Correva l’anno 2018 e all’epoca non si poteva parlare d’altro. Black Panther, il diciottesimo film di quel colosso sbanca-botteghino e colonizzatore di culture noto come Marvel cinematic universe, aveva colpito molto più in alto dei precedenti. Quello strano film afro-futurista, diretto da Ryan Coogler, aveva battuto vari record, con un incasso globale di 1,3 miliardi di dollari. E nel farlo era rapidamente diventato una pietra di paragone culturale. L’Africa era al centro dell’attenzione. Il film aveva osato immaginare un ipotetico regno non toccato dall’imperialismo occidentale. L’abbagliante esposizione d’eccellenza nera, sullo schermo e fuori, era stata salutata come un importante nuovo capitolo della battaglia in corso per una rappresentazione positiva delle culture africane.

Per quanto riguarda la percezione sulla scena mondiale dell’Africa e della sua diaspora, la cosa aveva assunto i contorni di un momento di svolta: c’era un prima e un dopo Black Panther, un film che segnava una nuova e luminosa era per il cinema e la cultura popolare africane.

Grande responsabilità

A posteriori, può sembrare una responsabilità eccessiva per quello che rimane, essenzialmente, un successo holly­woodiano. Ma a quattro anni di distanza, mentre il mondo si prepara a esplorare di nuovo il regno di Wakanda nel sequel Black Panther. Wakanda forever, è il momento di riesaminare l’impatto di quel primo film sull’architettura culturale e l’industria dello spettacolo del continente africano.

Il regista nigeriano Kenneth Gyang ritiene che Black Panter abbia avuto un effetto positivo in particolare a Nolly­wood, dove è attiva la sua casa di produzione Cinema Kpatakpata. Una prova inequivocabile arriva dal botteghino. Quest’anno i film di maggior successo nei cinema nigeriani sono l’intricato thriller Brotherhood e King of thieves, film epico in costume, ambizioso ma imperfetto. Entrambi si discostano dalle commedie che solitamente dominano la scena. Dopo il successo della commedia romantica The wedding party, nel 2016, e del suo seguito, uscito l’anno successivo, i produttori esitavano a investire grandi somme su film che non garantivano incassi sicuri. Poi c’è stata Wakanda. Racconta Gyang: “Black Panther ha mostrato che storie afrocentriche possono generare grandi profitti. Nollywood oggi sa che possiamo esportare le nostre culture grazie a storie universali e raffinate, con produzioni di alto livello. C’è meno paura di rischiare. Questo aiuta i registi a raccontare le storie che gli stanno a cuore, con investimenti adeguati”.

Da Nollywood a Hollywood, dai fumetti alla tv, Black Panther potrebbe aver contribuito a rivitalizzare un’ondata di narrazioni incentrate sulle culture dell’Africa e sulle sue diaspore. La Disney ha annunciato una collaborazione con la Kugali, una società panafricana d’intrattenimento e fumetti, per la creazione di Iwájú, una serie animata di fantascienza, ambientata in una Lagos futuristica. Cartoon Network (cioè la Warner Bros) sta realizzando un adattamento animato di Iyanu: child of wonder, una graphic novel di Roye Okupe che affonda le sue radici nella cultura yoruba. E lo studio Emagine Content di Los Angeles ha firmato un contratto con la nigeriana Vortex Corp per adattare le storie di supereroi africani e i fumetti fantasy che fanno parte del suo catalogo e proporli al cinema e in tv. Si fa fatica a credere che tutto questo sarebbe potuto avvenire senza Black Panther.

Ancora più diretto è il legame con il film The woman king, con Viola Davis, e centrato sulle guerriere agojie. È a queste guerriere, realmente esistite, che s’ispiravano le dora milaje di Black Panther.

Black Panther. Wakanda forever (Marvel studios)

Damilare Akintunde, un giornalista che conosce bene l’industria cinematografica e scrive sulla piattaforma Shock, è d’accordo che il film sia stato “una benedizione” per i creativi africani. “Black Panther è un punto di riferimento culturale ed economico da cui si può partire quando si presenta un progetto. Il suo successo dimostra che delle storie africane possono fare soldi. E a tutti piacciono le storie che portano denaro”.

Per la produttrice Oge Obasi, il cui prossimo film Mami Wata è ispirato al mito di uno spirito marino, questo interesse per l’Africa contrasta con la fissazione di Hollywood per prequel e sequel: “Anche se si potrebbe dire che Black Panther sia stato girato con una prospettiva occidentale, rappresenta una minima frazione delle storie che si tramandano in Africa. Dobbiamo sfruttare l’opportunità che quel film ci ha offerto per raccontare queste altre storie, pervase di cultura, mitologia e spiritualità”.

Opportunismo e opportunità

Non tutti sono però d’accordo con quest’idea di una “panacea nera”. Secondo la regista Nyambura Waruingi attribuire al film un aumento vertiginoso di opportunità creative per i registi africani è una forzatura. “Non vedo come Black Panther possa aver creato delle opportunità nel settore cinematografico del
Kenya. Forse in Sudafrica”.

Con Wakanda forever, ripensato dopo la morte improvvisa del protagonista Chadwick Boseman, la saga continua a fornire una rappresentazione non convenzionale dell’Africa e della sua diaspora. E sono affascinanti anche i tentativi di costruire ponti e rinnovare legami all’interno di entrambe le comunità. La colonna sonora, per esempio: per il film la superstar Rihanna, nata alle Barbados, è tornata in sala di registrazione dopo sei anni di assenza, creando una ballata a cui hanno collaborato Tems, star nigeriana dell’afrobeats (e forse non è una coincidenza che il successo globale dell’afro­beats sia arrivato dopo il successo di Black Panther). Alle musiche del film hanno partecipato altri artisti africani, come Sampa the Great, Rema e Amaarae.

L’Africa sembra essere presente in maniera più marcata nel lancio di Wakanda forever. Lagos ha ospitato una grande anteprima del film, a cui hanno preso parte il regista e alcune star. Potrebbe trattarsi di una mossa opportunistica: il mercato africano è poco sfruttato, quindi è un’ottima opportunità di crescita per la Disney. E tutto questo potrebbe rientrare in una più ampia e preoccupante tendenza a integrare la cultura africana in una narrativa nera globale da cui l’Africa raramente trae beneficio (Black is king di Beyoncé ne è un ottimo esempio).

Ma gli ottimisti magari la vedono diversamente, osservando come le economie creative del continente sono stimolate e promosse sulla scena globale.

Qualunque sia la verità, si tratta di un fenomeno che sta effettivamente avvenendo. Il paesaggio creativo africano non sarà mai più lo stesso. È proprio il caso di dire: “Wakanda forever”. ◆ ff

Questo articolo è uscito sul numero 1486 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati