Il confezionamento degli asparagi alla Cobrey Farm a Ross-on-Wye, Inghilterra, l’11 marzo 2018. (Peter Nicholls, Reuters/Contrasto)

La Brexit minaccia di mandare in rovina gli agricoltori

Il confezionamento degli asparagi alla Cobrey Farm a Ross-on-Wye, Inghilterra, l’11 marzo 2018. (Peter Nicholls, Reuters/Contrasto)
20 marzo 2019 14:58

Sono quasi cento anni che la famiglia di Chris Chinn coltiva asparagi nelle dolci colline della valle del Wye, nell’Inghilterra occidentale.

Quest’anno, teme che le incertezze legate all’uscita del Regno Unito dall’Unione europea impediranno ai suoi lavoratori provenienti dall’Europa orientale di dargli una mano e che gli asparagi rimarranno sottoterra.

Gli asparagi coltivati nel Regno Unito sono considerati dai cuochi tra i migliori del mondo. La mancanza di lavoratori stagionali minaccia tuttavia l’industria dell’asparago nazionale e la sostenibilità economica dell’azienda della famiglia Chinn, Cobrey Farm.

È una situazione comune a molte aziende agricole, le quali si affidano quasi esclusivamente ai lavoratori migranti stagionali provenienti da Romania e Bulgaria, due stati dell’Ue, i quali accettano i lavori a breve termine che i lavoratori britannici rifiutano.

Non esistono asparagi britannici negli scaffali dei supermercati senza lavoratori migranti stagionali

Nella fattoria dei Chinn, che ha un fatturato di oltre dieci milioni di sterline all’anno, i lavoratori raccolgono a mano le pregiate punte d’asparago che possono crescere fino a venti centimetri al giorno. A volte le raccolgono due volte al giorno per consegnarle alla grande distribuzione.

“La questione è straordinariamente chiara: non esistono asparagi britannici negli scaffali dei supermercati senza lavoratori migranti stagionali”, spiega a Reuters Chinn, il cui bisnonno ha cominciato a lavorare come mezzadro nel 1925.

“Siamo davvero a un punto in cui o importiamo i lavoratori o importiamo gli asparagi”.

La stagione degli asparagi in Gran Bretagna è breve e comincia presto. Tradizionalmente ha avvio il 23 aprile, il giorno di san Giorgio, e dura fino al solstizio d’estate, a metà giugno. Sarà il primo grande banco di prova per la crisi della manodopera stagionale nel 2019.

Quest’anno i collaboratori di Chinn hanno dovuto faticare molto più duramente per trovare dei lavoratori rumeni e bulgari, resi dubbiosi dalle lunghe trattative sulla Brexit e preoccupati dall’accoglienza che riceveranno dai britannici, che nel 2016 hanno votato a favore dell’uscita dall’Ue.

Anche se Cobrey Farms ha assunto circa 1.200 lavoratori, che dovrebbero cominciare ad arrivare alla fine di marzo, Chinn teme che molti di loro non si presenteranno. Non pensa che sarà in grado di raccogliere l’intera produzione agricola, il che significa che alcuni preziosi asparagi rimarranno a terra.

“Se ci mancherà il 20 per cento del personale, allora raccoglieremo il 20 per cento in meno d’asparagi”, spiega Chinn. “L’agricoltura nel Regno Unito non è un settore con grandi margini di guadagno, e quindi un 20 per cento in meno significa avvicinarsi all’essere in perdita. Un 50 per cento in meno potrebbe farci fallire”.

Le preoccupazioni di Chinn sono aumentate dopo che venti dei circa cento lavoratori che avrebbero dovuto aiutarlo a coltivare i campi a gennaio non si sono presentati.

Dei 247 lavoratori che dovrebbero arrivare tra il 31 marzo e il 6 aprile, 125 devono ancora prenotare il volo, dice. Tra questi ce ne sono 38 che hanno già lavorato per Cobrey Farms in passato, dormendo nelle decine di roulotte parcheggiate ai piedi delle colline dell’azienda agricola.

Chris Chinn, proprietario della Cobrey Farm, l’11 marzo 2019. (Peter Nicholls, Reuters/Contrasto)

Chinn, che ha votato contro la Brexit al referendum del 2016, sostiene che l’incertezza sui diritti dei lavoratori d’Europa orientale, insieme alla perdita di valore della sterlina, hanno fatto sì che Germania e Paesi Bassi siano considerati oggi destinazioni più gradite.

“Vanno in luoghi dove la situazione è più chiara. Qualsiasi ostacolo, anche il più piccolo, venga posto nel loro cammino non fa altro che spingerli a scegliere con più decisione altre destinazioni”, spiega.

A pochi giorni dalla data prevista per l’uscita del Regno Unito dall’Ue, il governo deve ancora trovare un accordo sull’uscita o su una proroga, il che significa che il rischio di una caotica Brexit “senza accordo” non può essere escluso.

Se Londra troverà un accordo di separazione, comincerà un periodo di transizione, nel quale verrà mantenuta la libertà di movimento fino al 2020. In caso di mancato accordo, i cittadini dell’Ue che arriveranno dopo il 29 marzo dovranno registrarsi, se vorranno lavorare per più di tre mesi.

Elina Kostadinova, 28 anni, responsabile della raccolta presso Cobrey Farms, proviene da Varna, città bulgara affacciata sul mar Nero, e spiega che molti lavoratori sono preoccupati di andare nel Regno Unito a causa della Brexit.

“Non sanno se saranno accolti nel paese, quanto potranno restare, come potranno viaggiare e cosa riserverà loro il futuro”, spiega. “Sarebbe fantastico se il governo britannico prendesse una decisione, permettendoci così di trasmettere questo messaggio”.

Manodopera immigrata
Generalmente le aziende agricole britanniche pagano ai propri lavoratori un salario minimo di 7,83 sterline all’ora, cui si aggiungono dei bonus legati alla produttività.

Secondo Chinn l’idea che siano i lavoratori britannici a coprire questa mancanza di manodopera è pura fantasia. Né si aspetta un grande aiuto da parte dei supermercati, con i quali i volumi di vendita per la stagione sono già stati negoziati e i prezzi fissati, a meno di circostanze eccezionali.

Il settore ortofrutticolo britannico conta ogni anno su 80mila lavoratori provenienti ogni anno dall’Ue. Dopo essere state inondate di domande, le agenzie del lavoro sostengono che l’interesse è crollato nel 2017 e nel 2018, con la manodopera di Romania e Bulgaria che ha deciso di andare in altri paesi dell’Ue.

Nelle ultime due stagioni, il Regno Unito ha dovuto contare su diecimila lavoratori in meno rispetto a quelli necessari, il che minaccia la filiera alimentare e obbliga le aziende agricole a pagare stipendi e bonus più elevati. Alla fine dell’estate, quando i lavoratori vorranno partire, i produttori agricoli pensano di offrire alloggio gratuito e il pagamento dei biglietti aerei per cercare di convincerli a restare.

Concordia, un’agenzia per l’impiego senza scopo di lucro che si occupa di trovare raccoglitori dell’Ue per le aziende agricole britanniche, spiega che oggi trova con fatica dei lavoratori da assumere.

“L’agricoltura nel Regno Unito sta chiaramente entrando in un periodo di crisi. Senza manodopera non ci può essere il raccolto, il che significa niente frutta né verdura sugli scaffali dei supermercati britannici”, spiega a Reuters la direttrice generale di Concordia, Stephanie Maurel.

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Lo ha dichiarato durante un convegno a Mosca, dopo che il governo britannico ha inaugurato un programma pilota che permetterà a 2.500 lavoratori di Russia, Ucraina e Moldavia di entrare nel Regno Unito e di restarvi fino a sei mesi nei prossimi due anni.

Chinn, che possiede 3.500 acri di terreno, vuole che il governo porti il numero di questi lavoratori a diecimila quest’estate e oltre i cinquantamila nei prossimi due anni.

“Non possiamo cambiare il ciclo naturale delle colture… Queste spunteranno dal terreno appena arriverà il caldo”, spiega. “Non possiamo restare con le mani in mano, mentre un disastro totale minaccia ampie porzioni dell’orticoltura britannica”.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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