05 luglio 2022 13:22

La settimana scorsa sono arrivate nuove, allucinanti rivelazioni su Donald Trump dalle udienze della commissione della camera che indaga sull’assalto al congresso del 6 gennaio 2021. Leggere i resoconti subito dopo la sentenza della corte suprema sull’aborto, che ha cancellato questo diritto in tutto il paese, fa uno strano effetto. La testimonianza più interessante è quella di Cassidy Hutchinson – assistente del capo dello staff della Casa Bianca nell’ultimo periodo dell’amministrazione Trump – che racconta di un presidente pericoloso, con istinti chiaramente golpisti, ma anche del tutto impotente.

Tra le altre cose, Hutchinson ha confermato che nei momenti in cui era in gioco il destino del paese, nessun funzionario che avesse un minimo di potere faceva quello che Trump gli chiedeva di fare: il 6 gennaio, subito dopo aver tenuto il comizio dal quale è partito il corteo che ha assaltato il campidoglio, il presidente voleva tornare alla manifestazione per guidarla (“sono il cazzo di presidente”, pare abbia urlato al suo staff) e le sue guardie di sicurezza comprensibilmente gliel’hanno impedito (al che Trump avrebbe cercato di prendere per il collo l’autista dall’auto presidenziale, cercando di impossessarsi del volante); ha chiesto di togliere i metal detector dallo spazio dove si teneva il suo comizio pur sapendo (o forse proprio perché lo sapeva) che tra i suoi sostenitori c’era tanta gente armata (dicendo “non sono qui per attaccare me, andranno verso il congresso”). Naturalmente i metal detector sono rimasti dov’erano.

Cos’altro dopo l’aborto?
Tutto questo succedeva dopo mesi in cui Trump aveva cercato inutilmente di convincere i funzionari repubblicani di alcuni stati (per esempio il segretario di stato della Georgia durante quell’assurda telefonata) a falsificare i registri dei voti per farlo vincere, e aveva fatto pressioni sul ministro della giustizia e sul vicepresidente per contestare in tribunale o non ratificare la vittoria di Joe Biden, trovandosi davanti sempre lo stesso muro.

In quelle settimane politici, militari, agenti di sicurezza, burocrati e perfino la figlia, ignorarono completamente i suoi deliri. Constatata questa impotenza, il 6 gennaio 2021 a Trump (sempre stando al racconto di Cassidy Hutchinson) non è rimasto che lanciare un piatto contro una parete della Casa Bianca, imbrattandola di ketchup.

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Eppure la sentenza della corte suprema sull’aborto, arrivata solo quattro giorni prima della testimonianza di Hutchinson, ci dice che Donald Trump potrebbe passare alla storia come uno dei presidenti più influenti degli ultimi decenni. Con un solo mandato la sua amministrazione è riuscita a cambiare la direzione politica che la società americana sembrava destinata a prendere (più diritti, più inclusione, secolarizzazione, più attenzione alla crisi climatica), e questo senza far approvare nessuna grande riforma dal congresso (il suo unico successo legislativo è stata la legge sui tagli fiscali approvata nel 2017).

Ci è riuscito riempiendo la corte suprema di giudici conservatori (ne ha nominati tre, uno più estremista dell’altro: Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett), che negli Stati Uniti di oggi è diventato l’unico modo per realizzare un cambiamento sociale profondo, visto che i partiti non collaborano quasi più su niente e che per superare l’ostruzionismo al senato serve una maggioranza che nessun partito per ora è stato in grado di ottenere. La settimana scorsa parlavo di altre importanti sentenze pronunciate dalla corte suprema che hanno spostato a destra il paese: sono state oscurate poi dal verdetto sull’aborto, che ha cancellato una delle principali conquiste sociali degli ultimi cinquant’anni.

E adesso molte persone temono che la corte possa decidere di colpire altri diritti consolidati, non per isterismo ma perché sono stati gli stessi giudici conservatori, nel motivare la sentenza sull’aborto, a suggerirlo. Samuel Alito, che ha redatto il parere della maggioranza, ha scritto: “La conclusione inevitabile è che il diritto all’aborto non è profondamente radicato nella storia e nelle tradizioni degli Stati Uniti”. Spiegando il loro dissenso, i tre giudici progressisti – Stephen Breyer, Sonia Sotomayor ed Elena Kagan – hanno di fatto accusato i colleghi conservatori di essere disonesti, osservando che la definizione estremamente ristretta di diritti “profondamente radicati” rappresenta una minaccia per tanti altri diritti e libertà: “O la maggioranza non crede davvero nel suo stesso ragionamento. O, se ci crede, tutti i diritti che non esistevano alla metà dell’ottocento sono minacciati”.

Clarence Thomas, un altro dei giudici conservatori, ha espresso il punto di vista più reazionario: ha detto che la corte dovrebbe riconsiderare altri diritti costituzionali che sono stati affermati in passato sulla base dello stesso ragionamento giuridico (la libertà individuale protetta dal 14° emendamento della costituzione) usato per legalizzare l’aborto nel 1973: il diritto delle coppie sposate a usare la contraccezione (1965), il diritto di avere rapporti sessuali con chi si preferisce (la sentenza del 2003 che ha cancellato le leggi sulla sodomia) e il diritto delle coppie gay a sposarsi (2015). Come ha scritto Ruth Marcus sul Washington Post, al momento Thomas è l’unico dei giudici conservatori a pensarla così, ma non è impossibile che altri colleghi della corte finiscano per seguirlo. Ma, soprattutto, il suo parere convincerà gli attivisti conservatori di tutto il paese a sfidare quelle e altre sentenze. “E grazie a Donald Trump i tribunali federali di grado inferiore sono pieni di magistrati che si sono formati con Thomas, non vedono l’ora di sposare la causa e spingere la legge in quella direzione”. La storia degli ultimi anni insegna che punti di vista apparentemente estremi e fuori dagli schemi possono finire in poco tempo al centro del programma del movimento conservatore.

Al di là delle sentenze su singole questioni, resta il fatto che giudici molto conservatori nominati a vita potranno determinare la direzione politica del paese per generazioni (il 30 giugno la corte suprema ha limitato i poteri dell’Agenzia per la protezione ambientale, riducendo di molto la possibilità che questa o altre amministrazioni riescano a fare qualcosa di significativo per ridurre le emissioni di anidride carbonica). Non sarebbe successo senza Trump, e allo stesso tempo si può dire che Trump non avrebbe mai vinto le elezioni se non avesse promesso di riempire la corte di giudici conservatori.

Il fatto di aver mantenuto questa promessa sarà al centro di una sua eventuale candidatura alle presidenziali del 2024

Sulla Cnn Chris Cillizza ha ricordato una frase pronunciata dall’allora candidato repubblicano alla presidenza durante l’ultimo dibattito con Hillary Clinton nella campagna elettorale del 2016: “La corte suprema è il fulcro di tutto. È così, così imperativo avere i giusti giudici. I giudici che nominerò saranno a favore della vita, avranno un orientamento conservatore”. Quando il moderatore gli chiese se era favorevole alla cancellazione del diritto all’aborto, Trump rispose: “Beh, se mettiamo altri due o forse tre giudici, è quello che accadrà. Penso che succederà automaticamente”.

Oggi si fa fatica a ricordarlo, ma nel 2016 uno dei problemi di Trump era dimostrare all’elettorato repubblicano di essere effettivamente un conservatore, e la questione dell’aborto era al centro di tutto, perché molte persone si ricordavano di un’intervista, rilasciata nel 1999, in cui Trump diceva di essere “molto favorevole alla libera scelta” delle donne. Con quella frase durante il dibattito del 2016, il candidato sistemò le sue credenziali e soprattutto mise in chiaro che come presidente avrebbe usato la corte suprema, e il sistema giudiziario in generale, per portare avanti le battaglie della parte più radicale del mondo conservatore. Indubbiamente c’è riuscito, e il fatto di aver mantenuto questa promessa sarà al centro di una sua eventuale candidatura alle presidenziali del 2024.

Questo articolo è tratto dalla newsletter settimanale di Internazionale che racconta cosa succede negli Stati Uniti. Ci si iscrive qui.