06 marzo 2020 13:09

Questo articolo è uscito il 12 settembre 2008 nel numero 761 di Internazionale. L’originale era stato pubblicato su New Scientist con il titolo The great seed blitzkrieg.

Ai piedi delle Ande risuonò uno sparo: Heinz Brücher, 75 anni, capo dei botanici di Hitler, giaceva morto nel suo vigneto alla periferia di Mendoza, in Argentina. Era il 17 dicembre 1991. Nessuno è stato mai incriminato per quell’omicidio, ma molte organizzazioni – tra cui i narcotrafficanti, il Kgb e il Mossad – avevano un motivo per volerlo morto. Nella sua vita movimentata e piena di misteri, Brücher si era fatto molti nemici.

Mezzo secolo prima Brücher era un giovane e intraprendente genetista
dell’università tedesca di Jena, uno dei focolai dell’ideologia nazista. Durante la seconda guerra mondiale diventò un “biopirata” di Hitler, cioè uno di quegli scienziati che seguirono le truppe tedesche in territorio sovietico. Il loro compito era occupare le stazioni di ricerca agricola del paese per impossessarsi di piante e sementi locali. Queste ultime finivano nella collezione sovietica di materiale genetico vegetale, che all’epoca era la più grande del mondo. Che fine abbia fatto quel bottino dopo la guerra è un mistero. Seguendo un percorso che porta dalla Germania alla Svezia, continuando per la Gran Bretagna, il Sudamerica e la Russia, siamo andati alla ricerca del tesoro di Brücher.

Tutto comincia in Unione Sovietica con il leggendario scienziato Nikolaj Vavilov. Il suo lavoro consisteva nel raccogliere semi di piante selvatiche e coltivate di tutto il mondo, per ottenere nuove varietà di colture in grado di crescere in tutto il territorio dell’impero sovietico. Le sementi di Vavilov dovevano letteralmente gettare il seme di una nuova espansione imperialistica.

Da Stalin a Himmler
Nel 1924, sotto il patrocinio di Lenin, Vavilov assunse la direzione di un nuovo ente, l’Istituto di botanica applicata di Leningrado (oggi San Pietroburgo). Ben presto l’istituto diventò famoso a livello internazionale perché ospitava la più grande collezione di semi del mondo: all’inizio degli anni trenta riuniva 250mila campioni. Vavilov creò delle raccolte anche in altre stazioni di ricerca sparse in tutta l’Unione Sovietica. Dopo la morte di Lenin, però, cadde in disgrazia. Fu sostituito da un suo ex allievo, che aveva idee più congeniali al nuovo leader Josif Stalin: Trofim Lysenko. Secondo Lysenko la genetica delle piante (e quindi anche la collezione di Vavilov) era inutile, perché le piante acquisivano caratteristiche diverse a seconda dell’ambiente in cui crescevano. Dal punto di vista ideologico questa teoria piaceva molto a Stalin, perché significava che le piante potevano essere modificate, esattamente come i lavoratori: bastava un semplice atto di volontà politica.

Nel 1940 Vavilov fu imprigionato per aver difeso la “pseudoscienza borghese” della genetica. Morì in prigione nel 1943 e le sue collezioni furono quasi dimenticate. Nel 1941, quando Hitler invase la Russia, Stalin trasferì alcune infrastrutture chiave come le centrali elettriche e le acciaierie a est degli Urali. Ma abbandonò uno dei suoi tesori più preziosi: i semi di Vavilov.

Se Stalin non aveva capito il loro valore, i tedeschi invece lo conoscevano bene. La Germania nazista era ossessionata dal problema dell’autosufficienza e considerava la collezione di Vavilov un bottino di guerra molto appetibile. Prima dell’invasione, gli scienziati del Kaiser Wilhelm Institut (il predecessore dell’attuale istituto Max Planck) avevano progettato di impadronirsi dei centri di ricerca russi e, mentre le truppe avanzavano in territorio sovietico, i botanici le seguivano da vicino. Non misero mai le mani sulla collezione principale di Vavilov, che rimase al sicuro dietro le mura del suo istituto durante tutto l’assedio di Leningrado, ma all’inizio del 1943 gli scienziati tedeschi controllavano circa duecento stazioni locali in Russia e in Ucraina.

In seguito, molti scienziati tedeschi avrebbero sostenuto che volevano solo difendere il patrimonio di sementi dell’umanità. Ma alcuni documenti scoperti dagli storici tedeschi dimostrano che ci fu una vera e propria corsa al saccheggio. Uno dei partecipanti più solerti fu la Ahnenerbe (Società per la ricerca e l’insegnamento dell’eredità ancestrale), istituita nel 1935 dal comandante delle Ss Heinrich Himmler per dimostrare la superiorità della razza ariana.

A questo punto entra in gioco Brücher. Nel 1943 aveva 27 anni ed era già un sottufficiale delle Ss e un importante membro dell’Ahnenerbe. Dopo la sconfitta subita dai tedeschi a Stalingrado (oggi Volgograd) all’inizio del 1943, era chiaro che i nazisti avrebbero dovuto rinunciare a quasi tutti i territori conquistati in Unione Sovietica, e quindi alle stazioni di ricerca e alle loro sementi. Brücher suggerì che l’Ahnenerbe inviasse un “commando” per portare a casa quel bottino. In seguito avrebbero costruito un nuovo istituto per ospitare i semi sequestrati. Himmler acconsentì e diede l’incarico a Brücher.

Nel giugno del 1943 Brücher cominciò la sua guerra lampo botanica. Con i suoi scagnozzi saccheggiò almeno 18 istituti in Ucraina e in Crimea. Tutti i membri del commando sono ormai morti, tranne il loro interprete, Arnold Steinbrecher, che oggi ha 93 anni e vive in Canada. Steinbrecher ricorda Brücher come una persona “meticolosa e molto intelligente, ma estremamente ambiziosa, esigente, prepotente e dispotica”. Tuttavia prova ancora un senso di lealtà nei confronti dell’uomo che, dice, gli ha salvato la vita. Insiste nel sostenere che la spedizione del commando non fu un’operazione militare. Brücher “si presentò come un botanico e non come un ufficiale. Non fece mai nessun tentativo di entrare negli istituti con la forza”.

Brücher portò le sementi al nuovo Istituto per la genetica delle piante, creato dalle Ss in un remoto castello austriaco a Lannach. I semi andarono ad aggiungersi a quelli raccolti dall’Ahnenerbe durante la spedizione in Tibet cinque anni prima. “L’idea era di coltivare pianticelle di ceppo ucraino e di ceppo tibetano per poi incrociarle con quelle europee, cercando di ottenere ibridi in grado di crescere ad altitudini maggiori e in climi più freddi”, ricorda Steinbrecher. Brücher, sostiene l’anziano interprete, “aveva progetti grandiosi, come quello di coltivare piante nella regione artica”.

Detenuti e carcerieri
Il personale di Lannach era formato da detenuti, tra cui alcuni prigionieri di guerra alleati e una quindicina di donne che appartenevano ai testimoni di Geova, fatte venire da un campo di concentramento vicino. L’istituto sembrava corrispondere a molti degli stereotipi legati alle Ss: era sinistro e brutale, ma a tratti anche grottesco. Secondo Steinbrecher, le giardiniere testimoni di Geova si rifiutavano di uccidere le erbacce perché era contro la loro religione.

Altri prigionieri si dimostrarono più utili. Uno in particolare, un soldato britannico di nome William Denton-Venables, era un botanico. In seguito Brücher lo avrebbe descritto come “il mio collaboratore inglese tra il 1943 e il 1945”. Non è chiaro fino a che punto Denton-Venables abbia aiutato Brücher a portare avanti il suo progetto di dominio botanico del mondo, anche se Steinbrecher ricorda che i due avevano un buon rapporto e lavoravano insieme quasi come colleghi.

Durante la seconda guerra mondiale sono andati persi circa 40mila campioni

Il programma d’incroci, però, non decollò mai. Nel giro di pochi mesi l’Armata rossa cominciò ad avanzare rapidamente. Nel febbraio del 1945 le Ss ordinarono a Brücher di far saltare in aria il castello. Brücher ignorò l’ordine, forse perché considerava quei semi il passaporto per la sua carriera postbellica.

Sembra che anche i sentimenti di Denton-Venables fossero conflittuali. A quanto pare i due uomini erano legati da un rapporto di grande lealtà reciproca. Secondo Steinbrecher, i prigionieri di guerra di Lannach avevano una radio a onde corte e spesso ne sapevano più dei loro carcerieri su quello che succedeva fuori di lì. “Ogni tanto William dava a Heinz qualche informazione sulle operazioni militari in corso. Al momento opportuno, lo informò che l’Armata rossa sarebbe arrivata entro un’ora”. Brücher e Steinbrecher fuggirono, trovando rifugio in casa dei genitori di Brücher a Heidelberg.

Secondo lo storico Uwe Hossfeld, dell’università di Jena, nessuno sa esattamente cosa fece Brücher nei due anni successivi. A quanto si dice, condusse alcuni studi sugli oli di semi commestibili per gli americani, che avevano occupato la Germania ed erano a caccia di scienziati. Ma i botanici erano meno importanti degli esperti di missili e degli ingegneri nucleari: se Brücher sperava che lo invitassero ad andare negli Stati Uniti, sarà rimasto senza dubbio deluso.

Nel 1947 probabilmente decise che era arrivato il momento di lasciare il suo paese. Come ex ufficiale delle Ss non poteva muoversi liberamente nella Germania e nell’Austria occupate dagli alleati, ma sembra che in qualche modo riuscì a tornare a Lannach, che all’epoca era in mano agli inglesi. Poi, rientrato in Germania, affittò una barca da pesca e raggiunse Stoccolma.

Esploratori svedesi
Perché andò proprio lì? Perché in Svezia Brücher conosceva alcuni scienziati che durante la guerra avevano simpatizzato per i nazisti. Tra questi c’era l’esploratore e collezionista di piante Sven Hedin, ormai ottantenne, che aveva tenuto il discorso di apertura delle Olimpiadi di Berlino nel 1936. Brücher lavorò per un breve periodo con Hedin, ma nel novembre del 1948 si imbarcò per l’Argentina con quasi mezza tonnellata di bagagli. Lì cominciò una nuova carriera nel campo della genetica delle piante presso l’università di Tucumán, che dava lavoro a un buon numero di scienziati esuli dalla Germania e dall’Italia.

La nuova situazione non influì molto sulle sue opinioni politiche. “Quando lo conobbi, negli anni settanta, i suoi valori erano gli stessi del periodo nazista”, racconta Daniel Gade, uno scienziato dell’università del Vermont. Brücher passò anche un anno in Sudafrica durante l’apartheid, che secondo lui confermava la sua teoria sulla superiorità della razza bianca.

L’ex ufficiale delle Ss era un feroce oppositore di tutte le droghe, compresi il tabacco e l’alcol. Secondo Gade, qualche anno prima di morire si vantava di lavorare a un virus in grado di distruggere la pianta della coca. Vero o falso che fosse, sarebbe stato un movente plausibile per il suo omicidio.

Brücher, tuttavia, è solo uno dei tanti protagonisti della storia dei semi rubati. Una commissione governativa sovietica istituita dopo la guerra giunse alla conclusione che durante il conflitto, tra quelli distrutti e quelli rubati, erano andati perduti circa 40mila campioni.

Che fine avevano fatto? Secondo Olga Elina, dell’Istituto di storia della scienza e della tecnologia di Mosca, alcuni documenti tedeschi rivelano che, a parte quelle che finirono a Lannach, la maggior parte delle sementi russe fu portata nei centri per il miglioramento genetico vegetale dell’istituto Kaiser Wilhelm a Vienna e a Müncheberg. Ma una volta finita la guerra rimasero lì? Hossfeld sostiene di non essere riuscito a trovare nessuna traccia delle collezioni rubate o del loro utilizzo in Germania dopo la guerra. Henry Shand, che dirige la principale banca dei semi statunitense a Fort Collins, in Colorado, ha fatto qualche ricerca negli archivi di Washington, ma anche lui è arrivato a un punto morto. Secondo Elina, i campioni furono probabilmente integrati nelle collezioni tedesche.

Ma i semi di Lannach potrebbero aver avuto una vita più avventurosa. Alla fine della guerra il castello fu abbandonato. Steinbrecher sostiene che lui e Brücher furono costretti a scappare all’ultimo momento e quindi non portarono via nessun seme. Ma Hossfeld ha scoperto una lettera che Brücher scrisse a un collega tedesco, Theodor Herzog, nel novembre del 1947, in cui affermava di aver da poco “ricostituito” la collezione di Lannach. La maggior parte dei semi, scriveva, non erano nel castello ma erano stati piantati segretamente in vari villaggi.

Hossfeld pensa che Brücher portò quei semi con sé in Svezia. E ne è convinto anche Carl-Gustav Thornström, della facoltà di Scienze agricole dell’università di Uppsala. Thornström ha parlato con cinque genetisti che conobbero Brücher quando viveva in Svezia. E sostiene che tutti si sono “irrigiditi” quando ha sollevato la questione dei semi di Lannach .

Arne Hagberg, che negli anni settanta dirigeva l’Associazione svedese delle sementi, ha dichiarato di aver conosciuto Brücher in Svezia prima che partisse per l’Argentina. Brücher aveva con sé una parte del materiale di Lannach e, secondo Hagberg, lo voleva usare in Argentina come base per una nuova banca dei geni: “Probabilmente non gli fu difficile mettere in valigia qualche sacchetto di carta con i semi che voleva portare con sé”.

Oltre frontiera
Ma torniamo alla Russia. È provato che Brücher restituì una parte del materiale all’Unione Sovietica. Nel 2001 Thornström ha visitato il vecchio istituto di Vavilov, che oggi si chiama Istituto di ricerca N.I. Vavilov per l’industria delle piante. Lì ha potuto consultare alcuni quaderni di appunti in cui sono registrate le visite di Brücher all’istituto nel 1960 e negli anni successivi. La sua ipotesi è che qualcuno abbia fatto pressioni su Brücher affinché restituisse il materiale. Nel 1958, fa notare Thornström, l’allora direttore dell’istituto, Petr Zhukovskij, andò proprio a Tucumán.

Potrebbe esserci anche un collegamento con la Gran Bretagna. Nella sua lettera a Herzog, Brücher diceva chiaramente di essere ancora in contatto con Denton-Venables. Scriveva che il suo “ex collaboratore” era diventato direttore di una società chiamata Taylor & Venables Agricultural Seed Merchants. L’inglese, aggiungeva, aveva mostrato “estrema correttezza e lealtà nell’aiutarlo a rimettere insieme il materiale”. Che cosa voleva dire?

Abbiamo ricostruito una parte dei movimenti di Denton-Venables dopo la guerra e parlato con alcuni membri della sua famiglia. Nel 1945 gli fu conferita una medaglia al valor militare. La motivazione che l’accompagna accenna anche a Lannach e al fatto che Denton-Venables fosse rimasto lì durante l’invasione russa, per impedire che i tedeschi distruggessero del “materiale prezioso per l’agricoltura”. E conclude: “Denton-Venables portò con sé alcuni campioni di sementi che, secondo gli esperti di agricoltura, potrebbero dimostrarsi di inestimabile valore”.

Da questa versione degli eventi sembra che Denton-Venables l’abbia fatta in barba al suo collega, accompagnandolo alla porta sul retro mentre lui si riempiva le tasche di sementi e usciva da quella principale. Sua figlia ricorda che, dopo essere stato congedato dall’esercito, Denton-Venables era stato invitato a un misterioso incontro a Londra per parlare di alcune sementi, ma poi la traccia si ferma lì.

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I Royal botanic gardens di Kew, il centro di ricerca di Rothamsted,
nell’Hertfordshire, e il Plant breeding institute di Norwich sono i luoghi dove era più probabile che Denton-Venables avesse depositato le sementi. Ma gli archivisti di questi centri non ne sanno niente. Nessuno è in grado di dire cosa potrebbe essere successo a quei semi né chi potessero essere gli “esperti” che li consideravano di “inestimabile valore”.

Forse Denton-Venables li usò per mettere in piedi la sua società. Secondo i suoi familiari, quando tornò dalla guerra non aveva un soldo ma nel giro di poco tempo avviò un’attività di successo a Chester. Se veramente stava vivendo di guadagni disonesti, ha avuto rapidamente la punizione che meritava. Alla fine degli anni cinquanta la sua società era sull’orlo del fallimento e, nel maggio del 1959, William Venables (sembra che Denton fosse stata una sua aggiunta personale) morì d’infarto a 44 anni.

È anche possibile che Venables e Brücher si siano incontrati ancora una volta dopo aver lasciato Lannach. La famiglia di Venables è sicura che, poco dopo la guerra, William andò in segreto a visitare il suo vecchio carceriere e amico. Proprio in quel periodo avrebbe chiesto il passaporto. Forse Venables andò con Brücher a Lannach per riprendere le sementi. Questo spiegherebbe perché Brücher parla di “estrema correttezza e lealtà”. O forse Venables gli diede semplicemente i semi che aveva conservato dal momento della loro fuga. Nessuno sa come o perché si incontrarono, quando o dove, o cosa decisero. È un enigma affascinante, ma a quanto pare i due botanici si sono portati la soluzione nella tomba.

(Traduzione di Bruna Tortorella)

Questo articolo è uscito il 12 settembre 2008 nel numero 761 di Internazionale. L’originale era stato pubblicato su New Scientist con il titolo The great seed blitzkrieg.