Il Regno Unito decide se restare nell’Unione europea

Il primo ministro britannico David Cameron arriva al vertice per discutere della questione Brexit, a Bruxelles, il 18 febbraio 2016.

Perché i mercati temono l’uscita di Londra dall’Unione europea

Il primo ministro britannico David Cameron arriva al vertice per discutere della questione Brexit, a Bruxelles, il 18 febbraio 2016.
18 febbraio 2016 15:43

Al vertice del Consiglio europeo del 18 e 19 febbraio il Regno Unito probabilmente raggiungerà un accordo per rinegoziare i termini della sua permanenza nell’Ue, aprendo così la strada a un referendum per il mese di giugno.

Tutto questo è bastato per innervosire i mercati in vista della possibile Brexit, cioè l’uscita del paese dall’Ue. Quest’anno la sterlina è rimasta sempre molto debole, soprattutto nei giorni in cui i sondaggi davano il fronte euroscettico in vantaggio. La debolezza della moneta non è dovuta solo al calo delle aspettative su un rialzo del tasso di interesse da parte della Banca d’Inghilterra; la sterlina è scesa sia rispetto all’euro sia rispetto al dollaro, anche se la Banca centrale europea ha lasciato intendere che adotterà una politica monetaria più espansiva.

L’alternativa irlandese

Agli investitori non piace l’incertezza. Pochi mesi fa erano abbastanza fiduciosi che il Regno Unito avrebbe votato per restare nell’Ue; oggi lo sono molto meno. Per i bookmakers di Paddy Power le probabilità di una Brexit sono intorno al 30 per cento.

E l’incertezza sulle prospettive economiche non potrà che aumentare dopo un eventuale vittoria di chi vuole uscire dall’Ue. A quel punto sarebbe necessaria una rinegoziazione totale dei rapporti tra Regno Unito e Ue, un processo che potrebbe durare due anni. Secondo i sostenitori della Brexit, le autorità di Bruxelles avrebbero ogni ragione di assicurare la continuità dei flussi di beni e servizi, dato che il resto dell’Ue vanta un surplus commerciale nei confronti di Londra. Gli oppositori, da parte loro, fanno notare che la Ue potrebbe imporre condizioni più dure per scoraggiare gli altri paesi dal seguire la stessa strada. La Norvegia e la Svizzera hanno accordi commerciali con l’Ue ma in cambio si impegnano a favorire la libera circolazione dei lavoratori; se lo scopo della Brexit è dare una stretta sull’immigrazione, è difficile pensare che Londra accetti un accordo simile.

Anche se gli euroscettici liquidano questi timori come allarmismo, molti strateghi pensano che la Brexit avrebbe conseguenze negative

Un altro timore è che in caso di uscita dall’Ue le aziende straniere possano essere meno disposte a investire nel Regno Unito, che a quel punto avrebbe un accesso più limitato al mercato unico. Londra sfrutta il vantaggio di essere una base anglofona all’interno dell’Ue, ma l’Irlanda sarebbe un’ottima alternativa, con tasse sui profitti bassissimi.

Un tema a parte è il ruolo del settore dei servizi finanziari. Londra è di fatto il centro finanziario d’Europa, ma gli altri paesi potrebbero opporsi al mantenimento dello status quo in caso di una sua uscita dall’Ue. In particolare, l’eurozona potrebbe chiedere che tutte le transazioni denominate in euro non siano più compensate a Londra; l’Hsbc ha già fatto capire che dovrà spostare un migliaio di dipendenti sul continente in caso di Brexit. Poi c’è la questione della Scozia; se gli scozzesi voteranno per restare nell’Ue e il resto del paese opterà per l’uscita, le rivendicazioni per l’indipendenza della Scozia prenderanno ulteriore slancio.

Tutti questi fattori spingono alcuni economisti a ritenere che la Brexit avrebbe conseguenze significative. Secondo Citigroup l’effetto cumulato sarebbe un calo del pil del 4 per cento in tre anni. La banca tedesca Berenberg sostiene che il contraccolpo in termini di fiducia dei consumatori e delle imprese potrebbe addirittura scatenare una recessione. Sia la Goldman Sachs sia Marc Chandler, esperto di strategia valutaria della Brown Brothers Harriman, ritengono che la sterlina potrebbe scendere a 1,15-1,20 dollari per effetto di una fuga di capitali. Tutto questo avrebbe ripercussioni sull’inflazione e sulla politica monetaria.

Anche se gli euroscettici liquidano questi timori come allarmismo, molti strateghi pensano che le conseguenze di una Brexit sarebbero negative. Questo, probabilmente, si tradurrà in una maggiore incertezza man mano che si avvicina il referendum, soprattutto se i sondaggi continuano a restare in bilico.

(Traduzione di Fabrizio Saulini)

Questo articolo di Buttonwood è stato pubblicato dal settimanale britannico The Economist.

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