Nella comunità di artisti 798 a Pechino, aprile 2017. (Zhang Peng, LightRocket via Getty Images)

A Pechino non c’è posto per gli artisti

Nella comunità di artisti 798 a Pechino, aprile 2017. (Zhang Peng, LightRocket via Getty Images)
05 ottobre 2017 10:16

Nella Pechino della continua ricostruzione, le cosiddette comunità di artisti rendono bene l’idea di quella “zona grigia” tra il lecito e l’illecito dove è possibile ritagliarsi una strategia di vita. La più famosa è 798, un’ex grande fabbrica chimica in stile Bauhaus, costruita nel dopoguerra dai “fratelli” della Germania Est, che negli anni novanta fu occupata da creativi alla ricerca di un posto dove stare.

All’inizio, il governo cittadino voleva sgomberarli per realizzare in quell’area una grande speculazione immobiliare, poi si è reso conto che gli artisti fanno girare i soldi e ha deciso di lasciarli lì. Oggi, 798 è una Disneyland in cui caffè alla moda e gallerie prestigiose si alternano a negozietti di souvenir spacciati come opere d’arte. E ha fatto crescere ulteriormente il valore immobiliare di tutta la zona circostante. Il circolo virtuoso è semplice, comune a tutte le gentrificazioni del mondo. Arriva il creativo, fa diventare di moda una certa zona, i prezzi degli alloggi crescono, qualche artista che non ha ancora sfondato decide di andarsene in un’area meno prestigiosa e getta quindi un nuovo seme.

Oggi però a Pechino sembra che qualcosa si sia inceppato. Forse le comunità di artisti non interessano più alle autorità, oppure bastano quelle che già ci sono. Forse, il prezzo del mattone va ormai in automatico, non c’è bisogno del creativo come inconsapevole agente immobiliare.

Questa è la storia della fine di una comunità di artisti. Si chiamava Iowa.

È la solita zona grigia di illegalità tollerata dalle autorità. Che incassano la loro fetta di torta sotto forma di tasse. E chissà di che altro

L’area dove sorge era destinata a uso agricolo, infatti le abitazioni sono in ex serre in mattoni con la loro tipica volta a botte. Gli artisti le hanno fatte diventare dei magnifici loft a basso prezzo, laggiù al quinto anello, oltre il villaggio urbano di Caochangdi. Il padrone è un taiwanese che ha passato anni negli Stati Uniti, per questo ha chiamato il posto “Iowa”. Ci ha parcheggiato dentro anche un’auto americana di quelle lunghe lunghe, anni cinquanta o sessanta, che adesso è coperta con un telo.

Che poi il padrone non è il vero padrone, ha approfittato dei bassi costi dei terreni agricoli per prendere in affitto l’area e poi subaffittarla a uso abitativo, ricavandoci un bel guadagno. È la solita zona grigia di illegalità tollerata dalle autorità. Che incassano la loro fetta di torta sotto forma di tasse. E chissà di che altro. È andata avanti così per dieci anni.

Nel 2013 o forse 2014, le autorità avevano provato a sgomberarli, dicendo che gli artisti dovevano andarsene. Allora il padrone si mise in mezzo, pagò probabilmente una mazzetta, e alla fine la nuova regola fu che i creativi sarebbero potuti restare nelle serre solo a lavorare, non a viverci. Trovata la via d’uscita senza che nessuno ci perdesse la faccia, rimasero comunque tutti ad abitarci e nessuno ci mise più becco per altri tre anni.

Il 26 luglio scorso però hanno telefonato al taiwanese dicendogli che i residenti avevano tre giorni per sgomberare. Lui li ha avvertiti, ha preso tempo, lo sgombero è stato posticipato. Intanto hanno cominciato a portare via tutte le opere d’arte.

“Certo, vedendo quello che succedeva lì intorno da tempo, un po’ se lo aspettavano”, mi dice Eleonora, la curatrice d’arte italiana che per qualche anno ha vissuto a Iowa. “Dalle altre parti le demolizioni sono cominciate da tempo, per esempio l’anno scorso era toccato a Heiqiao, un’altra comunità di artisti. Però a Heiqiao avevano dato sei mesi di preavviso. Quella di Iowa non è una demolizione ordinaria, bensì urgente. Li Jie, l’artista che ci ha vissuto più a lungo di tutti, per 9 anni, sapeva da subito che quelle costruzioni potevano essere usate solo per metterci le piante. Ai tempi, non si aspettava di riuscire a viverci per così tanto tempo”.

Si dice che l’area dovrebbe essere inserita nella futura “cintura verde” di Pechino, però giusto di fianco stanno costruendo il tunnel della linea ad alta velocità per il Dongbei, il nordest cinese. Qualcuno pensa che ci siano di mezzo interessi privati, forse dello stesso taiwanese.

Un messaggio esplicito
Giro un po’ all’interno di Iowa, vedo quello che era il ristorante e poi lo studio di un fotografo “tra i più noti”, mi dice WW. Ora sono vuoti. Sgattaioliamo dentro la casa del padrone, una serra a botte pure quella, dove ha perfino fatto costruire una piscina. Adesso c’è acqua stagnante cosparsa di foglie cadute dalle piante che lui ha disposto tutto attorno.

WW riconosce che quando un paese arriva a un certo livello di sviluppo bisogna “dare una ripulita”, riferendosi alla cancellazione delle zone grigie di illegalità consentita. Però critica il metodo, non è “funzionale”: “Manca sia un sistema legale sia la pianificazione urbana”. Curioso, WW vorrebbe che fosse gestita legalmente una situazione illegale. Lei dice che in teoria esistono regole, ma poi si perdono per strada. E così la gente non ha modo di far valere i propri diritti.

Sono lì quando arrivano gli operai della locale municipalità e tagliano acqua e luce. Non ci si lava e non si cucina più, addio wifi. È un messaggio esplicito: fuori di qui.

Si è formato subito un capannello di residenti all’ingresso del villaggio per discutere sul da farsi. C’è l’amministratore dell’area attaccato febbrilmente al telefono, il taiwanese gli ha mollato la patata bollente. Dopo un po’ dice laconico che il padrone è partito per l’Europa. Ha incassato gli affitti di luglio e via, tanto non ci sarà agosto per Iowa. Che fare?

Le persone della comunità chiamano la polizia, poi l’ufficio del sindaco di Pechino che ha istituito una sua hotline diretta “per essere più vicino alla popolazione”. Si fa così, quando un’autorità ti calpesta. Ti rivolgi all’autorità superiore. Alla fine decidono di andare in delegazione dal governo locale. Non mi portano con loro, li capisco, la faccia di un laowai (uno straniero) renderebbe tutto più complicato e cancellerebbe ogni residua speranza. Speranza di cosa? No, non di continuare a vivere lì, tutto è ormai deciso. Se mai di guadagnare altro tempo.

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Resto nello studio di WW ad aspettare, mi sa che dovrò aiutarla a trasportare la gatta a casa di amici. Torna dalla spedizione: “Niente da fare”. C’erano solo due funzionari di basso rango e hanno detto che non possono farci nulla. Lei annota freneticamente tutte le cose da fare su un bloc notes, le viene da piangere.
Poi, qualche giorno dopo, lo sgombero.

Tutta l’area è circondata dai zhi’an zhiyuan, i volontari della pubblica sicurezza. Divise raffazzonate, scarpe da ginnastica, sbadigli e fisici non proprio marziali, servono soprattutto a fare numero, bloccare l’ingresso di Iowa, dove le ruspe stanno già demolendo. Fuori, gli artisti osservano. Qualcuno butta per terra delle banconote finte, davanti ai precari dell’ordine, che non fanno una piega. Giro intorno all’isolato, entro in un giardinetto da un cancello scassato cercando un punto di osservazione o d’entrata nell’area in cui si accumulano le macerie. Mi accorgo che sono in un cimitero abbandonato: tombe diroccate, fosse vuote, tra la ferrovia sopra la mia testa e quello che fu Iowa.

Dopo la demolizione, tutti gli artisti se ne sono andati in posti diversi. Alcuni a Songzhuang, un altro distretto culturale, altri sono tornati a casa oppure sono andati a vivere nella vicina Caochangdi, ma senza più lo studio. WW è andata in Europa. La diaspora di solito si ritrova altrove, in un nuovo villaggio, in una nuova comunità. Ma oggi non ne sono più così sicuri. La zona grigia appare sempre più ristretta.

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Claudia Grisanti
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