Si discute spesso del cosiddetto business dell’accoglienza dei migranti, ma si parla meno dei costi di gestione dei centri in cui i migranti sono detenuti per essere identificati o espulsi. Secondo l’ultimo rapporto dell’organizzazione europea Migreurop, tenere aperti questi centri è un’attività redditizia, in cui stanno avvenendo due cose: aumentano gli investimenti e la gestione dei centri viene affidata ad aziende private.

Negli ultimi trent’anni i paesi europei hanno speso importanti somme di denaro per impedire ai migranti di entrare nel territorio dell’Unione europea: dopo l’abolizione delle frontiere interne stabilita dai trattati di Schengen negli anni novanta, si è investito sul rafforzamento di quelle esterne dell’Unione europea e sulla loro militarizzazione. Questa tendenza si è consolidata dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, quando anche in molti stati europei è diventato più facile e frequente usare la detenzione amministrativa (una misura che prevede la privazione della libertà personale senza l’autorizzazione preventiva di un giudice) dei cittadini di origine straniera. Dal 2015, con l’arrivo di un milione di profughi, in particolare dalla rotta balcanica, i paesi europei hanno ulteriormente esteso la detenzione dei migranti irregolari e dei richiedenti asilo, introducendo i cosiddetti hotspot, centri per l’identificazione delle persone appena arrivate sul territorio europeo.

Tra il 2003 e il 2013 l’Unione europea e l’Agenzia spaziale europea hanno finanziato 39 progetti di ricerca e sviluppo sulla messa in sicurezza delle frontiere per un totale di 225 milioni di euro. A beneficiare di questi finanziamenti sono state in particolare tre aziende: Thales group, Finmeccanica e Airbus. Uno studio del Transnational institute, pubblicato nel luglio del 2016, stima che entro il 2022 la militarizzazione delle frontiere potrebbe creare un giro d’affari di 29 miliardi di euro all’anno.

Chi può essere recluso nei centri?
Secondo la legislazione europea, i cittadini stranieri possono essere sottoposti alla detenzione amministrativa se non hanno un permesso di soggiorno valido e se provano a entrare nel territorio dell’Unione senza avere i requisiti previsti dagli accordi di Schengen. In alcuni paesi anche i richiedenti asilo possono essere detenuti mentre aspettano che la loro domanda sia esaminata. In teoria, secondo la direttiva rimpatri del 2008, la detenzione dovrebbe essere uno strumento straordinario, limitato solo ai casi in cui non è possibile usare altre misure o quando c’è il rischio di fuga prima dell’espulsione.

I centri di detenzione e gli hotspot in Europa

In diversi stati dell’Unione europea la detenzione degli irregolari è diffusa e può durare fino a 18 mesi. E il 7 marzo 2017 la Commissione europea ha raccomandato agli stati dell’Unione di applicare più severamente la direttiva rimpatri per i migranti irregolari e di estendere la detenzione anche ai minorenni.

Il Consiglio d’Europa, un’organizzazione internazionale per la difesa dei diritti umani che non è legata all’Unione europea, ha criticato l’orientamento della Commissione. “È probabile che la recente raccomandazione della Commissione europea di estendere e allungare la detenzione dei migranti conduca alla violazione dei diritti umani senza ottenere altri risultati”, ha detto Nils Muiznieks, il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa.

Secondo le stime di The migrants files, gli stati europei hanno speso in quindici anni almeno 11,3 miliardi di euro per la detenzione e l’espulsione dei migranti irregolari. Ma secondo la Commissione europea, meno del 40 per cento dei migranti che hanno ricevuto un provvedimento di rimpatrio ha effettivamente lasciato il territorio dell’Unione europea. Inoltre in nessun paese l’estensione della durata massima della reclusione ha fatto aumentare i rimpatri, afferma Migreurop.

Come funziona in Italia
In Italia la possibilità di recludere gli stranieri irregolari è prevista dall’articolo 14 del testo unico sull’immigrazione che afferma: “Il questore dispone che lo straniero sia trattenuto per il tempo strettamente necessario presso il centro di identificazione ed espulsione più vicino, tra quelli individuati o costituiti con decreto del ministro dell’interno”. Alcuni hanno messo in dubbio la legittimità costituzionale della detenzione amministrativa, perché priva un individuo della libertà personale, anche se non ha commesso un reato e senza che ci sia stato un provvedimento di un giudice.

L’autorità giudiziaria interviene solo successivamente, quando il giudice di pace convalida il provvedimento deciso dal questore (la convalida deve avvenire entro 48 ore). Il garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale Mauro Palma in una recente intervista su Open migration ha espresso preoccupazione per “le troppe zone grigie nella pratica della privazione della libertà dei migranti”. “I diritti dei detenuti sono sicuramente più tutelati di quelli degli stranieri privati della libertà in una sorta di detenzione amministrativa”, ha detto Palma.

Cosa cambia in Italia
I Centri di identificazione ed espulsione (Cie) attivi in Italia sono quattro, per una capienza totale di 359 posti: si trovano a Brindisi, Caltanissetta, Roma, Torino. Il Cie di Trapani, attivo fino al 31 dicembre 2015, dal 2016 è stato convertito in hotspot. Nel momento della loro istituzione, nel 1998, i Cie erano quindici, ma sono stati chiusi a causa di problemi legali, umanitari e di ordine pubblico. Poi il 12 aprile 2017, con la conversione del decreto Minniti-Orlando in legge, è stato deciso di cambiare nome ai centri che si chiameranno Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr).

Entro luglio se ne dovrebbero aprire venti, uno in ogni regione, per un totale di 1.600 posti. Il ministro dell’interno Marco Minniti, presentando il decreto, ha assicurato che i nuovi centri saranno diversi da quelli del passato: saranno più piccoli e sarà garantito il rispetto dei diritti umani. Secondo il Corriere della Sera, i Cpr saranno aperti nelle stesse strutture in cui sorgevano i vecchi Cie.

I nuovi centri in Italia

In Italia i centri dipendono dal ministero dell’interno, la loro gestione è affidata a cooperative sociali e, da qualche anno, anche ad aziende private. Gli appalti sono assegnati in base a bandi di gara il cui principale criterio di selezione è il risparmio. Secondo un’inchiesta del 2013 condotta dall’associazione Lunaria, tra il 2005 e il 2011 il sistema di detenzione degli stranieri è costato un miliardo di euro, spesi in buona parte per la gestione dei Cie.

Per molti anni la Croce rossa è stata la principale organizzazione incaricata di operare nei centri di detenzione italiani, ma negli ultimi anni il governo ha deciso di coinvolgerne altre. Nella maggior parte dei casi i servizi sono stati affidati a organizzazioni senza scopo di lucro, ma alcune cose stanno cambiando anche in Italia. Grazie a un accordo con l’associazione culturale Acuarinto, l’azienda francese Gepsa (Gestion établissements pénitenciers services auxiliaires) si è progressivamente inserita nel mercato italiano della detenzione.

Nel dicembre del 2012, il gruppo Gepsa-Acuarinto ha ottenuto la gestione del Cie di Roma per una cifra di 28,8 euro al giorno per persona (contro i 41 euro richiesti dalla cooperativa Auxilium). Nel 2014 lo stesso gruppo si è inserito anche nella gestione del Cie di Torino proponendo tariffe del 20–30 per cento inferiori a quelle offerte dalla Croce rossa. La Gepsa appartiene alla multinazionale dell’energia Gdf Suez e in Francia gestisce 16 carceri e dieci centri di detenzione in tutto il paese.

La privatizzazione in Europa
Secondo il rapporto di Migreurop, la privatizzazione della detenzione dei richiedenti asilo e dei migranti è in aumento in tutta Europa, dalla Germania al Belgio, anche se non riguarda tutti gli stati. “All’interno dell’Unione europea, la privatizzazione della detenzione dei migranti è un fenomeno ancora poco studiato”, spiega Lydie Arbogast, autrice del rapporto. “Tuttavia, anche se non riguarda tutti gli stati membri, si può dire che si è in presenza di una tendenza generale”.

In Germania sono diverse le aziende private coinvolte nella gestione dei centri. Le principali sono: l’European homecare, la Boss security, la Kötter e la Service Gmbh. L’European homecare è presente anche in una cinquantina di centri di accoglienza e le è stata ritirata la gestione di Siegerland Buchbach nel 2014, quando è emerso che alcuni sorveglianti dell’azienda avevano commesso abusi e torture sui richiedenti asilo.

Anche in Austria numerose aziende operano nei centri di detenzione: la G4s, l’European homecare e l’Ors Gmbh. In Belgio e Francia i centri di detenzione sono gestiti dall’amministrazione pubblica, ma si ricorre ad aziende private per una parte dei servizi legati alla gestione. In Grecia nel 2012 è stata modificata la normativa per trasferire i compiti di sorveglianza dei centri ad agenzie di sicurezza private. La multinazionale G4s è presente in diversi centri.

Il caso della Svezia è singolare perché mostra una tendenza opposta a quella degli altri paesi. Nel 1997, dopo diverse denunce di abusi e violazioni all’interno dei centri gestiti da privati, la Svezia ha vietato l’affidamento della detenzione dei migranti ad aziende private.

“La situazione è molto diversa a seconda dei paesi, ma è possibile individuare un gruppo di multinazionali della sicurezza che stanno entrando nel mercato della detenzione dei migranti”, afferma Lydie Arbogast. Una delle più conosciute è G4s. “Nata nel 2004 dalla fusione di Group 4 Falk e Securicor, l’azienda britannica G4S si presenta oggi come ‘leader mondiale’ nel campo dei servizi di sicurezza”. Il Geo Group, un fondo immobiliare statunitense specializzato nell’acquisto, la locazione e la gestione di strutture di detenzione, rieducazione e reinserimento, e nell’erogazione di servizi nelle strutture comunitarie, gestisce numerose prigioni e centri di detenzione per migranti negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Australia e in Sudafrica.

I rischi della privatizzazione
Secondo i relatori del rapporto: “La gestione privata di questi luoghi privilegia i vantaggi economici delle aziende che li gestiscono e che lucrano sui detenuti e sul personale delle strutture”. La concorrenza tra le aziende che vogliono aggiudicarsi un appalto porta generalmente a prestazioni scadenti e a un aumento degli abusi. “In generale, l’affidamento ai privati della gestione dei centri, o di altri servizi legati al loro funzionamento, è giustificato con motivi di ordine economico”, spiega Lydie Arbogast, autrice del rapporto.

“La privatizzazione infatti consente di ridurre i costi a carico dello stato, che, si stima, sarebbero più elevati nel caso di un intervento pubblico diretto. Inoltre, nelle gare d’appalto, che gli stati continuano a bandire, la concorrenza è in aumento. Questo processo apre le porte ad aziende e associazioni che vogliono aumentare i profitti senza alcuna considerazione per i diritti e la tutela delle persone detenute nei centri. La corsa dei governi alla riduzione dei costi e dei privati alla massimizzazione del profitto, hanno inevitabilmente delle conseguenze sulla qualità della vita e dei servizi erogati nei centri di detenzione”, spiega Arbogast.

“Anche se le violenze contro i migranti non avvengono solo nei centri di detenzione privati, è evidente che i criteri che guidano le attività di una società a scopo di lucro possono entrare in contraddizione con il rispetto dei diritti umani, in particolare nel quadro di un sistema che già di per sé li ostacola”, conclude.

Il caso del Regno Unito
Il Regno Unito è stato il primo paese europeo ad appaltare ai privati la detenzione dei migranti. Migreurop calcola che tra il 2004 e il 2022 Londra abbia speso 780 milioni di sterline (893 milioni di euro) per i centri di detenzione e per l’espulsione dei migranti irregolari. Secondo il rapporto, il Regno Unito è un caso interessante perché aiuta a capire cosa succede nei paesi in cui si affida ai privati la gestione dei centri: il numero dei centri aumenta e lo standard dei servizi erogati si abbassa. Inoltre sono frequenti le violazioni dei diritti umani.

Tempo di permanenza nei centri

Nel Regno Unito ci sono nove centri di espulsione, tre strutture per la permanenza temporanea in cui i migranti possono essere reclusi al massimo per una settimana, una struttura in cui sono recluse le famiglie con bambini, 37 strutture non residenziali che si trovano vicino a porti e aeroporti dove i migranti possono essere trattenuti per non più di 24 ore. Le aziende che nel Regno Unito gestiscono la detenzione dei migranti sono: G4s, Geo group, Mitie, Serco e Tascor.

Alcune di queste aziende sono multinazionali attive anche in altri settori, come quello dell’industria militare. La G4s è presente in 125 paesi e impiega 657mila persone con un giro d’affari, nel 2014, di 6,8 miliardi di sterline. L’azienda gestisce alcune carceri in Israele e negli Stati Uniti, la sicurezza privata a Baghdad, in Iraq o in Nigeria. Anche la Serco è presente in tutto il mondo con servizi di trasporto, di sicurezza e di controllo delle strade. Dal 2000 sono almeno 40 le persone morte in circostanze poco chiare nel centri di detenzione del Regno Unito. L’ultimo è stato un uomo di 43 anni, in un centro di detenzione a Portland, nel Dorset, ed è stata aperta un’inchiesta sulla sua morte. Nei centri di detenzione del Regno Unito i giornalisti non possono entrare.

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