattamenti più rischiosi riescono in modo del tutto improbabile. Gli studenti di medicina alle prime armi inizialmente sono sopraffatti finché, quando le cose si fanno serie, si dimostrano all’altezza della sfida. Ci sono infermiere sfrontate, familiari litigiosi, medici arroganti, dirigenti sanitari distanti dalla realtà e improvvise raffiche di gergo medico. Ma The Pitt è anche diversa, per tanti motivi. Per esempio, non c’è una vera colonna sonora, niente pianoforte sospeso, violini in crescendo o ballate potenti a suggerire come dovresti sentirti. La serie ti tiene incollato all’azione, costruendo il proprio significato nel flusso stesso dell’ospedale: i bip, le conversazioni, il vortice frenetico di personaggi ammassati in un sistema sanitario che implode sotto la pressione.
Dottor Robby
Quello che distingue The Pitt è la sua struttura. Ogni stagione copre un solo giorno, quindici episodi distribuiti su quindici ore, il che significa che ogni puntata segue un’ora, più o meno in tempo reale. Ora dopo ora, vediamo tutti più stremati. Gli occhi si arrossano, i nervi si tendono. È avvincente, stressante, commovente.
L’intreccio della serie ruota intorno a un uomo: Michael Robinavitch, chiamato affettuosamente da tutti “dottor Robby”. A interpretarlo è Noah Wyle. Il dottor Robby manda avanti “The Pitt”, un pronto soccorso di Pittsburgh che, come molti altri, è sotto organico, sottofinanziato e sottovalutato. Tutti fanno più lavori contemporaneamente. Oltre a salvare i pazienti, Robby forma gli studenti di medicina, risolve le dispute, parla con i familiari, controlla la farmacia interna e molto altro.
Il dottor Robby è uno dei personaggi più magnetici della televisione: una miscela sapiente di sicurezza, empatia, coraggio, autocontrollo, umiltà e carisma. L’interpretazione di Wyle suscita adorazione: costumi di halloween, infiniti video TikTok e su YouTube. Anche se è solo un’invenzione televisiva, gran parte del suo fascino sta nel fatto che sembra qualcosa di più: un cittadino ideale, un capo da sogno, un filosofo-re. Verso metà del suo turno nella prima stagione, quando sorprende un medico specializzando più grande a rimproverare una tirocinante, lo prende da parte per una ramanzina che forse dovrebbe risuonare nei corridoi del Congresso statunitense: “Dove sta scritto che umiliare e insultare siano strumenti didattici efficaci? Lascia che te lo dica: le vessazioni hanno zero valore educativo”.
Wyle non è solo il protagonista di The Pitt: è anche produttore esecutivo e sceneggiatore. Partecipa ai casting e risolve i problemi
Sotto le sembianze di una serie ospedaliera, The Pitt è una specie di omaggio al senso civico. La squadra del pronto soccorso diventa il microcosmo di una società che funziona. Il mondo reale è rotto, pieno di rabbia e bisognoso di cure. Ma, almeno per il tempo in cui guardiamo la serie, cominciamo a credere che là fuori ci sia qualcuno in grado di aggiustarlo.
Al centro di tutto
Ho passato vari giorni sul set di The Pitt, osservando Wyle. Al mio arrivo, era in piedi vicino alla postazione delle infermiere, con camice nero, pantaloni cargo e scarponi da trekking. I capelli erano spettinati con cura. Chi commenta su YouTube ha ragione: a 54 anni, Wyle invecchia attraversando zone di avvenenza finora inesplorate. La barba è senza pretese, né troppo corta né troppo lunga, con spruzzate di grigio. Le pieghe agli angoli degli occhi hanno qualcosa di artigianale, come una collezione rara assemblata con perizia.
Wyle e il resto del cast stavano provando una scena. Mentre ascoltava i colleghi, lo osservavo grattarsi la barba, inclinare la testa, massaggiarsi il collo, tutti i gesti del dottor Robby.
Come Robby, Wyle fa sempre troppe cose insieme (nella prima stagione c’è una gag ricorrente in cui deve andare in bagno ma non trova mai il tempo). Non è solo il protagonista di The Pitt: ne è anche produttore esecutivo e sceneggiatore. Partecipa ai casting, rivede la sceneggiatura, risolve i problemi. In questo episodio stava recitando e dirigendo al tempo stesso, e l’ho visto correre avanti e indietro tra i monitor e la scena. Coordinava compagne e compagni di cast nelle scene, proprio come Robby fa con i giovani medici: agitava le braccia, simulava le inquadrature. Era l’uomo al centro di tutto, che interpretava l’uomo al centro di tutto.
Dopo aver visto The Pitt in televisione, ero felice di trovarmi sul set. Volevo sapere ogni cosa. Come fanno a rendere le ferite così realistiche? (Risposta: protesi, cotton fioc, spruzzini, vaselina, sostanze viscide). Katherine LaNasa, che ha vinto un Emmy per la sua interpretazione dell’infermiera caposala Dana Evans, era così anche nella vita reale? Una torre di controllo sfrontata e tagliente, la cui autorità sembra sgorgare direttamente dal cuore della Terra? (Sì).
Soprattutto, però, volevo capire come The Pitt avrebbe proseguito la prima stagione: un turno di quindici ore che comprendeva, tra le altre cose, un’overdose da fentanyl, una donna spinta sotto un treno, una signora con uno scarafaggio nell’orecchio, casi di morbillo e avvelenamento da mercurio, un uomo nudo in fuga, ustioni, ratti che saltano fuori dai vestiti di un paziente e poi scorrazzano per l’ospedale, un medico licenziato per aver rubato dei farmaci, la caposala presa a pugni in faccia e, come colpo di scena, le conseguenze di una sparatoria di massa.
Se tutto questo vi sembra troppo, forse è perché lo è. I veri operatori sanitari amano discuterne su Reddit: “Non è proprio un turno tipico”, scrive uno. “Ma per un medico di guardia che copre da solo un reparto del centro, non è del tutto improbabile”.
Per una serie medica, però, The Pitt è insolitamente credibile.
Fin dall’inizio, Wyle e i creatori erano ossessionati dal realismo. Nelle prime fasi di scrittura hanno coinvolto Joe Sachs, medico di pronto soccorso. Nel cast ci sono veri infermieri e sul set è sempre presente un vero dottore. Prima delle riprese gli attori hanno seguito un corso intensivo di medicina di due settimane, e gli eserciti di comparse della serie sono gestiti con precisione millimetrica. “Ogni comparsa che vedete sullo sfondo”, ha raccontato di recente R. Scott Gemmill, produttore esecutivo della serie, “sta seguendo uno specifico percorso clinico: va in bagno a un’ora precisa, mangia a un’ora precisa, viene portato a fare la tac, una radiografia o esami di laboratorio a un’ora precisa. È come una seconda unità che opera all’interno della nostra unità principale. Questo dà alla serie una straordinaria profondità”.
Un pomeriggio ho assistito alle riprese di una scena su un paziente con una gamba ferita. Tra una ripresa e l’altra, gli addetti agli oggetti di scena si affrettavano a ritoccare la ferita con lubrificante, abbassalingua e spruzzini. E fuori campo c’era un intero carrello pieno di barattoli etichettati con nomi come “pus”, “abrasione da asfalto rossa con caffè”, “miele metanfetamina” e “cervello”.
Uno stetoscopio al collo
“Dov’è Noah?”, ha chiesto qualcuno. Erano pronti a girare. “Dieci secondi!”, ha urlato Wyle. Era in piedi, curvo, appena fuori dalla Trauma 2, e stava ingurgitando il pranzo da un contenitore di plastica appoggiato sopra un carrello contrassegnato con la scritta “biancheria infetta”. Masticava ancora mentre correva sul set.
Noah Wyle non aveva previsto di vivere una vita così strana. Non aspirava a diventare un non-medico che, in qualche modo, è il medico più famoso del mondo. Eppure è andata così. Ormai è un dottore, come Bela Lugosi è un vampiro, Mark Hamill un Jedi, James Gandolfini un mafioso e Daniel Radcliffe un mago. Si può dire che sia nato con uno stetoscopio al collo.
All’inizio, non voleva nemmeno lavorare in televisione. I suoi sogni di attore ruotavano intorno al teatro e al cinema. A 22 anni, però, ottenne una parte in un nuovo medical drama intitolato Er. Non si aspettava granché. Perfino la Nbc, la rete che lo trasmetteva, pensava che fosse troppo crudo e complicato, che il pubblico avrebbe avuto bisogno dei sottotitoli per capire tutto quel gergo ospedaliero, che sarebbe stato schiacciato dal concorrente della Cbs, Chicago hope. Il primo episodio di Er fu incastrato in una fascia oraria difficile. Wyle pensava di cimentarsi con quella cosa da medici per sei episodi e poi di tornare alla sua vera carriera. Poi, nel 1994, Er conquistò il mondo. Era l’epoca d’oro della cosiddetta monocultura, prima che internet inghiottisse tutto e lo frantumasse in mille pezzi. Il giovedì sera alle dieci, Er dominava gli schermi statunitensi. Nelle stagioni di picco un episodio era visto in media da più di trenta milioni di spettatori. Il cast, che includeva George Clooney, Anthony Edwards, Julianna Margulies, Eriq La Salle, Sherry Stringfield, era affascinante, variegato e spiritoso. Rendeva la medicina d’emergenza eroica e coinvolgente.
Wyle occupava un posto speciale in Er. Era il più giovane della squadra, quasi troppo giovane. Il suo volto sembrava quello di un bambino. Interpretava John Carter, uno studente di medicina con gli occhi sempre sgranati, proveniente da una famiglia ricca, comicamente fuori posto nel brutale ospedale di Chicago. All’inizio di Er Carter è l’emblema dell’innocenza. Non sa inserire una flebo, suturare una ferita e nemmeno infilarsi i guanti chirurgici. Quando vede una donna che è stata accoltellata, deve uscire a prendere aria perché sta per vomitare. Nella sua prima scena, spaesato, sbatte la cartellina sul campanello della reception.
Wyle interpretava Carter con il fascino buffo del cucciolo, ma anche con una profondità emotiva che portava il personaggio in territori inaspettati. Proprio grazie alla sua innocenza era un perfetto tramite per lo spettatore. Er era frenetico, caotico e visivamente esplicito, quindi quando i medici più anziani spiegavano le cose a Carter, le spiegavano anche a noi. Questo permise a Wyle di creare fin da subito un legame personale con decine di milioni di spettatori. Era l’imbuto attraverso cui passava la comprensione della medicina televisiva in prima serata negli Stati Uniti.
Negli anni, mentre altri componenti del cast lasciavano Er, Wyle restava. Interpretò Carter a tempo pieno per undici stagioni su quindici, diventando l’attore del cast originale rimasto più a lungo e dunque l’incarnazione vivente della serie. Durante questo arco narrativo, Carter passò dall’innocenza all’esperienza, da studente a specializzando a medico strutturato. Alla fine era in grado di affrontare qualsiasi cosa, proprio come il dottor Robby in The Pitt.
Per Wyle, Er fu una benedizione inattesa. Ma divorò anche completamente la sua vita e la sua carriera. La fama arrivò all’istante ed ebbe un impatto travolgente. Fu come essere investiti da un treno carico di soldi e ammirazione, certo, ma pur sempre un treno. Wyle lavorava ottanta ore a settimana e viveva quasi interamente dentro la realtà alternativa di quell’ospedale fittizio. Non aveva tempo per altri progetti. Alla fine degli anni novanta gli venne offerto un ruolo da protagonista accanto a Tom Hanks in Salvate il soldato Ryan. Ma non poteva prendersi una pausa da Er. La parte andò a Matt Damon.
Per essere una serie televisiva, Er non era male. Nelle prime cinque stagioni Wyle fu candidato cinque volte agli Emmy come miglior attore non protagonista. Non vinse, ma sembrava solo questione di tempo. Anche una carriera cinematografica pareva quasi scontata.
Non andò così. E quando Er finì, finì sul serio. Wyle ricorda di essere tornato alla Warner Bros tre settimane dopo la conclusione definitiva della serie, per un provino per un film di Clint Eastwood. Guidò fino allo stesso cancello di sempre ma la guardia non lo fece entrare. Quando riuscì a passare, si fermò allo Stage 11, per nostalgia, per vedere il set della sua vecchia serie tv. Non c’era più.
Per anni, cercò invano un progetto che fosse grande quanto Er: ricco sul piano artistico, e allo stesso tempo vicino all’interesse del pubblico. Wyle è un lavoratore instancabile, maniaco riguardo alla recitazione, quindi non smise mai di studiare, indipendentemente dai ruoli che gli capitavano. Protagonista di una serie di film fantasy-avventurosi per la televisione intitolati The librarian. Ex professore di storia che combatte gli alieni nel dramma fantascientifico Falling skies. Tanto teatro. Con il passare degli anni sentiva di maturare, di diventare un attore migliore, di raggiungere nuovi livelli. Ma, per gli standard di Er, poche persone vedevano il suo lavoro. Nell’immaginario collettivo sembrava congelato per sempre nei panni di John Carter. Quello stetoscopio non gli lasciava il collo.
Alla lunga, racconta, tutto questo cominciò a logorarlo. Il suo primo matrimonio, una relazione nata nel vortice della fama iniziale, si concluse poco dopo la fine della serie. Man mano che il clamore intorno al suo lavoro si affievoliva, lui dubitava del proprio talento.
Qualche anno fa le cose si erano messe così male che pensò di vendere la sua collezione di figurine di baseball (è un tifoso dei Dodgers). È un collezionista accanito: libri, dischi, souvenir cinematografici, vecchie valigie. Ma in quel momento era disoccupato e le bollette si accumulavano. Un giorno tirò fuori dall’armadio l’intera collezione di figurine, disponendola sul pavimento. Poi sistemò tutto in un raccoglitore e fece venire un esperto per una valutazione.
Secondo lui sono stati due avvenimenti tragici a farlo uscire da quel torpore e a condurlo verso il progetto che avrebbe finalmente preso il posto di Er. Il primo è stata la pandemia. Quando il mondo si è fermato, per la prima volta nella sua vita da stakanovista Wyle non poteva lavorare. Nel mezzo di quel collasso globale, ha cominciato a ricevere messaggi dagli operatori sanitari. Continuavano ad associarlo a Er, alcuni gli dicevano che avevano scelto la medicina proprio grazie alla serie. Ora tutto era cambiato. Le persone in prima linea venivano celebrate come degli eroi, ma stavano soccombendo. Avevano disperatamente bisogno di quella rappresentazione culturale di massa che Er aveva incarnato. Dov’era Carter?, gli chiedevano. Wyle ha cominciato a farsi la stessa domanda.
La seconda crisi è arrivata nel 2023, quando l’industria dell’intrattenimento si è fermata di nuovo a causa degli scioperi di attori e sceneggiatori. In quel periodo Wyle si sentiva particolarmente a terra, col senno di poi, dice, era depresso, ma ha deciso comunque di unirsi ai picchetti. All’improvviso si è sentito utile. Marciava e scandiva slogan, concentrandosi su due bersagli: Netflix, il colosso dello streaming che stava travolgendo il settore, e la sua vecchia casa, la Warner Bros. A un certo punto, durante gli scioperi, la Warner Bros ha affisso un’enorme locandina di Er fuori dagli studi e Wyle ha marciato lì davanti con ancora maggiore determinazione. “Ero di nuovo il loro volto mentre sfilavo proprio sotto quell’immagine”, ha raccontato. Per la prima volta dopo anni, sentiva di far parte di un processo giusto, un collettivo impegnato in qualcosa che aveva senso.
Con il tempo, ha messo insieme quelle due crisi. Voleva rendere omaggio agli operatori sanitari che cercavano riferimenti nel mondo post-pandemico, e voleva farlo inserendolo in un progetto che sentiva più grande di lui. In quegli anni aveva un mantra che recitava ogni giorno: “Per favore, mettimi in compagnia di artisti di prim’ordine, buoni di cuore e di mente, impegnati in un lavoro che lasci davvero il segno”.
È così che è nato The Pitt. Verso la fine del 2021, Wyle e i produttori R. Scott Gemmill e John Wells hanno cominciato a ragionare su un’idea: realizzare un seguito di Er, con Carter, molti anni dopo, mentre dirige un pronto soccorso nel post-covid. La Warner Bros, interessata al progetto, ha incontrato gli eredi del creatore di Er, Michael Crichton, ma quando le trattative si sono arenate il gruppo ha virato verso un altro progetto, ambientato in un ospedale di Pittsburgh, con un altro medico al centro della storia: il dottor Robby. Nel marzo 2024, la Warner Bros ha annunciato un accordo per distribuire The Pitt in streaming. Gli eredi di Crichton hanno fatto causa allo studio, a Wyle, Wells e Gemmill per violazione contrattuale, sostenendo che The Pitt è solo Er con un altro nome. La causa è ancora in corso.
Lavoro da ambasciatore
Con The Pitt, Wyle ha intercettato di nuovo lo spirito del tempo. Ognuno dei quindici episodi della prima stagione ha superato i 21 milioni di spettatori, una cifra enorme nell’universo dello streaming. Come ai tempi di Er è stato ospite dei talk show serali, dei programmi mattutini e delle trasmissioni radiofoniche. Invece di vendere le sue figurine dei Dodgers, la scorsa stagione è stato invitato dalla squadra a lanciare la palla di inizio partita. Per la prima volta dopo ventisei anni, è stato candidato a un Emmy. E stavolta ha vinto. Ha ritirato il premio indossando uno smoking su misura firmato Figs, un’azienda che produce divise mediche, e nel suo discorso ha dedicato il riconoscimento agli operatori sanitari: “E soprattutto, a chi sta cominciando il turno stasera o lo sta finendo adesso: grazie di fare questo lavoro. Questo è per voi”.
È impossibile esagerare quanto Wyle ami gli operatori sanitari e quanto loro ricambino. Appena può, nei ritagli di tempo tra gli impegni televisivi ufficiali, si dedica a quello che chiama il suo “lavoro da ambasciatore”: visite agli ospedali, attività per mettere pressione al congresso sulla riforma della sanità o interventi a convegni nazionali di medici.
Wyle e i suoi collaboratori hanno realizzato la prima stagione di The Pitt senza sapere se avrebbe trovato un pubblico
Di recente l’ho seguito mentre svolgeva uno di questi incarichi a Pittsburgh. Erano passate 36 ore dalla sua notte trionfale agli Emmy. La serie aveva vinto non solo il premio per il miglior attore protagonista in una serie, con Wyle, ma anche quello per la miglior attrice non protagonista, con LaNasa, e, colpo di scena, quello per la miglior serie drammatica.
Wyle stava percorrendo i corridoi dell’Allegheny general, il vero ospedale che ha ispirato quello di The Pitt. L’edificio centrale è magnifico: un grattacielo art déco costruito quasi cento anni fa, quando la città era ricca e gli ospedali erano templi sacri della salute pubblica. Nei corridoi del pronto soccorso, sotto luci abbaglianti, Wyle era assediato. Come la Beatlemania, ma al posto delle adolescenti in calzettoni i fan erano operatori sanitari in camice. Tutti volevano una foto. Lui posava con studenti d’infermieristica e medici dal volto segnato. È stato accompagnato nella stanza di una paziente per salutarla e, nel momento in cui è entrato, il monitor cardiaco è impazzito. Wyle è rimasto con lei, parlando a bassa voce, finché il battito non si è calmato.
I dipendenti dell’ospedale che quel giorno erano di riposo videochiamavano per salutarlo. I medici mostravano i cellulari per presentargli i familiari. Wyle fingeva di abbracciare le persone attraverso lo schermo. A un certo punto qualcuno ha detto qualcosa che lo ha commosso.
Quando ha incontrato uno specializzando del primo anno, Wyle si è avvicinato. “Come va?” ha chiesto, con aria complice. “Si va avanti”, ha risposto il ragazzo.
Wyle ha firmato ricettari e il retro del camice di qualcuno. Le persone lo ringraziavano per il discorso agli Emmy e si complimentavano per il realismo di The Pitt. “Sono un infermiere di terapia intensiva”, ha detto un uomo. “Avete fatto un lavoro incredibile”.
Wyle e i suoi collaboratori hanno realizzato la prima stagione di The Pitt senza sapere se avrebbe trovato un pubblico. Oggi gli attori sono fermati per strada, spesso da operatori sanitari riconoscenti. La gratitudine è particolarmente intensa in questo momento, vista la condizione drammatica in cui si pone il sistema sanitario del paese. Negli anni novanta, quando Wyle girava Er, le cose erano già difficili. Ma oggi, tra scettici sui vaccini, focolai di morbillo, premi assicurativi alle stelle, fondi d’investimento che smantellano gli ospedali, la situazione è diventata insostenibile. Il sistema immunitario statunitense è compromesso. I suoi guaritori hanno bisogno di essere curati. Ed è anche questa la missione di The Pitt.
La seconda stagione è stata confermata quando la prima non aveva ancora finito di andare in onda. Nei corridoi dell’Allegheny General, in molti offrivano a Wyle idee e suggerimenti per i nuovi episodi.
Come la prima, anche la seconda stagione di The Pitt si svolge nell’arco di un solo giorno, il 4 luglio, circa dieci mesi dopo. Come nella prima stagione, molte forze convergono in quelle quindici ore. Incontriamo un gruppo di nuovi studenti di medicina, oltre a una nuova dottoressa entusiasta dell’intelligenza artificiale. Frank Langdon, il medico licenziato nella prima stagione per aver rubato dei farmaci, torna dopo la riabilitazione. L’infermiera Dana è di nuovo al suo posto a coordinare il reparto. Il dottor Robby, intanto, sta per prendersi una pausa. Il 4 luglio è il suo ultimo giorno prima di un congedo sabbatico di tre mesi, durante il quale, scopriamo, ha in programma di attraversare il Nordamerica in motocicletta.
Quel viaggio, come prevedibile, crea apprensione tra i colleghi. Sanno bene come sono gli incidenti in moto. Ma Robby insiste: andrà tutto bene. In uno dei primi episodi, come previsto, arriva un paziente ferito dopo un incidente. L’uomo non indossava il casco, cosa che in Pennsylvania è permessa, purché siano rispettati determinati requisiti di sicurezza. Tutti gli sguardi si posano sul dottor Robby, che assicura ai colleghi di portare sempre il casco. Ma la sensazione di pericolo rimane. È evidente che, dietro i suoi occhi tormentati, Robby stia cercando di tenere insieme un equilibrio impossibile: salute pubblica, rischio privato.
Luci soffuse
Ho incontrato Wyle a cena in una storica steakhouse di Los Angeles. Quando sono arrivato, era seduto al bancone con un cocktail, mentre leggeva un libro. Gli piace questo posto, mi ha detto, per molte ragioni, una è la luce: soffusa, bassa, d’ambiente. È questo il tipo di illuminazione che usa anche nel suo camerino di The Pitt: tre lampade, tutte piuttosto tenui.
Ogni mattina si sveglia alle 5.30 per arrivare sul set in anticipo e passare mezz’ora da solo, immergendosi in quella luce morbida e guardando qualche minuto di un vecchio film. L’obiettivo è trovare la giusta calma da portare con sé nel caos del set. Così, quando diventa il dottor Robby, può essere totalmente rilassato. Più che un attore che recita le battute di un copione, è un essere umano pienamente presente, che assorbe ciò che gli succede intorno e poi sceglie di reagire in un modo che, guarda caso, coincide con le parole della sceneggiatura.
Robby è ammirevole, sotto certi aspetti, ma è anche disturbato e autodistruttivo. Ha visto troppo, ha ingoiato troppo, ha negato troppo
La recitazione di Wyle è molto naturale e studiata allo stesso tempo. Si prepara in modo ossessivo così, nel momento decisivo, reagisce senza sforzo. È un perfezionista: prima di girare The Pitt, voleva capire cosa significasse restare in piedi per quindici ore di fila, così l’ha fatto, più volte; e mentre cominciava a sentire dolore, osservava la propria stanchezza, prendendo appunti mentali sulle tensioni muscolari, su come stava. A metà turno, mi ha spiegato, Robby si strofina più spesso la barba, poi il collo. Verso la fine, entrambe le mani finiscono sulla testa. “La tiene come se stesse per staccarsi”, ha detto.
Gemmill, il produttore, lavora con Wyle dai tempi di Er e mi ha confessato di essere rimasto sorpreso da come si è evoluta la sua recitazione. “Sapevo che era bravo”, ha detto. “Non sapevo che fosse straordinario”. Quando gli ho chiesto quale momento lo avesse colpito di più, Gemmill non ha citato le scene più eclatanti: il crollo nervoso di Robby nell’episodio 13, il discorso in lacrime alla squadra alla fine del turno. Ha elencato dettagli minuscoli, verbali e non, che si accumulano con discrezione nella performance di Wyle: gesti, posture, sguardi che messi insieme costruiscono l’atmosfera di The Pitt.
A cena, a tu per tu, Wyle era diverso da come me lo aspettavo. Sul set, interagendo con i colleghi, sembrava praticamente il dottor Robby: carismatico, rilassato, accogliente. In privato Wyle possiede queste qualità, ma oscurate da altro. È analitico, riflessivo, a volte quasi dolorosamente consapevole di sé. Sembra attraversato da un flusso continuo di pensieri. Legge costantemente, va in terapia ogni settimana e tiene un diario della gratitudine. Ha chiaramente passato molto tempo a riflettere sulle complessità dell’essere intervistato. Vuole essere visto, ma è prudente nel mostrarsi.
Il libro che aveva portato al bar era Barthes di Roland Barthes, molto francese, molto intellettuale, sull’impossibilità di descrivere se stessi. Quando dicevo a qualcuno che stavo scrivendo su The Pitt, mi chiedeva: com’è Noah Wyle di persona? E io rispondevo: simile al dottor Robby, ma con la manopola della “sicurezza di sé” abbassata di qualche tacca e quella della “consapevolezza di sé” a tutto volume. Durante la cena, ho domandato a Wyle cosa si prova a essere intervistato così. “La prima cosa a cui penso”, mi ha detto, “è esattamente ciò con cui sto lottando sul lavoro in questo momento. Cioè: a chi parla Robby? Come si capisce che è sincero? Quando è più sincero?”.
Traumi infantili
Wyle mi ha parlato della sua infanzia. È cresciuto a Hollywood negli anni settanta, circondato dal mondo dello spettacolo ma senza farne mai davvero parte. La strada da scuola a casa passava per Hollywood Boulevard, dove sulla Walk of fame cercava la stella di Noah Beery Jr. e copriva il “Beery Jr.” con il piede, immaginando che ci fosse “Wyle”.
In seconda elementare due traumi segnarono la sua vita. Il primo fu un terribile incidente d’auto, a capodanno, che ferì i genitori e uccise la nonna. Il secondo, poco dopo, fu il divorzio dei suoi.
Wyle era un bambino sensibile. Era legato alla nonna e credeva che il divorzio fosse in qualche modo colpa sua. Ricorda di aver avuto la sensazione che le solide fondamenta della sua vita fossero diventate sabbie mobili. I genitori si preoccuparono così tanto da mandarlo da uno psichiatra infantile. Ricorda di aver pensato, durante una seduta, che i suoi veri sentimenti non fossero abbastanza interessanti, così cominciò a inventare. Raccontò un incubo: era seduto nella sua casetta sull’albero con il cane, disse, quando un masso gigante precipitò giù da una collina e schiacciò la sua casa, uccidendo tutti. Lo psichiatra adorò quella storia.
Era una mente fantasiosa anche fuori dalla terapia. Perché no? Se non ti puoi fidare di nulla, se tutto il mondo è fatto di sabbie mobili, allora tutti mentono sempre, no? “Ero un bambino disonesto”, mi ha raccontato Wyle. “Mentivo molto per attirare l’attenzione”.
Gli ho chiesto se dice ancora bugie. “Provo a non farlo. Non ho più motivo. Anzi, semmai, ora sono patologicamente onesto. Sono un libro aperto. Una specie di penitenza”.
Il dottor Robby, ha spiegato, esprime un nuovo livello di trasparenza nel suo lavoro. È il personaggio più vicino a lui che abbia mai interpretato. Perfino il cognome Robinavitch deriva dalla sua genealogia: una stirpe di anarchici ebrei russi emigrati negli Stati Uniti nell’ottocento. Robby porta gli stessi occhiali di Wyle e ha lo stesso portafoglio. The Pitt è ambientato a Pittsburgh anche perché è dove si sono conosciuti i suoi genitori.
“Lo sento davvero nelle viscere”, mi ha detto. “Perché in questa serie non c’è artificio. Non c’è filtro su quell’obiettivo. Nessuna luce bella. È una rappresentazione nuda di ciò che è, forse, la realtà. Quindi più realtà porto, più risulta autentica”.
A un certo punto mi sono alzato per andare in bagno. D’impulso, quasi per scherzo, ho avvisato Wyle che avrei lasciato il registratore acceso, così avrebbe potuto dire qualcosa mentre non c’ero.
◆ 1971 Noah Wyle nasce a Los Angeles, negli Stati Uniti.
◆ 1989 Dopo essersi trasferito a Hollywood, comincia a prendere lezioni di recitazione.
◆ 1991 Esce il suo primo film, Cuori incrociati di Michael Bortman.
◆ 1993 Viene scelto per interpretare John Carter nella serie Er.
◆ 2025 Esce la prima stagione di The Pitt, che agli Emmy viene premiata come miglior serie drammatica, mentre Wyle come miglior attore protagonista.
Più tardi, riascoltando la registrazione, ho scoperto che l’aveva fatto. Spiegava che stava apprezzando la nostra conversazione e che sua moglie avrebbe disapprovato il fatto che bevesse un secondo Manhattan. Poi ha cominciato a parlare di un grande attore della Hollywood classica, Sterling Hayden, ricordato soprattutto per il ruolo del generale Jack D. Ripper, l’amante di sigari che scatena la guerra nucleare nel Dottor Stranamore. Hayden, mi raccontava Wyle, era un uomo imponente, un eroe d’azione. A metà carriera scrisse una biografia, Wanderer (Spirito libero). “Per tutta la sua vita professionale”, diceva Wyle, “è stato perseguitato dalla sindrome dell’impostore. Sono rimasto colpito dalla dicotomia tra il suo fisico e il suo mondo emotivo interiore”. Era questo, continuava, ciò a cui stava pensando quando l’avevo definito carismatico.
Tutto il peso
Wyle vuole che gli spettatori capiscano che il dottor Robby non è solo una sorgente continua di carisma. Non è una caricatura edificante. Robby è ammirevole, sotto certi aspetti, ma è anche disturbato e autodistruttivo. Ha visto troppo, ha ingoiato troppo, ha negato troppo. È perseguitato dallo stress post-traumatico legato al covid e, sebbene sia incredibilmente attento rispetto ai problemi degli altri, è cieco di fronte ai propri. Le sue qualità migliori, la disinvoltura, la sicurezza, l’equilibrio sono spesso un modo per nascondere la verità a se stesso. Sta cercando di reggere tutto il peso di un sistema sanitario al collasso. È un gesto nobile, ma anche autocompiacimento: un bene pubblico che finisce per coincidere con le sue patologie private.
Il dottor Robby mette in scena un uomo che ha tutto sotto controllo. E Wyle mette in scena quella performance, e al tempo stesso la propria performance di quella performance, in un gioco di livelli difficile da decifrare.
Gli ho chiesto che effetto facesse camminare in quell’ospedale di Pittsburgh, essere al centro di tanta attenzione e ammirazione. “Non voglio sembrare ingrato”, ha detto. “Ma io quei momenti non me li godo. Non so nemmeno se riuscirei a farlo”. Mi ha raccontato che, ai tempi di Er, cercava di fare “l’uomo qualunque”, nonostante la fama. Oggi però, considerando quanto il dottor Robby significhi per chi lavora nella sanità, questo atteggiamento non gli sembra più giusto. Vuole onorare quell’affetto. Ma può essere destabilizzante. “Nel migliore dei casi, riesco a riconoscerlo e ad apprezzarlo”, ha detto. “Nel peggiore, mi viene voglia di fare qualcosa di autodistruttivo, di sottrarmi a quella pressione”.
Questo ci riporta al dottor Robby e alla sua motocicletta. Anzi, al dottor Robby e al suo casco. Quel casco è stato oggetto di un dibattito tra gli autori di The Pitt. L’idea era di aprire la seconda stagione con un’inquadratura di Robby che arriva in ospedale in moto. E Wyle era convinto che il personaggio non dovesse indossare il casco. Così, più avanti, quando lo vedremo dire ai colleghi che lo indossa, capiremo subito che sta mentendo.
Ma non tutti erano d’accordo. In parte per una questione etica: per molti spettatori, Robby è un eroe puro, di certo imperfetto, ma esemplare. Era giusto aprire la nuova stagione con un’inquadratura di questo eroe mentre compie un gesto pericoloso? Anche se quel gesto avrebbe avuto senso più avanti nella stagione, non era così che la maggior parte delle persone guardava la serie.
Wyle riconosceva tutto ciò, ma era irremovibile. “Ho creato un personaggio amato da tanti”, ha detto. “E voglio giocare con quel sentimento”. Pensava a Gene Wilder, che accettò d’interpretare Willy Wonka in Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato solo dopo aver aggiunto un piccolo gesto personale: quando Wonka appare per la prima volta, scende i gradini della fabbrica barcollando. Poi, all’improvviso, fa un salto mortale. Da lì in poi, lo spettatore capisce che non ci si può più fidare di lui.
A Pittsburgh, il giorno dopo la visita di Wyle all’ospedale, la produzione era pronta per girare le scene in moto. Non avevano ancora preso una decisione sul casco. Alla fine hanno girato entrambe le versioni: con casco e senza. La scelta definitiva sarebbe arrivata.
Mesi dopo, quando mi sono finalmente seduto a guardare la nuova stagione di The Pitt, ero curioso di scoprire quale versione avesse avuto la meglio. Il primo episodio si apre con panoramiche classiche: grattacieli, fiume, stadio di baseball. Poi, ecco Robby in moto che sfreccia su uno dei ponti gialli della città. Come al solito, è molto cool. Ha gli occhiali da sole. I capelli spettinati volano liberi al vento. Non porta il casco. ◆ svb
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Questo articolo è uscito sul numero 1651 di Internazionale, a pagina 58. Compra questo numero | Abbonati