21 maggio 2024 07:46

Con 166 milioni di messaggi su Twitter, Facebook, Instagram e TikTok, dal 7 ottobre la guerra israeliana nella Striscia di Gaza è il tema più commentato al mondo sui social network. Secondo Visibrain, azienda che si occupa di campagne pubblicitarie e monitoraggio dei social network, i messaggi sul conflitto a Gaza sono stati il 47 per cento in più rispetto a quelli sul mondiale di calcio maschile del 2022, che deteneva il primato dell’evento più commentato online. Spesso oscurati sulla Meta, l’azienda che controlla Facebook e Instagram, i palestinesi sono molto più visibili sulla piattaforma cinese TikTok, che il congresso statunitense vuole ora vietare.

In sette mesi di guerra, secondo il Committee to protect journalists nella Striscia di Gaza sono stati uccisi 105 giornalisti, mentre Israele non concede agli inviati stranieri l’autorizzazione a entrare nel territorio assediato. Le informazioni arrivano solo attraverso le agenzie di stampa ancora presenti nella Striscia, come Afp o Reuters, o i canali delle organizzazioni umanitarie e delle Nazioni Unite. In questo contesto di blackout quasi totale dell’informazione, i social network sono diventati strumenti fondamentali per aprire una finestra su Gaza.

Dopo essere stato il mezzo preferito delle primavere arabe, il rapporto tra Facebook e il mondo arabo è molto cambiato. Marwa Fatafta è un’esperta di Medio Oriente e Nordafrica per l’organizzazione Accessnow, che si occupa di censura online. Ha scritto diversi studi su come le autorità israeliane abbiano attuato una stretta digitale sulla Palestina: “La censura dei palestinesi da parte della Meta non è nuova e non è cominciata con Gaza. Molto presto i palestinesi hanno capito di essere controllati sui social network dell’azienda. La questione gira sempre intorno alla definizione dei cosiddetti dangerous organizations and individuals (organizzazioni e individui pericolosi, Doi). La Meta non ha mai reso pubblica la lista di chi considera ‘pericoloso’, ma nel 2021 il sito d’inchiesta The Intercept è riuscito ad avere dei documenti, rivelando che la maggior parte dei gruppi e degli individui che l’azienda etichetta come ‘terroristi’ provengono dal mondo arabo e musulmano”.

Sui social network molti giornalisti o attivisti palestinesi negli anni hanno chiesto assistenza ad Accessnow per questioni di account sospesi o cancellati. Il vero problema secondo Fatafta rimane però lo shadow banning: “Una forma insidiosa di censura che gli utenti notano ma non possono dimostrare. Per esempio può succedere che qualcuno con un seguito numeroso usi la parola ‘Palestina’ o ‘Gaza’ e il suo traffico diminuisca senza ragione. Da parte della Meta, come anche di altre aziende nel settore dei social network, non c’è trasparenza al riguardo”.

Khaled Fahim, esperto di social network e streaming online, spiega su Al Araby Al Jadid che le restrizioni della Meta sui contenuti a favore della Palestina hanno spinto arabi e palestinesi verso altre piattaforme, come X (ex Twitter) e TikTok.

Voci dal campo

Sia i giovani palestinesi a Gaza sia i soldati israeliani usano TikTok per descrivere le loro esperienze in guerra. E per molte persone in tutto il mondo questi account sono l’unica fonte di informazione sul conflitto.

Il giovane fotografo palestinese Motaz Azaiza raccontava la sua vita quotidiana, prima di lasciare la Striscia di Gaza, con professionalità e ironia, e ora è seguito da ottomila persone su TikTok e 18 milioni su Instagram. L’account di Wizard Bisan – un milione di follower su TikTok, 4,4 milioni su Instagram – ha tre contenuti della “vita di prima” messi in evidenza, in cui si vede una ragazza piena di energia che parla di scarpe e maglioni. Dal 7 ottobre racconta la sua vita in una Gaza devastata. Hind Khoudary è una giornalista di Al Jazeera, ma ha anche account su TikTok e Instagram, e le sue storie di Gaza sono virali.

Negli Stati Uniti molti giornali si sono interessati al fenomeno, che sembra riflettere una nuova presa di posizione della generazione Z (i nati a partire dal 1996) sulla questione Israele-Palestina. Secondo la Cnn chi segue i giovani palestinesi di Gaza dopo sette mesi li considera come “parte della famiglia”. Il New Yorker racconta che alcuni giovani statunitensi hanno cambiato opinione leggendo libri consigliati su TikTok.

Anche i soldati israeliani usano i social network per descrivere la loro guerra. I vari account ufficiali dell’esercito cercano quali sono i temi più di tendenza in inglese per intercettare argomenti cari ai ragazzi e alle ragazze statunitensi. Quando all’inizio di aprile c’è stata l’eclissi di Luna negli Stati Uniti se n’è parlato molto sui social network. L’esercito israeliano ne ha approfittato per ricordare la sorte degli ostaggi.

Alcuni messaggi hanno sollevato indignazione per il loro sarcasmo nei confronti delle vittime, per i commenti apertamente razzisti e per i video che li accompagnavano, in cui si vedevano i soldati israeliani esibire i loro bottini di guerra, come biciclette o collanine d’oro di bambine palestinesi. Alcuni video su TikTok sono stati portati come prove alle udienze della Corte internazionale di giustizia nella causa presentata dal Sudafrica contro Israele, accusato di genocidio nella Striscia di Gaza. Le sedute della corte sono a loro volta diventate virali: “la prima volta in assoluto negli 89 anni di storia della corte”, hanno scritto due legali.

Negli Stati Uniti, il primo a lanciare l’allarme è stato l’ex amministratore delegato di Tinder, Jeff Morris Jr.: “Israele sta perdendo la guerra di TikTok”. L’hashtag #standwithpalestine ha ricevuto 2,9 miliardi di visualizzazioni contro i duecento milioni di #standwithisrael. Un articolo del Washington Post si chiede: “TikTok sta facendo il lavaggio del cervello alla generazione Z?”.

Intanto il congresso statunitense vuole vietare TikTok. Il senatore repubblicano Marco Rubio accusa: “Il pregiudizio marxista di TikTok rispecchia il pensiero di sinistra che vige tra i millennial e la generazione Z, ma soprattutto la sottomissione dell’app al regime marxista più potente del mondo: il Partito comunista cinese”. Il nuovo account TikTok del presidente Joe Biden è stato subito preso d’assalto da commenti su Gaza.

TikTok ha risposto alle accuse pubblicando la sua “verità su hashtag e contenuti durante la guerra tra Israele e Hamas”. Secondo la piattaforma cinese, TikTok è coinvolta nel cambiamento di opinione sulla guerra a Gaza solo perché il suo bacino di utenti è costituito da ragazze e ragazzi: “I giovani tendevano a essere sbilanciati a favore della Palestina molto prima che TikTok esistesse”. La società ByteDance di Zhang Yiming ha lanciato l’app nel 2016, “quindi sarebbe irrealistico attribuire sentimenti così ampi a un unico canale di comunicazione come TikTok”.

Secondo il centro di ricerca palestinese di studi israeliani Madar, la “vittoria radicale” ottenuta dai palestinesi su TikTok tra il 7 e il 23 ottobre – otto milioni di video filoisraeliani rispetto a circa 114 miliardi di video filopalestinesi nello stesso periodo – è da attribuire alla funzionalità For you e alla “natura misteriosa di questo feed creato dall’algoritmo”. Il sito arabo di approfondimento Al Sifr dimostra che è proprio il divario generazionale che favorisce la Palestina: secondo il database di TikTok l’82 per cento delle persone che hanno visualizzato l’hashtag #standwithpalestine ha meno di 34 anni.

Per Marwa Fatafta di Accessnow, tutta la polemica contro TikTok è “dogmatica e anche offensiva verso le nuove generazioni”. In realtà, “la questione di fondo è che nessuna piattaforma ha davvero rivelato il funzionamento dei suoi algoritmi”. Questo è diventato chiaro con il Digital service act (Dsa) deciso dall’Unione europea, che rappresenta tuttavia un buon passo avanti. L’Unione europea ha chiesto a TikTok di cancellare 40mila contenuti violenti prodotti dal 7 ottobre in poi. Ma, con il rapporto sulla trasparenza richiesto dal Dsa europeo, conclude Fatafta “abbiamo anche scoperto che il 98 per cento dei contenuti è gestito automaticamente dall’algoritmo, quindi rimane ancora tutto molto oscuro”.

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