01 giugno 2017 18:00

Mentre il leader del mondo libero duettava con i principi arabi e attaccava l’antico nemico persiano, dall’altra parte del golfo gli elettori iraniani danzavano in nome della distensione. Uomini e donne hanno riempito le strade del paese, festeggiando per tutta la notte la rielezione del presidente Hassan Rohani. Celebravano la sua idea di apertura all’occidente e il suo successo contro gli isolazionisti e i conservatori, rappresentati da Ebrahim Raisi, che il 19 maggio ha ottenuto solo il 38 per cento dei voti contro il 57 per cento di Rohani. Nelle elezioni locali avvenute lo stesso giorno, i conservatori sono stati battuti in tutti e 21 i seggi di Teheran.

La sconfitta è un concetto sempre più familiare per i conservatori. L’ultima volta che hanno vinto è stato alle elezioni parlamentari del 2012, vittoria che devono al boicottaggio di massa dei riformisti. Questa volta i conservatori hanno fatto campagna elettorale in modo particolarmente intenso perché sapevano che non si trattava solo di scegliere il presidente ma anche, forse, la prossima guida suprema (una carica ben più potente). L’attuale, l’ayatollah Ali Khamenei, ha 77 anni. Questa campagna presidenziale potrebbe essere la sua ultima. Formalmente, l’assemblea degli esperti seleziona un successore tra i suoi 88 studiosi musulmani. Ma l’ultima volta che è successo, nel 1989, ha scelto l’allora presidente. “Il voto non riguarda solo i prossimi quattro anni di presidenza”, dice un confidente di Khamenei. “Si tratta dei futuri quarant’anni dell’Iran”.

Superando le divisioni del passato, i conservatori si sono uniti dietro un singolo candidato. Hanno organizzato dei raduni con i basij, la loro milizia giovanile, e hanno brandito per aria le bandiere di Hezbollah. Rohani si è guadagnato il voto mostrandosi più liberale. Negli ultimi giorni della sua campagna elettorale ha dato una strigliata ai fanatici religiosi. Aveva bisogno di una vittoria decisa, ha detto agli elettori, per promuovere le libertà civili e affinché le guardie della rivoluzione, il sistema giudiziario, i mezzi d’informazione di stato, le associazioni religiose e tutti coloro che “sono una vergogna per la libertà” rendano conto del loro operato. I conservatori pii, ha detto, hanno “solo giustiziato e imprigionato, tagliato le lingue e cucito le bocche”. Questo messaggio ha vinto. Ha conquistato più voti di qualsiasi altro presidente (se si ignorano i brogli elettorali del 2009): circa cinque milioni in più rispetto a quelli vinti nel 2013.

Khamenei sarebbe stato più felice se Rohani avesse vinto con una maggioranza meno schiacciante

Rohani rispetterà le sue promesse? A poche ore dalla sua vittoria, i riformisti che erano stati arrestati durante la corsa per le presidenziali sono stati scarcerati. I suoi consiglieri hanno inoltre predetto che Rohani nominerà la sua prima ministra donna, e forse anche un sunnita che sarebbe il primo nella storia della repubblica islamica. Potrebbero avvenire cambiamenti ancora più radicali. Certamente Khamenei sarebbe stato più felice se Rohani avesse vinto con una maggioranza meno schiacciante.

Ma se Rohani ambisce ad andare oltre la presidenza, avrà anche bisogno del supporto dello stato profondo. Avendo rinnovato il suo mandato giocando a fare il radicale, Rohani è un politico troppo astuto per non sapere come tornare a fare il clericale fedele. I suoi consiglieri stanno già citando le sue credenziali: vicecomandante dell’esercito nella guerra Iran-Iraq, segretario per sedici anni del consiglio di sicurezza nazionale, di cui è divenuto capo quando è divenuto presidente. In uno dei suoi primi discorsi postelezioni ha incitato l’Iran a fare più test di lanci missilistici.

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Forse la speranza più grande per i conservatori è Donald Trump. Niente aiuta di più di un vero nemico. Loro si ricordano di come, sei mesi dopo la rielezione di un altro riformista, Mohammad Khatami, l’allora presidente americano, George W. Bush, ha inserito l’Iran nell’“asse del male”. Questo ha innescato un conflitto che ha contribuito nel 2005 all’elezione di Mahmoud Ahmadinejad, indubbiamente un conservatore.

Trump visitando l’Arabia Saudita e Israele, ha promesso un confronto e un “bellissimo equipaggiamento militare” per i rivali regionali dell’Iran. Le sanzioni finanziarie degli Stati Uniti sugli investimenti trattengono i conservatori dal preoccuparsi troppo riguardo un’imminente competizione con l’occidente e il suo soft power. Sperando in dio, dicono, l’economia potrebbe collassare, delle battaglie potrebbero resuscitare il grande satana e quattro anni dopo potrebbero tornare al potere.

(Traduzione di Virginia Pietromarchi)

Questo articolo è stato è stato pubblicato dal settimanale britannico The Economist.