Di questi tempi il commercio globale è scosso da guerre e dazi doganali. Ma a volte le cause possono essere diverse: per esempio un imperativo di ordine morale. Almeno questo è il motivo ufficiale che ha spinto il presidente cinese Xi Jinping a lanciare una crociata contro il consumo di alcolici. Come racconta il Wall Street Journal, tutto è cominciato un anno fa, quando i vertici di Pechino hanno emanato una direttiva che vieta l’alcol agli eventi organizzati dal Partito comunista e dal governo.
Il provvedimento fa parte di una serie di iniziative volte a favorire una maggiore “austerità morale” e frugalità nelle file del partito e nel paese in generale. “Punire ‘l’avidità e la corruzione di mosche e formiche’ (i parassiti della società) e dare alle masse un maggiore senso di soddisfazione”. Con queste parole nel 2023 Xi ha ordinato alla commissione disciplinare del Partito comunista cinese di “frenare la corruzione dal basso”. Nel 2024 gli ispettori hanno punito 530mila persone e hanno avviato azioni penali per sedicimila di loro. Nel 2025 si è arrivati a 889mila.
Nel marzo 2025 la crociata di Xi si è concentrata sul consumo di alcolici. All’inizio qualcuno ha provato ad aggirare il divieto. In occasione di una riunione dei dirigenti del Partito comunista a Xinyang, una città della provincia centro orientale di Henan, durante il pranzo cinque persone hanno bevuto quattro bottiglie di baijiu, un’acquavite estratta dal sorgo. Nelle ore successive uno dei convitati è morto. Il fatto non è sfuggito alla commissione disciplinare, che ha punito una decina di dirigenti, decretando censure, rimozioni e perfino espulsioni.
In seguito Pechino ha deciso un ulteriore giro di vite, aggiungendo il divieto di mangiare piatti gourmet e fumare sigarette ai pranzi ufficiali. Altri provvedimenti hanno proibito allestimenti floreali e scenografie durante i convegni, oltre all’acquisto di attrezzature sfarzose. L’idea alla base di tutto era che “la parsimonia è una virtù”.
Rinunciare e sradicare
La crociata di Xi è un guaio serio anche per le aziende straniere che esportano alcolici nel paese asiatico, in particolare per i produttori di vino, già messi in difficoltà dall’agguerrita concorrenza locale. A dicembre l’australiana Treasury Wine Estates, una delle più grandi del settore, ha dichiarato di avere merce in eccesso nei magazzini cinesi per circa 150 milioni di dollari.
L’azienda ha deciso di ridurre le spedizioni future sul mercato cinese, il più grande e ricco del pianeta (tra il 2000 e il 2017 la quota cinese delle importazioni mondiali di vino è passata dall’1 all’8 per cento). Hanno annunciato forti perdite anche produttori europei come Pernod Ricard e Diageo. La situazione non potrebbe essere peggiore, osserva il Wall Street Journal: ormai la Cina era il mercato di riferimento di molte aziende, visto che nel resto del mondo il consumo di alcolici è in calo.
Nel 2025 le importazioni cinesi di vino sono diminuite dell’11 per cento e valgono la metà di quelle registrate nel 2018, quando raggiunsero il record di tre miliardi di dollari.
La crisi sta spingendo molti produttori a rinunciare alla vendemmia o addirittura a sradicare parte delle proprie viti. L’australiana Borambola, che nel 2019 ricavava il 40 per cento dei suoi utili dalle vendite in Cina, ha deciso che quest’anno non raccoglierà il 30 per cento dell’uva prodotta dai suoi vigneti per risparmiare sul costo del lavoro.
A novembre la Riverland Wine, un’associazione di viticoltori del sud dell’Australia, ha lanciato un appello alle autorità sottolineando che a causa dei problemi sul mercato cinese il prezzo del vitigno Shiraz è sceso di più di due terzi dal 2020. E quest’anno, ha sottolineato, la situazione è destinata a peggiorare.
Tra i produttori danneggiati ci sono anche quelli cileni, californiani e francesi. Le esportazioni della zona di Bordeaux in Cina sono diminuite del 28 per cento nel 2025 e ora sono meno di un quarto di quelle registrate nel 2017, quando il paese asiatico era il mercato principale della regione vinicola francese. In quegli anni i ricchi cinesi avevano comprato circa cento stabilimenti a Bordeaux, e in alcuni casi avevano ribattezzato i vini per renderli più appetibili sul mercato cinese, con nomi come Coniglio imperiale o Antilope tibetana.
Il bando degli alcolici sembra avere effetto anche nella vita di tutti i cinesi, che in genere non rinunciano al vino di qualità durante i banchetti e gli appuntamenti importanti. “Il vino ha perso quell’aura. Non va più di moda ordinarlo”, ha dichiarato al Wall Street Journal Judy Chan, che dirige l’azienda vinicola cinese Grace Vineyards, anche questa in difficoltà da tempo. A dicembre Chan ha venduto la quota di maggioranza al fondatore di una catena di negozi, con la speranza che faccia risalire le vendite.
La vicenda degli alcolici può apparire secondaria rispetto ad altre questioni legate all’economia cinese, ma a mio parere è un’ulteriore dimostrazione del difficile rapporto tra i vertici di Pechino e lo sviluppo del paese. La Cina promuove la crescita e cerca di dominare tutti i settori cruciali dell’economia mondiale, dalle auto all’intelligenza artificiale; ma i suoi obiettivi si scontrano con una realtà difficile da accettare per un governo autoritario: il benessere diffuso favorisce l’emancipazione sociale e l’individualismo, fattori che fanno temere a Pechino di perdere il controllo sulla società.
La Cina accetta il progresso purché non metta in discussione il dominio del Partito comunista. In questo senso il richiamo alla maggiore frugalità e ai valori sani di un tempo è un segnale che bisogna mettere freno ad alcuni “aspetti pericolosi” del progresso. Il consumo dell’alcol è vittima di questa contraddizione.
Questo testo è tratto dalla newsletter Economica.
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