La rivoluzione malata in Venezuela 

10 febbraio 2012 18:15

“Sì, Chávez resta qua! No, Chávez se ne va!”, grida un uomo attraversando piazza Bolívar, nel cuore di Caracas. Cinque anni fa in questa stessa piazza, che per molti è il centro simbolico del Venezuela, nessuno sarebbe rimasto indifferente agli slogan contrari o favorevoli al presidente Hugo Chávez. In un clima di forte polarizzazione che ha lacerato la società venezuelana, le persone si sarebbero schierate automaticamente da una parte o dall’altra.

Ma questa volta nessuno reagisce. Gli anziani restano seduti sulle panchine a guardare il tempo che passa. I fidanzati continuano a consumarsi di baci come se non esistesse un domani. I genitori osservano i figli che giocano a pallone. Anche i militanti del partito di Chávez, nelle loro uniformi con la camicia rossa, restano a chiacchierare dei fatti loro senza accorgersi dell’uomo che cammina per la piazza gridando frasi deliranti: “Sì, Chávez resta qua! Buh, Chávez non c’è più!”.

Anche se la mia visita a Caracas questa volta sarà molto breve, mi sono ritagliato alcune ore per visitare il centro della città. La sera del mio arrivo in Venezuela da Cambridge, in Massachusetts, dove vivo, sono stato a cena a casa di un amico. Tra gli ospiti c’era anche un funzionario del municipio Libertador, nell’area metropolitana di Caracas, che ha un sindaco chavista, Jorge Rodríguez. Abbiamo discusso di quanto sia difficile migliorare la vita di quel municipio, dove si trovano alcune baraccopoli. Gli ho chiesto quali sono i punti forti della gestione di Rodríguez. “Possiamo dire di aver riconquistato gli spazi pubblici per restituirli alla gente”, ha risposto con convinzione. “Se non mi credi vatti a fare un giro in centro. Vedrai, farai fatica a riconoscerlo”. Ho chiesto alla mia amica e poeta Nidia Hernández di accompagnarmi. Nel tragitto in metro mi sono reso conto di cosa significa l’espressione “calca umana”. Neanche nella metropolitana di Città del Messico ho visto una folla simile. Mi sono tornate in mente le parole usate dallo scrittore postapocalittico Carlos Monsiváis per parlare della metropolitana di Città del Messico: “è una dura lotta per l’ossigeno”.

Senza alcun dubbio, il centro è migliorato. Cinque anni fa la città era in rovina e sembrava la scenografia di un film sulla fine del mondo, piena di venditori ambulanti, con i muri rovinati dalla sporcizia e dai murales, le vetrine rotte, le facciate dei palazzi che cadevano a pezzi, e dappertutto un odore nauseante e drogati che mendicavano per comprare una dose di crack.

Le facciate degli edifici storici sono state rimesse in sesto e ridipinte con colori appariscenti. I bar che erano scomparsi per lasciare il posto a botteghini per le scommesse sono rispuntati all’angolo delle strade e danno alla città un’aria di normalità. Ci sono anche delle buone cioccolaterie, dove si vende solo cioccolato socialista. In ogni caso è evidente che i miglioramenti sono ancora pochi per poter cantare vittoria sulla barbarie che regna a Caracas e dintorni da vent’anni.

Sono venuto a piazza Bolívar per avere il polso della situazione politica. Cerco di attaccare bottone con qualcuno, senza grandi risultati. Tutti evitano di parlare. Alla fine io e Nidia ci sediamo su una panchina accanto a delle signore che stanno chiacchierando. Faccio un tentativo con la donna accanto a me, in jeans e camicetta fucsia. Si chiama Tibisay Ochoa e sta aspettando la figlia che è a lezione di catechismo nella chiesa qui vicino.

Tibisay è timida, ma bendisposta. Secondo lei il presidente Hugo Chávez ha mostrato uno spirito molto combattivo dopo la scoperta della sua malattia. “Continua a lavorare per il paese, nonostante la situazione. Mia madre, che non è chavista, quando ha sentito la notizia è scoppiata a piangere, e ora simpatizza di più con lui”. Tibisay vive a La Pastora, il quartiere più antico di Caracas, dove ci sono ancora case tradizionali e soffitti alti che risalgono all’epoca coloniale. Chávez ha portato cambiamenti positivi per gli abitanti della zona. “Chi è più avanti con gli anni ha visto dei progressi. Prima a La Pastora la gente non aveva né opportunità né un’istruzione e adesso ce l’ha”. Tibisay fa parte di una famiglia di undici fratelli. “Alcuni lavorano con il governo senza essere chavisti”, mi spiega. Mi parla delle sue idee politiche: “Non sostengo nemmeno gli altri”, afferma, riferendosi all’opposizione.

La concentrazione del potere

A questo punto della conversazione penso che Tibisay sia chavista. Ma poi, poco dopo aver ricordato i successi del presidente nell’ambito dell’istruzione, dice che gli aspetti negativi del suo governo sono la mancanza di sicurezza e il costo molto alto della vita, due aspetti “che non risparmiano nessuno”. A differenza di molte altre persone che ho intervistato a proposito della situazione politica in Venezuela negli ultimi dieci anni, Tibisay usa un tono realistico e pacato, per niente militante, rabbioso o risentito, atteggiamenti che sono stati il pane quotidiano dei venezuelani nei tredici anni del governo Chávez.

Ascoltandola mi sembra che siano passati secoli dall’ultima volta che ho parlato di politica con un venezuelano senza quei toni accaldati capaci di rovinare riunioni familiari e di mettere fine alle amicizie di una vita. Quando ci incamminiamo di nuovo verso la metropolitana, dico a Nidia che ho percepito meno tensione tra la gente. Non so se è rassegnazione, conformismo o speranza. “La malattia del presidente”, mi spiega Nidia, “ha raffreddato le passioni, come se ci avessero versato sopra un secchio pieno di ghiaccio. Alcuni tirano un sospiro di sollievo, altri trattengono il fiato. Chi detesta Chávez ha imparato che anche per lui esiste la morte. Il presidente ha sempre voluto far sembrare il contrario, dicendo ai quattro venti di voler rimanere al potere fino al 2021 o fino al 2025, che per molti è come dire l’eternità”.

Cinque anni fa, il 3 dicembre 2006, Hugo Chávez è arrivato all’apice del potere vincendo le presidenziali con il 63 per cento dei voti. È stato il coronamento di un processo cominciato il 14 aprile 2002, con il suo ritorno pressoché miracoloso a Miraflores, il palazzo presidenziale, dopo il fallimento di un colpo di stato organizzato da un gruppo di potenti imprenditori e da alcuni editori. Qualche mese dopo, alla fine dell’anno, Chávez è riuscito a sopravvivere a uno sciopero dell’industria petrolifera, guidato dai dirigenti di Petróleos de Venezuela (Pdvsa, la compagnia petrolifera statale), e dagli stessi imprenditori e mezzi di comunicazione che avevano provato a rovesciarlo otto mesi prima. Grazie al sostegno dell’esercito, Chávez ha superato anche questa nuova prova. Ma da quel momento il paese si è avviato alla bancarotta. L’opposizione ha cercato di liberarsi di lui attraverso un referendum che doveva costringerlo a dimettersi. I suoi collaboratori gli hanno consigliato di impedire lo svolgimento del referendum, ma Chávez, sfidando tutti, ha promesso di schiacciare l’opposizione alle urne. È riuscito a vincere il referendum con il 61 per cento dei voti.

La società venezuelana ha anticorpi democratici che le permetteranno di sopravvivere alle velleità dittatoriali

Nel marzo del 2007 ho parlato della concentrazione del potere nelle mani del presidente con Margarita López Maya, una storica venezuelana. Dopo la vittoria del 2006, il presidente aveva deciso di concentrare su di sé il potere con tutti i mezzi possibili. López Maya era ancora un’intellettuale vicina al governo, ma cominciava a essere preoccupata dalla rapida perdita di pluralismo nel panorama politico del paese. Chávez, su tutte le furie, l’aveva rimproverata in tv: “Si cambi gli occhiali, signora, così vedrà che qui non c’è mai stata così tanta democrazia”.

L’intolleranza del presidente non lasciava presagire niente di buono per il futuro. López Maya temeva che Chávez volesse liquidare tutte le voci fuori dal coro. Era vero, ma da parte sua l’opposizione non è riuscita a creare un’alternativa e ad arginare le velleità dittatoriali del presidente. Negli anni Chávez ha eliminato tutti quelli che hanno cercato di sfidarlo, in una corsa cieca verso il potere assoluto.

Alla fine della conversazione, tuttavia, López Maya non era pessimista: “La società venezuelana ha degli anticorpi democratici che le permetteranno di sopravvivere a tutto questo”. Sono successe molte cose durante quell’anno, tra cui la chiusura del canale televisivo Radio Caracas Televisión, il più famoso del paese. Chávez sembrava davvero invulnerabile.

Anche stavolta incontro Margarita López Maya e le chiedo come la malattia di Chávez abbia cambiato la politica in Venezuela: “Chávez è diventato umano”, risponde. “Fino a poco tempo fa era un titano, era onnipotente. Oggi non è più così, e la sfida politica deve essere ripensata in questa luce. A mano a mano che noi venezuelani capiremo meglio la portata della sua malattia, la dimensione umana acquisterà sempre più peso”.

Finora il tumore di Chávez è stato trattato come un segreto di stato, mentre le malattie che hanno colpito altri presidenti latinoamericani, come il presidente del Paraguay Fernando Lugo e quello brasiliano Dilma Rousseff (e ora l’ex presidente Lula), sono stati comunicati pubblicamente. Il segreto da cui è avvolta la malattia di Chávez sembra indicare che si tratta di un caso difficile. “Non sappiamo se il presidente lavora una, cinque o dodici ore al giorno. Di sicuro il suo tempo è gestito con meticolosità per dare l’impressione che si stia dando da fare. Telefona, scrive su Twitter, partecipa alle trasmissioni di Aló presidente sulla tv pubblica. Ma a sentire le sue dichiarazioni sembra che gli manchi il contatto con la realtà”. López Maya si riferisce alla retorica con cui il presidente assicura che il Venezuela è sulla strada dell’autosufficienza agricola, quando in realtà è vero esattamente l’opposto. Nessuno in pieno possesso delle sue facoltà direbbe che Chávez è senza futuro. Eppure le prospettive della sua vita politica sono sempre più limitate.

“Quando ha vinto nel 2006 avrebbe dovuto costruire ponti, mettere fine alle divisioni della società e rafforzare le scelte del primo periodo di governo”. In altre parole, López Maya crede che Chávez avrebbe potuto consolidare la democrazia, fare del Venezuela una società più partecipativa e convertirla al socialismo, senza ridurre il pluralismo, nello spirito della costituzione del 1999. “Ma non l’ha fatto”, prosegue la storica. “Grazie alla concentrazione di soldi, potere e popolarità ha accentrato tutto il potere su di sé, senza garantire l’alternanza democratica o l’indipendenza delle istituzioni. Ma non dobbiamo dimenticare che la riforma costituzionale del 2007 è stata respinta dagli elettori”.

Ma perché quel voto è stato così importante? Semplicemente perché avrebbe dato al presidente la possibilità di essere rieletto senza limiti. Un obiettivo che Chávez ha raggiunto nel 2009 con un altro referendum. Tuttavia dal 2007 Chávez è intrappolato in un labirinto. Nel 2008, con il crollo del prezzo del petrolio, è cominciata una recessione economica da cui il paese ha cominciato a uscire solo nell’ultimo trimestre del 2011, anche se l’inflazione non accenna a diminuire.

La stagnazione economica, unita alla criminalità, ai black out elettrici nelle principali città dell’interno, alla mancanza di abitazioni e alla precarietà del lavoro hanno fatto perdere a Chávez buona parte del suo seguito. La cosa più grave è che le persone non sono più interessate alla partecipazione politica. Nel corso di quest’anno i sondaggi hanno mostrato che i venezuelani sono stanchi delle divisioni, della retorica del regime contro la ricchezza e non credono che le confische e le espropriazioni possano risolvere i loro problemi. Anche chi sostiene Chávez e vive di sovvenzioni statali vuole un lavoro vero e si lamenta della corruzione e della bella vita dei dirigenti al governo.“Quando Chávez insiste nel voler essere radicale, mi viene il dubbio che la propaganda abbia creato in lui una specie di realtà virtuale e che non sia più in grado di vedere le cose come stanno”, commenta López Maya.

Pochi giorni dopo incontro anche una corrispondente straniera che si è occupata del Venezuela negli ultimi quattro anni. È tornata a Caracas per finire di scrivere un libro. Le chiedo che ne pensa della situazione: “Credo che Chávez sia frustrato perché nonostante la sua popolarità non è riuscito a realizzare il suo progetto. Chi vuole davvero il socialismo? Il Venezuela è un paese consumista e le cose non sono cambiate con Chávez. Anzi. Lui lo sa e per questo ha cominciato a pagare i suoi sostenitori”. In questo modo non li renderà socialisti, ma con il loro appoggio potrà rimanere al potere. Chávez continua a rappresentare una speranza per le classi subalterne, convinte che sia il loro protettore e che li aiuterà a tirare avanti. Secondo tutti i sondaggi, fino a poco prima della malattia la popolarità di Chávez era in declino. Probabilmente a causa del malgoverno. Ma la malattia gli ha concesso una tregua.

La sua popolarità in questo periodo supera il 50 per cento, un dato prodigioso dopo tredici anni al potere. Questa percentuale arriva al 60 per cento tra le classi sociali più basse. Ma questi stessi elettori pensano che la loro vita sia uguale o peggiore rispetto a sei anni fa. Tuttavia continuano a credere che le cose possano migliorare nei prossimi anni se Chávez sarà ancora al governo.

Elezioni importanti

La questione è se Chávez riuscirà a risorgere come una fenice dalle ceneri della sua malattia e a riaccendere gli entusiasmi, anche se la sua retorica è ormai logora. O se, invece, l’opposizione sarà in grado di rappresentare una speranza e convincere gli elettori. Le elezioni presidenziali del 7 ottobre 2012 per molti sono un appuntamento cruciale, in cui si giocherà il destino della rivoluzione bolivariana. È chiaro che la situazione di oggi è molto diversa da quella delle elezioni del 2006. Allora l’opposizione, dopo aver attraversato un periodo di divisioni tra il 2002 e il 2005, era riuscita a malapena a presentare un candidato.

Manuel Rosales era stato scelto grazie a un accordo interno, raggiunto a fatica grazie al giornalista e politico di sinistra Teodoro Petkoff, che aveva rinunciato a candidarsi per creare uno schieramento unitario di centro. Nonostante il suo successo come sindaco di Maracaibo e governatore di Zulia, Rosales era percepito dagli elettori come un rappresentante della vecchia classe politica, definita da Chávez “la quarta repubblica”, contro cui il presidente si è scagliato negli anni del suo governo. Secondo López Maya, le presidenziali del 2012 si svolgeranno in un panorama abbastanza diverso: “Tutto lascia pensare che gli elettori vogliano superare le divisioni, scegliendo dei politici che non siano legati agli ultimi cinquant’anni di politica del paese”. Un atteggiamento che comincia a farsi strada nella campagna elettorale dell’opposizione. Dei cinque candidati, tre hanno meno di quarantacinque anni. “Non sono esattamente volti nuovi, ma è difficile dire che Pablo Pérez, María Corina Machado o Henrique Capriles Radonski siano il passato, per quanto ognuno di loro abbia una storia politica”.

La sfida elettorale del 2012 sarà dura. Chávez non farà passi indietro a meno che non sia indispensabile. Ma sarà difficile che offra qualcosa di nuovo. “A eccezione della Gran misión vivienda, un programma per risolvere l’emergenza abitativa, Chávez quest’anno ha proposto delle riforme sociali per niente innovative”. Il presidente ha promesso di consegnare ai venezuelani 150mila abitazioni ammobiliate. Forse alla fine riuscirà a costruirne solo trentamila, ma le famiglie che ci abiteranno penseranno “meglio tardi che mai” e diranno che il presidente ha mantenuto la sua parola.

Chiunque sarà il candidato dell’opposizione, da qui alle elezioni del 7 ottobre si troverà a camminare sul filo del rasoio. Da una parte dovrà continuare con il paternalismo e il clientelismo di Chávez, dall’altra dovrà offrire un futuro benessere, diverso dal socialismo del presidente, ma distante anche dalla classe politica che c’era prima di lui. È un’equazione complessa, perché il Venezuela è uno stato fondato sul petrolio.

Prendere il posto del governo attuale significa impegnarsi su diversi fronti politici ed economici in un paese impigrito dai profitti dell’oro nero. Forse il comandante in capo non è riuscito a far attecchire il socialismo nel cuore dei venezuelani, ma è riuscito a rafforzare un atteggiamento caratteristico della cultura nazionale: il mito secondo cui i venezuelani si meritano tutto e il “petrostato” glielo deve garantire.

Nuove speranze

È chiaro che i venti del cambiamento cominciano a soffiare. Alcuni giorni prima della mia partenza, mi siedo a bere qualcosa sulla terrazza dell’albergo. Mentre bevo mi passa a trovare un gruppo di amici tra cui lo scrittore colombiano Santiago Gamboa. Un po’ più tardi andiamo tutti nella sua stanza, dove una bottiglia di whisky troneggia su un tavolo accanto a una montagna di libri.

Tra un bicchiere e l’altro mi racconta le sue impressioni sul paese. Gamboa fa parte di un’illustre stirpe di intellettuali latinoamericani immigrati, ha lasciato Bogotá nel 1992. Ha visitato Caracas quattro volte, ma solo in quest’occasione si è fermato abbastanza per approfondire la conoscenza.

Gamboa è rimasto colpito dalla vitalità delle tante piccole imprese editoriali e culturali del paese. Dopo un altro bicchiere, gli ho chiesto di parlarmi delle sue impressioni sulla vita politica: “La rivoluzione è al tramonto. Questo significa che c’è una nuova speranza”. Può darsi che abbia ragione. Il 14 novembre 2011 i candidati dell’opposizione si sono incontrati per un dibattito sulle loro proposte. In qualsiasi altro paese sarebbe stato un evento importante, ma non eccezionale. In Venezuela, invece, l’evento ha creato una grande aspettativa, come aria fresca in una camera rimasta chiusa a lungo. Anche se mi trovavo negli Stati Uniti ho seguito il dibattito su internet. Da Caracas mi hanno raccontato che la città era silenziosa. Molti sono rimasti a casa a vedere la trasmissione in tv.

Il Venezuela deve diventare meno dipendente dal petrolio ed entrare nel commercio internazionale

Il giorno prima Chávez, in una lunga apparizione televisiva, aveva sminuito l’importanza dell’evento, definendo i candidati “cavalieri dell’Apocalisse”. Su Twitter l’opposizione ha elogiato i toni pacati dell’incontro, durante il quale gli aspiranti hanno cercato di esaltare le loro differenze. Il giornalista Ibsen Martínez ha riassunto lucidamente il nuovo spirito: “Si è trattato di un dibattito? No, ma è venuto fuori qualcosa di molto meglio: una sorta di esercizio collettivo di confronto democratico. Qualcosa che quindici anni fa non riuscivamo neanche a intravedere. Non è stato un dibattito, perché a voler essere rigorosi i candidati non si sono confrontati con le idee degli altri. Ma senza dubbio l’esperienza è stata una boccata d’aria in un paese abituato a un monologo oppressivo, ampolloso, maleducato e sprezzante”. A Chávez il dibattito non è andato a genio. Il giorno dopo, durante un’altra maratona televisiva sul canale pubblico, ha detto, in una delle sue tipiche uscite da maschio alfa: “Non mi allontanerete più dal governo. Non me ne andrò nel 2021 ma nel 2031, dieci anni dopo, e se continuate di questo passo me ne andrò nel 2041”. Cosa può fare l’opposizione? Ci vuole un atteggiamento diverso.

Un mio buon amico, appassionato di baseball e acuto osservatore della vita politica, mi spiega che l’opposizione non riesce ancora a raggiungere la velocità necessaria per superare il chavismo. “Ha saputo sfruttare a suo vantaggio il cattivo governo di Chávez, ma ancora non è capace di far innamorare le persone”. C’è un altro problema: “L’opposizione non è in grado di assicurare al pae­se che non ci sarà un ritorno al passato, agli anni precedenti al bolivarismo”.

Teodoro Petkoff, veterano di mille battaglie, riconosce che non aver preso le distanze dal passato è uno dei principali problemi politici dell’opposizione. A ottant’anni è ancora uno degli analisti più lucidi del paese e la coscienza morale di chi si oppone a Chávez. Lo incontro nel suo ufficio al giornale Tal Cual, dove mi accoglie con i piedi sulla scrivania, come fa quando si sente a suo agio, per placare un vecchio dolore alle ginocchia. Per Petkoff la prima cosa da fare è costruire un’opposizione unita e solida, preferibilmente di centrosinistra.

Pur non essendo candidato, ha percorso il paese in lungo e in largo più di una volta per sostenere l’unità dell’opposizione. Quando gli chiedo chi rappresenti meglio questo valore, cita Pablo Pérez, attuale governatore di Zulia e candidato dei partiti socialdemocratici Un nuevo tiempo e lo storico Acción democrática (Ad). “La lotta è per quei cinque o sei punti di vantaggio che Chávez ha sul candidato dell’opposizione. Il nostro candidato dovrà essere di centrosinistra, perché gli indecisi non abbandoneranno Chávez per votare qualcuno di destra”. A sostegno della sua tesi ricorda la transizione del Cile dalla dittatura di Augusto Pinochet alla democrazia, all’inizio del 1990. “Ricardo Lagos aveva creato la Concertación, un’alleanza tra partiti socialisti e democristiani, ma lui, rappresentando la sinistra, non poteva essere il candidato prescelto. Ha dovuto cedere quell’opportunità ai democristiani che erano più a destra. Se Pablo Pérez non sarà il candidato dell’opposizione, questo paese è fottuto”, commenta Petkoff.

L’asso nella manica

Il primo dibattito dell’opposizione è servito a ricordare ai venezuelani che le buone maniere e il dialogo sono ingredienti indispensabili alla politica. Diego Arria, diplomatico delle Nazioni Unite e uomo dell’ancien régime, è stato l’unico candidato dell’opposizione ad aver puntato sullo scontro, promettendo di portare l’attuale presidente davanti alla corte penale internazionale dell’Aja e guadagnandosi la simpatia dei nemici di Chávez più accaniti.

In teoria, i candidati giovani puntano su proposte diverse. Henrique Capriles Radonski è progressista, María Corina Machado è per il capitalismo popolare, Pablo Pérez promette nuove opportunità e un futuro più sicuro per il Venezuela. In realtà tutti sono d’accordo sull’idea di promuovere lo sviluppo dell’economia combinando l’intervento dello stato, gli investimenti nazionali e stranieri e l’impresa privata. Tutti sostengono che il Venezuela per crescere ha bisogno di diventare meno dipendente dal petrolio ed entrare nel commercio internazionale, e per questo bisogna investire sull’istruzione, sulla competitività e sul lavoro. A causa della malattia di Chávez, le opportunità di vincere per l’opposizione sono aumentate. Il candidato favorito sarà, quindi, chi dimostrerà di poter convincere quel 20 per cento degli elettori “non allinea­ti”, indecisi, che nelle ultime elezioni alla fine hanno scelto Chávez. Ma, per vincere, il candidato dell’opposizione dovrà fare leva sul malcontento popolare, sulla credibilità personale e su un programma che preveda un cambiamento radicale.

Per il momento tutti i sondaggi suggeriscono che Radonski, governatore di Miranda, è il favorito nella corsa alla candidatura. Lo stato di Miranda è il secondo stato più popoloso del paese. Sicuramente è uno dei più difficili da governare, perché gran parte della popolazione vive nelle baraccopoli, che sono tra le più grandi dell’America Latina e in cui le condizioni di vita sono pessime.

Poco più di un anno fa Radonski mi ha invitato a un pranzo informale nel suo ufficio nella zona est della città. Mentre mangiavamo gli ho chiesto qual era l’asso nella manica della sua amministrazione. Mi ha spiegato che aveva avviato un programma per dotare le baraccopoli di scuole e di insegnanti. “Sento che la gente vuole attenzioni, e io le sto dando proprio questo”. Questa volta parlo con Capriles Radonski su Skype. Gli chiedo subito se pensa che il presidente sia pronto per la sfida elettorale. “Chávez non visita baraccopoli e piccoli paesi da un bel pezzo. Invece io sono quattro anni che giro in lungo e in largo per il mio stato, e questa è una delle ragioni del nostro successo”.

Quando gli chiedo se il suo populismo è diverso da quello di Chávez, Capriles Radonski tira in ballo il grande investimento per l’istruzione a Miranda. Ma sa bene che l’istruzione da sola non risolve i problemi. La sua idea di uno stato efficiente s’ispira al Brasile dell’ex presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva. “Abbiamo un programma chiamato Fame zero, ma la fame scompare del tutto con un lavoro dignitoso. Questo è populismo?”, chiede. La sua candidatura ha avuto successo grazie al suo modo di parlare semplice e alla sua immagine, e in effetti, più di altri candidati, somiglia a un cittadino comune. Tuttavia, per la sua appartenenza al partito conservatore Primero justicia e la provenienza da una famiglia di imprenditori, buona parte della popolazione lo definisce un politico di destra.

È possibile una transizione dal chavismo al centrodestra? Capriles Radonski è convinto che la mancanza di posti di lavoro e l’inflazione siano un male peggiore della criminalità. Problemi su cui è possibile fare leva: “Il governo potrà anche darti una lavatrice o un televisore, ma non ti darà un lavoro, perché l’economia non andrà meglio nei prossimi mesi. Il settore privato non investe. Il Venezuela ha il livello più basso di investimenti stranieri nella regione”.

E aggiunge: “Sono il più forte rispetto agli altri candidati. Per questo vogliono farmi passare per un nuovo Chávez, dicendo che sono populista e statalista. Non sono come Chávez. Non credo in un modello statalista. Mi accusano di non voler aprire l’economia al mercato. Non reagisco perché i miei avversari non sono loro, ma il governo”.

Cambiamenti imminenti

Da quando si è saputo del tumore di Chávez, si rincorrono le voci di un cambiamento imminente dentro e fuori dal Venezuela. A settembre del 2011 ho partecipato, a Washington, a una riunione di esperti per discutere sul futuro dell’America Latina.

La situazione venezuelana è seguita con preoccupazione all’estero, ma non perché Chávez sia una minaccia per la stabilità della regione. Al contrario, molti elogiano iniziative come l’Unione delle nazioni sudamericane (Unasur) o il Banco del Sur. Eppure nei corridoi si vocifera che i presidenti latinoamericani amici di Chávez che sono andati a trovarlo quando è uscito dall’ospedale gli hanno consigliato un rapido cambiamento di rotta, dicendogli senza mezzi termini che le sue scelte stanno portando il paese al collasso.

Al suo rientro sulla scena politica, il 22 settembre, dopo aver finito la chemioterapia all’Avana e fino ai primi giorni di novembre, Chávez ha mantenuto un profilo basso. Nelle sue sporadiche apparizioni pubbliche si è messo a invocare vergini e divinità della santería. Ha cambiato lo slogan “Patria, socialismo o morte” in “Vivremo e vinceremo”. E ha moderato l’aggressività nei suoi discorsi. Queste novità hanno dato l’impressione che si sia placato. Ma l’effetto del secchio di ghiaccio potrebbe svanire improvvisamente così com’è arrivato. Di fronte alla mobilitazione degli avversari, Chávez ha dovuto riaffermare il suo ruolo di capo.

La prima cosa che ha fatto è stata rispolverare l’uniforme militare e l’immagine di uomo forte e brusco. Ha anche firmato leggi lampo per le libertà economiche e la mobilità sociale: una legge sul lavoro, una legge sul controllo dei prezzi, una nuova legge sugli affitti. Non ha rimandato nemmeno la riforma della professione medica, approvata senza consultare le associazioni di categoria e le università di medicina.

Sono misure che fanno pensare sempre di più a una società controllata dallo stato e indicano che il presidente ha deciso di fare la parte del leone e di scommettere il tutto per tutto su un atteggiamento radicale. Molti venezuelani sperano in un cambiamento che rilanci l’economia e crei posti di lavoro, e vorrebbero un governo in grado di sconfiggere la criminalità.

Margarita López Maya, che ha studiato i movimenti sociali e le proteste in Venezuela, pensa che lo scontento sia in aumento e che tra un paio d’anni potrebbe esplodere in una crisi sociale: “Chávez può vincere nel 2012, ma non credo che possa governare a lungo”.

L’economia è in gravi condizioni. Il paese sopravvive grazie al prezzo alto del petrolio, un barile di greggio costa più di cento dollari, ma il debito pubblico cresce a dismisura e mette a rischio il futuro della popolazione. Molti analisti sono d’accordo nel dire che il paese si sta indebitando con dei creditori stranieri come la Cina e che questa è una forma di ipoteca. Anche perché molto probabilmente la moneta venezuelana sarà svalutata (per la terza volta dal 2005) dopo le elezioni.

Fino al dicembre del 2012, comunque, è possibile prevedere che gli investimenti del governo in campagna elettorale saranno da capogiro, con un radicale aumento della spesa pubblica anche del 25 per cento.

A metà novembre Chávez ha annunciato in pompa magna che l’economia è cresciuta del 4 per cento nel trimestre precedente, lasciandosi alle spalle la recessione degli ultimi tre anni.

“Perché mai i venezuelani dovrebbero votare contro Chávez se è l’unico in grado di offrirgli una casa con tanto di televisore e frigorifero, una macchina iraniana da comprare a rate senza interessi, istruzione gratuita, soldi, cibo al di sotto del costo di produzione?”, mi dice un amico.

Ma Chávez è come capitan Uncino, nella favola di Peter Pan: è perseguitato da un coccodrillo, dalla cui pancia proviene un incessante tic tac. Questo ticchettio è il tempo, la malattia e la morte, che continuano a perseguitarlo. Ci sono indicazioni molto attendibili secondo cui l’alone di mistero che circonda la sua malattia, la cui diagnosi non è mai stata divulgata, serve a nascondere che il tumore di cui soffre è molto grave.

López Maya conclude il nostro incontro con una domanda retorica: “Quanti anni ancora può resistere un paese di trenta milioni di persone con uno stato che agisce all’insegna dell’improvvisazione?”. La sua domanda mi accompagna fino in piazza Bolívar.

Seduto sulla panchina accanto a Tibisay, alla fine ho il coraggio di chiederle: “Credi che il presidente dovrebbe ripresentarsi alle elezioni?”. “Non vedo nessun sostituto. Mia madre dice che Pablo Pérez è l’uomo giusto. È forte fisicamente, ma questo non basta. Personalmente non mi convince. Ma credo anche che Chávez abbia fatto il suo tempo e che sia il momento di lasciare spazio a un nuovo presidente”. Con queste parole Tibisay mi saluta. È finita l’ora di catechismo e deve andare a prendere la figlia.

(Traduzione di Francesca Rossetti)

Questo articolo è stato pubblicato il 10 febbraio 2012 a pagina 40 di Internazionale. Compra questo numero | Abbonati

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