Lacrimogeni lanciati dalla polizia turca durante una protesta antigovernativa a piazza Taksim, Istanbul, l’11 giugno 2013. (Osman Orsal, Reuters/Contrasto)

Il surreale processo contro chi ha manifestato al parco Gezi 

Lacrimogeni lanciati dalla polizia turca durante una protesta antigovernativa a piazza Taksim, Istanbul, l’11 giugno 2013. (Osman Orsal, Reuters/Contrasto)
16 luglio 2019 10:29

Osman Kavala è apparso calmo, il 24 giugno, quando è emerso da seicento giorni di detenzione per testimoniare in un epocale processo, al termine del quale rischia una condanna all’ergastolo. “Non sono mai stato interessato a rovesciare il governo”, ha dichiarato il turco Kavala, 62 anni, esponente di spicco della società civile, mentre era in piedi in un’aula buia e affollata da avvocati, diplomatici e centinaia di persone arrivate a seguire le sedute del processo.

Ma è proprio di questo che l’accusano: di essere all’origine delle proteste nel parco Gezi nel 2013 a Istanbul, e di aver avuto come obiettivo quello di far cadere il governo. In un processo che riflette, per molti aspetti, la profonda crisi dello stato di diritto che attraversa il paese, Kavala e gli altri 15 imputati si scontrano con uno stato che sembra determinato a usurpare il sistema giudiziario, con l’obiettivo politico di mettere a tacere i suoi critici.

Una finzione fantastica
Quasi a voler sottolineare questa esibizione di forza bruta da parte delle autorità, il processo si svolge in un complesso carcerario di massima sicurezza a Silivri, una città-prigione alla periferia di Istanbul. Camion blindati proteggono il tribunale, mentre all’interno alcune file di soldati in tenuta da combattimento affiancano gli imputati. L’aula di tribunale è una delle più grandi della Turchia.

Ma Kavala, gli altri imputati e molti osservatori presenti nel pubblico non si sono fatti intimidire, creando in aula un’atmosfera sorprendentemente vivace. Decine di amici e sostenitori hanno ripetutamente battuto le mani e fatto cenni di saluto quando i due imputati in custodia cautelare, Kavala e Yiğit Aksakoğlu, che lavora in una fondazione che si occupa dello sviluppo della prima infanzia, entravano in aula o ne uscivano.

L’atto d’accusa è perlopiù incoerente, costellato di assurde teorie del complotto

Erano presenti centinaia di osservatori, come a voler mostrare alle autorità che ci saranno dei testimoni a seguire i processi farsa. Decine di avvocati provenienti da tutta la Turchia, vestiti con una tunica nera, rossa e verde, hanno riempito un lato dell’aula. Di fronte a loro sedevano molti parlamentari turchi dell’opposizione, politici stranieri e diplomatici europei, canadesi e statunitensi.

Il processo ruota intorno a un atto d’imputazione lungo 657 pagine, che mira a mostrare come i 16 imputati, tra cui ci sono artisti ed esponenti della società civile, abbiano cospirato per organizzare e finanziare le proteste del 2013, poi diffuse in varie città della Turchia. Tutti rischiano, in caso di condanna, l’ergastolo. Ma in realtà, come è apparso assolutamente evidente in aula, l’atto d’accusa è perlopiù incoerente, costellato di assurde teorie del complotto, e in esso non figurano prove credibili di attività criminali. Mantenendo i suoi modi dignitosi e misurati, Kavala ha definito l’atto d’accusa una “finzione fantastica”.

La storia di Gezi riscritta
Fondato su trascrizioni d’intercettazioni telefoniche, itinerari di viaggi all’estero, post sui social network, foto ricavate da telecamere di sorveglianza e documenti finanziari, l’accusa è una riscrittura della storia delle proteste del parco Gezi, che sostanzialmente non spiega perché siano inclusi alcuni materiali e in che modo questi rappresentino le prove di un crimine.

“Sono stato in prigione 220 giorni e ancora non ho la più pallida idea del perché ci sia rimasto così tanto”, ha dichiarato Aksakoğlu. Quest’ultimo è accusato di avere ricevuto istruzioni da Kavala per fomentare e portare avanti le proteste a Gezi, ma non ci sono prove del fatto che i due abbiano mai avuto qualche contatto o che si siano mai incontrati. “L’atto d’accusa afferma che abbiamo fatto una telefonata di 35 secondi. Come avrei potuto ricevere degli ordini in quel lasso di tempo?”, ha chiesto ai tre giudici.

Osman Kavala durante una conferenza al parlamento europeo a Bruxelles, 2014. (Wiktor Dabkowski, Dpa/Ap/Ansa)

Kavala e altri imputati hanno ricordato alla corte che la protesta di Gezi, più che una cospirazione politica, è nata come un sit-in per proteggere un parco locale e ha assunto dimensioni più grandi quando la polizia è ricorsa ai lacrimogeni e alla forza. Cinque manifestanti e un poliziotto sono stati uccisi nel corso di violenze condannate in tutto il mondo.

In aula sono riemersi ricordi di Gezi, alcuni dei quali molto dolorosi. La madre di un quattordicenne, morto dopo che la polizia lo ha colpito in testa con una bomboletta di gas lacrimogeno, è rimasta seduta in silenzio in mezzo al pubblico. “Stavamo esercitando il nostro diritto alla protesta non violenta”, ha dichiarato Kavala. L’atto d’accusa afferma che lui ha contribuito alle proteste con alcuni oggetti di scarso valore, un tavolo pieghevole e alcuni panini, ma nulla più. “Non sono diverso dagli altri che hanno manifestato a Gezi”, ha aggiunto.

Vari imputati che sono stati affiliati a Taksim solidarity, una piattaforma di gruppi attiva durante le manifestazioni, sono già stati processati e assolti in un altro precedente processo, in base al principio di garanzia del loro diritto a riunirsi pacificamente.

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La produttrice cinematografica Çiğdem Mater ha dichiarato nel corso della sua difesa che il film su Gezi che secondo l’atto d’accusa lei avrebbe prodotto non è mai stato realizzato. “Sono accusata di aver finito un film (nell’agosto del 2013) due settimana prima di quando in realtà sono andata a Sarajevo per discuterne la realizzazione”, ha dichiarato alla corte.

L’accusa sostiene che i 16 imputati abbiano complottato per scatenare le proteste di Gezi. In realtà quasi tutti si conoscono a malapena tra loro. “Il mio unico contatto con uno degli altri imputati è una telefonata nella quale gli ho spiegato come usare gli hashtag su Twitter”, ha dichiarato Mater.

Storia di un leone blu
Aksakoğu ha parlato di sua figlia di tre anni, Leyla. Questa, ha raccontato, gioca fingendo di prendere un libro da una borsa e di leggere la storia di un leone blu, nonostante nessuno di questi oggetti esista davvero. “L’atto di accusa in questo processo è reale quanto il gioco di mia figlia”, ha detto.

L’assurdità delle accuse dimostra quanto sia urgente che la giustizia prevalga. Alla fine del secondo giorno in aula, il 25 giugno, il tribunale ha rilasciato su cauzione Aksakoğu, ma ha stabilito che Kavala rimanga nella prigione di Silivri. Uscito di prigione a tarda notte, Aksakoğu è stato accolto dai suoi cari e da molti amici, esprimendo al contempo la sua felicità per la liberazione e la sua profonda tristezza per il fatto che Kavala fosse ancora dietro le sbarre. La prossima udienza del processo si svolgerà il 18 e il 19 luglio. La liberazione di Osman Kavala e la decisione di far cadere le accuse contro i 16 imputati sarà l’unico epilogo accettabile.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito su openDemocracy.

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