Nella scena d’apertura di Sirāt, thriller esistenziale di Óliver Laxe, una folla di festaioli allestisce un sound system preparandosi per un rave nel deserto meridionale del Marocco, dove s’incrociano i percorsi dei protagonisti del film. Laxe spiega che i raver che vediamo nel film non sono semplici comparse. Molti erano veterani arrivati a quel festival improvvisato da ogni angolo d’Europa. Uno dei dj, Sebastian Vaughan aka 69db, aveva fatto parte del collettivo britannico Spiral Tribe, pioniere del “free party” anni novanta.
“Nei film di solito la realtà si adatta alle regole del cinema”, dice il regista franco-spagnolo. “Noi abbiamo fatto il contrario. Abbiamo adattato il cinema alla realtà”. Laxe ricorda che i raver, discutendo con lui sul modo migliore di essere rappresentati, gli hanno detto che la musica non doveva fermarsi per tre giorni. “L’idea ci è piaciuta molto”.
Road movie metafisico
Sirāt promette di essere uno dei film indipendenti più amati dell’anno. Dopo aver vinto il premio della giuria a Cannes nel 2025, ha buone probabilità di prendersi un Oscar o due a marzo (è candidato in cinque categorie, inclusa quella per il miglior film straniero). In superficie il film di Laxe è un road movie che racconta la storia di una piccola unità familiare – papà Luis, suo figlio Esteban e il loro cane Pipa – alla ricerca di Mar, la figlia scomparsa. La loro missione si complica quando la radio annuncia lo scoppio di un conflitto armato con un non meglio specificato paese vicino. A quel punto l’esercito si presenta nel deserto per interrompere il festival. La ricerca di Mar scivola in secondo piano, mentre la cultura dei rave emerge insieme al suo profondo significato metafisico.
In passato molti film hanno provato a esplorare la cultura della musica dance, con vari gradi di successo: il dramma di formazione britannico Beats, il racconto del “french touch” in Eden di Mia Hansen-Løve o All these sleepless nights, docu-fiction di Michał Marczak ambientata a Varsavia. Quello che distingue Sirāt dai precedenti è il fatto che Laxe interpreta il rave e la dissoluzione dell’ego associata a esso come un confronto con la mortalità. “La morte sulla pista da ballo è considerata mitologica”, spiega il regista, che pratica il sufismo e studia la psicoterapia della gestalt.
Il modo insolito con cui mostra la morte di alcuni personaggi è fondamentale per capire perché Sirāt sta diventando un film di culto. Tuttavia il regista ribadisce che le sue intenzioni sono tutt’altro che crudeli. Laxe allude alla pratica spirituale del separarsi dai beni materiali e dal falso sé per ottenere una vera liberazione. “È un meccanismo che si ripresenta al centro di tutte le culture: l’eroe che trascende l’idea della propria morte”, spiega il regista facendo riferimento agli studi di Joseph Campbell. “L’eroe sa che la sua morte non è la fine di nulla, ma una porta verso l’eternità. È una morte trionfale”. In questo senso Sirāt è sostanzialmente l’interpretazione molto personale di Laxe del viaggio dell’eroe, un archetipo narrativo universale.
La poesia di Rumi è un’altra della molte fonti di ispirazione di Laxe. Il mistico sufi del tredicesimo secolo invitava a danzare “quando sei aperto dalla ferita” e “nel tuo sangue”, un approccio presente nella lettura dei rave e della psichedelia come strumenti di un rito estatico nel contesto delle sofferenze della vita. “Come autore vorrei evocare la trascendenza”, spiega Laxe. “Anche i disastri, gli ostacoli e le tragedie, anche le cose peggiori che possano capitarvi sono un dono, in un certo senso. Dev’essere così. A un certo punto bisogna soffrire, ma credo che in questo percorso si possa trovare serenità”.
Il regista ha ingaggiato intenzionalmente attori non professionisti con disabilità – Tonin Janvier (Tonin) ha una protesi alla gamba, Richard Bellamy (Bigui) non ha una mano e altri mostrano cicatrici evidenti – per esternare le imperfezioni emotive delle persone che cercano conforto nella pista da ballo.
Secondo lui i rave sono unici perché consentono forme di espressione disinibite e anche estreme. “Puoi urlare, piangere, buttarti per terra”, spiega. “A un certo punto vedi te stesso e la costruzione del tuo ego, vedi quanto sei finto, vedi la tua personalità, che non è la tua essenza. In quel momento arrivano il battito, la spinta, la musica. È come se ti sollevassero. Quando atterri è come una celebrazione delle tue ferite”.
Scultore del suono
Nel film nessuna delle riflessioni spirituali di Laxe avrebbe potuto emergere senza la straordinaria colonna sonora. Il regista si è affidato a uno dei produttori più rispettati della scena elettronica, David Letellier, aka Kangding Ray.
Francese trapiantato a Berlino, Letellier ha lavorato con la leggendaria etichetta sperimentale Raster-Noton e si esibisce regolarmente come dj nei templi della techno come il Berghain e il Tresor. Ma è convinto che la musica elettronica contemporanea abbia abbandonato le sue radici nelle subculture diy e queer per essere “cooptata dalle grandi aziende”, trasformandosi in uno stile di vita preconfezionato e promosso dai social network. Letellier rimpiange “la solidarietà, la resistenza, l’anti-autoritarismo e il carattere antisistema che un tempo erano alla base della techno”.
Laxe lo ha contattato dopo aver scoperto la sua traccia del 2014 intitolata Amber decay, per poi passare cinque giorni insieme a lui a Berlino ascoltando di tutto, da Steve Reich alla Detroit techno. Durante la produzione della colonna sonora di Sirāt, Letellier si è rintanato nel suo studio, chiuso dietro un muro di sintetizzatori modulari e ha passato giorni ad abbinare i suoni al dolore, alla disperazione e alla rabbia mostrati sullo schermo da Laxe.
Il dj afferma che il suo lavoro per il film è stato più simile a quello di uno scultore che a quello di un compositore che assembla note. “Prendo i suoni, li incido, li lucido, li taglio, li distruggo, li faccio esplodere”, spiega. Il risultato finale è una colonna sonora che sembra pian piano disintegrarsi, passando dall’elettronica viscerale ai rumori d’ambiente oscuri e scheletrici.
Nella seconda metà del film, il personaggio di Luis deve affrontare un’improvvisa e devastante svolta nella sua vita. Mentre un beat techno ronza in sottofondo, l’uomo si guarda intorno in uno stato di resa e alza le mani al cielo. In un momento di crisi, trova sollievo nell’atto di ballare. “Il corpo ricorda il dolore, il tuo dolore, il dolore del bambino, il trauma del bambino”, spiega Laxe. “Ma anche il dolore del tuo lignaggio, della tua famiglia, il dolore del mondo”. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1652 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati