Quando è nato mio figlio, l’abbiamo chiamato Avan. Significa prospero e florido e speravamo che questo nome avrebbe rispecchiato la strada che la sua vita avrebbe intrapreso. Adesso è passato un anno e mi chiedo: com’è stato possibile dargli un nome del genere? Come può una persona avere un briciolo di speranza in mezzo a tutta la devastazione e la distruzione che affliggono il mio paese?

Sono un curdo della Siria del nord, e da anni fotografo la guerra. Ho visto morte, distruzione, disperazione, sofferenza. Ma poi potevo sempre tornare alla sicurezza della mia casa. Avevamo un’autonomia e dal momento che, insieme alle forze statunitensi, abbiamo sconfitto il “califfato” del gruppo Stato islamico (Is) nella regione, avevamo osato sognare che il nostro territorio sarebbe rimasto in pace. Non è una cosa da poco per un popolo senza terra, che da secoli è intrappolato nelle lotte di potere tra i giganti della regione.

Ci sono stati perfino momenti in cui ho effettivamente pensato che esistesse un briciolo di giustizia in questo mondo. È accaduto ogni volta che ho fotografato delle donne che combattevano i jihadisti dell’Is. Alcune di queste donne erano state schiave dell’Is, ma ora li affrontavano e li sconfiggevano sul campo di battaglia. Sembrava una cosa giusta. Ma avevo torto, ed ero stato troppo frettoloso. Le ultime settimane hanno capovolto il mondo. Non credo più che esista una giustizia. Tutto è diventato assurdo e insensato. Gli ultimi giorni mi hanno insegnato la verità di questo universo, ovvero che questo ruota dentro un inferno d’indifferenza.

Noi curdi siamo in stato di shock da quando il presidente statunitense Donald Trump ha ordinato alle truppe del suo paese di ritirarsi dalla nostra regione.

Curdi siriani intorno a un veicolo dell’esercito statunitense durante una manifestazione contro le minacce di attacchi da parte della Turchia. Periferia di Ras al Ain, nella provincia siriana di Hasakeh, vicino al confine turco, il 6 ottobre 2019. (Delil Souleiman, Afp)

Queste truppe non solo erano state alleate dei curdi nello sconfiggere i jihadisti, ma erano anche un deterrente per la Turchia, che da anni combatte la ribellione curda e che voleva inviare le sue truppe nella Siria settentrionale per creare una zona libera dai nostri combattenti.

In seguito alla decisione di Trump, la Turchia ha inviato le sue truppe e da allora i curdi non hanno molto tempo per pensare ad altro che difendere le loro aree dagli attacchi. Abbiamo capito che gli Stati Uniti non mantengono le loro promesse quando hanno evacuato, e addirittura distrutto, alcune delle loro postazioni difensive durante la ritirata. È come se avessero contribuito a indebolirci, in modo da farci arrendere alla Turchia senza combattere. Ma i curdi sentono di dover combattere fino alla fine, per quanto amara, per non dover vivere fino al momento del vergognoso destino che li aspetta se perderanno la battaglia con la Turchia. Non si fidano più di nessuno, solo di loro stessi.

Abbiamo sacrificato migliaia dei nostri figli per eliminare il terrorismo. E i nostri partner, gli Stati Uniti, ci hanno lasciati soli ad affrontare la Turchia. I curdi vedono il presidente Donald Trump come un mercante disposto a venderli in un batter d’occhio per denaro. Pensano che sia un uomo folle e capriccioso, il cui umore cambia dal giorno alla notte. Non era sincero nella sua promessa di proteggere i suoi compagni d’armi. Trump ci ha tradito, come ci è successo per tutta la nostra storia.

Siamo qui da secoli e sappiamo che le grandi potenze del Medio Oriente sono spietate nei confronti delle altre etnie, che saranno massacrate oppure arabizzate o turchizzate, come accaduto per gli antenati dei loro nemici.

Prima fotografavo battaglie che avvenivano altrove e tornavo a casa per riposarmi. Ma adesso, dopo aver assistito a battaglie e bombardamenti, torno a casa mia e ritrovo lo stesso destino, la stessa fatica, la stessa mancanza di sicurezza e certezze. La paura ci accompagna anche quando andiamo a letto.

Una famiglia curdo siriana in fuga dalle campagne di Ras al Ain, il 16 ottobre 2019.



(Delil Souleiman, Afp)

L’altro giorno sono tornato a casa dopo aver raccontato le dure battaglie di Sari Kani (Ras al Ayn). Ho aperto la porta e mio figlio stava piangendo perché aveva sentito i bombardamenti sulla sua città. Era la prima volta, da quando è nato, che sentiva qualcosa del genere. Era terrorizzato. Riusciva ad addormentarsi solo stendendosi sul mio petto. Ho continuato a guardarlo durante la notte. Si è alzato piangendo, poi è tornato a dormire, terrorizzato.

Gli auguro di essere felice. Forse il destino sarà più generoso con lui che con noi, e saprà quanto è difficile sopravvivere agli attacchi turchi, che hanno distrutto i nostri sogni di vivere nella nostra terra e di cantare qui in libertà le tristi canzoni epiche che parlano del nostro destino.

Non avrei mai immaginato di raccontare battaglie come ho fatto, da Kobane a Raqqa. E adesso la guerra è arrivata alla porta della mia casa, che potrebbe essere distrutta dall’artiglieria o dagli attacchi aerei.

Lo dico onestamente, non avrei mai pensato che il mondo facesse finta di non vedere quel che accade ai curdi in Siria. È difficile fotografare le persone che muoiono con il cuore spezzato perché sanno che il loro paese sarà occupato e le loro lapidi distrutte, come accaduto alle tombe curde ad Afrin, una regione a maggioranza curda più a ovest, nella Siria del nord, che la Turchia ha occupato all’inizio dello scorso anno. Non ci saranno neppure delle lapidi a testimoniare la presenza curda in questa terra.

Il funerale di cinque combattenti delle forze democratiche siriane uccisi durante con gli scontri con l’esercito turco. Ras al Ain, il 14 ottobre 2019. (Delil Soueliman, Afp)

Viviamo nella delusione mentre ci avviciniamo al nostro destino. La storia non perdonerà mai quanto ci è accaduto, perché continua a ripetersi. È piena di sconfitte e delusioni, simile a venti carichi di polvere pesante che rendono difficile anche respirare.

Ogni volta che vado da qualche parte dico a mia moglie di prendersi cura di sé e di nostro figlio perché potrei non tornare. Lei ogni volta mi chiede “perché parli di morte” e comincia a piangere. Queste memorie dolorose non se ne andranno mai.

Quando si racconta la guerra ci sono sempre scene che rimangono impresse nella memoria. E così anche stavolta. Una donna che balla al funerale di suo fratello. Mentre danzava, le lacrime le rigavano le guance. Una ragazza che piangeva sulla tomba del suo amato. Un padre e una madre che seppelliscono il loro figlio, coprendolo di terra, sapendo che quello sarà il loro ultimo saluto.

L’altro giorno ho visto una madre che cercava il corpo di suo figlio tra i morti e feriti arrivati all’ospedale. Osservava tutti i volti dei morti, sperando di trovare suo figlio. Alla fine, è svenuta. Ansimava e lo chiamava per nome. Più tardi alcune persone le hanno detto che suo figlio era morto ma non erano in grado di trovarne il corpo, ridotto in briciole dopo un attacco aereo alla città di confine di Ras al Ayn.

Spesso, quando scatto delle fotografie, i miei occhi si riempiono di lacrime. Forse perché condivido lo stesso destino delle persone che vedo nel mio obiettivo.

Avevo molte speranze e sogni che speravo di vedere realizzati. Ma adesso tutto, intorno a me, mi parla di disastro. Speranze e sogni si sono dissolti con i venti del mattino.

Scrivo queste parole mentre una brezza fredda mi avvolge le dita e un destino ignoto ci attende, in questa terra dove avrei voluto trascorrere tutta la mia vita con la mia famiglia.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato sul blog Correspondent dell’Agence France-Presse. Nel blog giornalisti e fotoreporter raccontano il loro lavoro.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it