15 maggio 2020 15:44

Questo articolo è uscito il 1 maggio 2008 nel numero 1306 di Internazionale.

Al mondo esistono 290 specie di piccioni, ma solo una si è adattata a vivere nelle città. I piccioni domestici sono sinantropici: prosperano negli ambienti umani, si sfamano con i nostri avanzi e fanno il nido nelle fessure e nelle nicchie degli edifici, che sembrano le pareti di roccia dove un tempo viveva il suo progenitore genetico, Columba livia, il piccione selvatico. Noi pensiamo che i piccioni siano grigi, ma le loro piume sono una tavolozza oceanica: tonalità di blu e di verde punteggiate di bianco, come la cresta di un’onda. Quando non sono maciullate o amputate da funi o fili di ferro, le loro zampe da rettili sono forti ed eleganti. Possono vedere molto più lontano di noi, e con maggiore chiarezza. Negli anni settanta e ottanta, la guardia costiera statunitense allenava i piccioni a riconoscere le persone disperse in acqua: venivano messi in capsule d’osservazione montate sul fondo degli elicotteri e addestrati a beccare un pulsante quando avvistavano in mare un pezzo di stoffa colorata. I piccioni riuscivano a vedere la stoffa il 93 per cento delle volte, gli umani solo il 38.

I piccioni sono più intelligenti di quanto siamo disposti ad ammettere, e sono tra i pochi animali – insieme alle grandi scimmie, ai delfini e agli elefanti – in grado di superare il test di autoriconoscimento allo specchio: se mettiamo un segno sull’ala di un piccione e lo facciamo guardare allo specchio, lui cercherà di togliersi il segno, rendendosi conto che quella che vede è l’immagine riflessa del suo corpo. I piccioni impiegano cinque secondi per riconoscersi in un video (i bambini di tre anni ci riescono con difficoltà in due secondi) e riconoscono le persone dalle foto. “La modestia”, ha scritto Marianne Moore, “non può offuscare lo splendore del piccione”.

Il mistero dell’orientamento
I piccioni si muovono in un mondo umano. Rimangono vicini alla terra e spesso volano al livello della strada, a un’altezza più bassa dei tetti. Studi recenti suggeriscono che si orientano usando le strutture umane oltre a quelle naturali: seguono strade e canali e sono stati visti seguire le rotatorie stradali prima di prendere l’uscita giusta. Possono volare a grande velocità – fino a 180 chilometri all’ora – e con il vento favorevole arrivano a coprire 1.100 chilometri in un solo volo senza interruzioni (ai piccioni non piace volare di notte, ma possono essere addestrati a farlo). Ci sono uccelli più veloci – i falchi pellegrini, i maggiori predatori dei piccioni, possono raggiungere i 320 chilometri orari in picchiata – ma nessuno riesce a volare orizzontalmente, con la propria forza, alla stessa rapidità di un piccione.

I piccioni domestici sono parenti stretti delle centinaia di varietà di colombacci addomesticati e poi allevati dai sumeri quattromila anni fa. Il più celebrato e familiare è il racing homer, il piccione viaggiatore selezionato per la sua straordinaria capacità di orientamento. Quando imparano a riconoscere la loro colombaia –il che succede intorno alle sei settimane di vita – i piccioni viaggiatori ci tornano per tutta la vita, perfino a distanza di anni. Possono volare migliaia di chilometri e attraversare gli oceani per tornare a casa. Uno dei viaggi di ritorno più lunghi della storia fu realizzato da un esemplare che apparteneva al duca di Wellington, liberato dall’isola di Ichaboe, una delle isole dei Pinguini davanti alla costa della Namibia, il 1 giugno 1845. Ci mise 55 giorni per percorrere 8.700 chilometri e tornare a Nine Elms, a Londra, dove fu trovato morto in un canale di scolo a un miglio dal suo ricovero.

Il problema di come riescano a orientarsi è ancora molto dibattuto. Darwin credeva che ritrovassero la strada memorizzando le svolte e i cambi di direzione del viaggio di andata per calcolare la rotta del ritorno. Ma mettere un piccione in un rullo rotante oscurato prima di liberarlo nel tentativo di confondergli le impressioni di viaggio non sembra influire sulla sua capacità di tornare a casa. Negli anni cinquanta del novecento, il biologo Gustav Kramer scoprì che i piccioni, come tutti gli uccelli migratori, possiedono un cronometro interno incredibilmente preciso grazie al quale possono usare il Sole come una bussola, ma anche se il cielo è coperto riescono a ritrovare la loro colombaia. Sembra molto probabile che per navigare i piccioni usino tutta una serie di capacità sensoriali poco conosciute. La vista ha un certo ruolo, soprattutto quando sorvolano l’area intorno alla loro colombaia, ma ritrovano la strada anche quando gli vengono applicate lenti a contatto opache, pur non riuscendo a rientrare nel loro ricovero. I ricercatori hanno dotato i piccioni di dispositivi che cambiano i campi magnetici intorno al loro capo per vedere se, come molte creature marine, usano i poli per orientarsi. Negli anni settanta degli scienziati italiani scoprirono che tagliando il nervo olfattivo i piccioni non ritrovavano la strada di casa, e studi successivi hanno ipotizzato che si creino una “mappa olfattiva” utilizzando gli odori portati dal vento.

Velocità, affidabilità e docilità li hanno resi interessanti per gli imprenditori delle comunicazioni e gli strateghi militari

È questa loro straordinaria capacità di tornare nella colombaia d’origine che li ha fatti diventare tra gli animali da compagnia più diffusi. I piccioni volavano in tutto l’impero romano portando messaggi dalla periferia alla capitale. Decimo Bruto riuscì a spezzare l’assedio imposto da Marco Antonio a Modena inviando lettere ai consoli con i piccioni. “Quale vantaggio ha ottenuto Antonio dalle sue trincee”, scrisse Plinio, “dal suo vigile blocco e perfino dalle reti stese attraverso il fiume, mentre i messaggeri alati solcavano l’aria?”. I piccioni, però, hanno ottenuto il giusto riconoscimento solo con la modernità, quando la loro velocità, affidabilità e docilità li hanno resi particolarmente interessanti per gli imprenditori delle comunicazioni e gli strateghi militari. Durante il settecento e all’inizio dell’ottocento diventarono ausiliari importanti delle reti tecnologiche che stavano spuntando in tutto il mondo. Nel 1850 fu fondata l’agenzia di stampa Reuters, ed era dotata di uno stormo di 45 piccioni che venivano usati per coprire un’interruzione nella rete del telegrafo tra Bruxelles e Aquisgrana, dando a Paul Reuter il monopolio su tutto il traffico telegrafico tra Belgio e Germania. I cinque figli di Mayer Amschel Rothschild usavano i piccioni per restare in contatto mentre viaggiavano in tutt’Europa per consolidare la dinastia bancaria del padre. Durante l’assedio di Parigi, nel 1870, i piccioni venivano fatti uscire dalla città in mongolfiera e tornavano portando migliaia di lettere immagazzinate su microfilm e cucite alle piume della coda.

Durante la prima guerra mondiale, i soldati al fronte usavano i piccioni per comunicare con chi si trovava dietro le linee e con i comandanti carristi quando le loro radio non funzionavano. Durante la seconda guerra mondiale molti equipaggi dei bombardieri portavano a bordo un paio di piccioni in un’apposita gabbia galleggiante. Se gli aerei venivano abbattuti liberavano un piccione con un messaggio che indicava la loro posizione. “Se fosse necessario rinunciare immediatamente a ogni linea e metodo di comunicazione usati al fronte tranne uno”, scrisse il generale Fowler, capo dei segnali e delle comunicazioni dell’esercito britannico, “e spettasse a me scegliere quell’unico metodo, non esiterei a scegliere i piccioni. Quando la battaglia infuria e rimangono in gioco solo l’artiglieria e il fuoco delle mitragliatrici, per non parlare degli attacchi con il gas e dei bombardamenti, è al piccione che ci rivolgiamo”.

L’idea di usare i piccioni a scopi di spionaggio fu una delle tante reazioni alla difficoltà di far uscire informazioni dall’Europa all’inizio della seconda guerra mondiale. Durante la prima guerra mondiale, lo spionaggio per l’estero britannico dell’Mi6 aveva usato corrieri e passeur per portare le informazioni oltre le linee nemiche. Era un lavoro pericoloso, e molti furono catturati e giustiziati. La necessità di nuovi mezzi di comunicazione portò ad alcuni progetti bizzarri, e l’operazione Columba fu tra quelli che ebbero maggiore successo. In Secret pigeon service, il libro che ha scritto su questa operazione (William Collins 2018), Gordon Corera racconta che si tentò anche di mandare messaggi “scritti su banconote con inchiostro invisibile e lasciati nelle cassette dell’elemosina nelle chiese cattoliche, che potevano essere trasportate oltre le linee nemiche”.

Illustrazione di Gabriella Giandelli

Anche quando avevano successo, di solito le comunicazioni erano estremamente lente: i messaggi passavano di mano in mano, perché la tecnologia radio era rozza e facile da intercettare. La Funkabwehr, il controspionaggio radio tedesco, diventò più sofisticata nel corso della guerra, e nel 1943 ormai era pericoloso usare la radio per più di qualche minuto alla volta. Ci volevano circa tre mesi perché il rapporto di un agente raggiungesse l’Mi6. Rispetto alla radio, i piccioni erano affidabili, soprattutto sulle brevi distanze. A meno che non fossero catturati mentre liberavano l’animale, la posizione degli addestratori era difficile da scoprire. Ma il vantaggio maggiore dei piccioni era che potevano permettere alle agenzie di spionaggio britanniche di comunicare direttamente con le persone che vivevano nel territorio occupato, le cui informazioni spesso erano più dettagliate e sicure di quelle delle spie. Secondo Corera, un agente mandò un rapporto in cui sosteneva che “i soldati tedeschi in Norvegia si stavano addestrando a nuotare fino a riva con dei costumi verdi impermeabili ed erano stati sentiti suonare le cornamuse scozzesi”.

L’operazione Columba fu concepita e gestita da una banda scombinata di funzionari dei servizi segreti, allevatori di piccioni, aristocratici amanti degli animali e soldati che non sempre lavoravano bene insieme. Era diretta dallo Special continental pigeon service, l’Mi14(d), un ramo dell’intelligence militare (Mi16), e il suo ideatore fu Rex Pearson, un agente che aveva passato gli anni tra le due guerre alla Unilever, in Svizzera, come copertura del suo lavoro per l’organizzazione Z, una rete parallela dei servizi segreti gestita dall’Mi6. Nel 1939 Pearson suggerì che i piccioni si potevano usare non solo per ricevere informazioni dagli agenti in servizio, ma anche per reclutarne di nuovi. L’Mi6 la giudicò un’idea ridicola e non volle saperne. Ma l’intelligence militare, che era gestita dall’esercito e aveva sede al ministero della guerra invece che al ministero degli esteri, permise a Pearson di andare avanti.

Il suo piano fu reso possibile dal lavoro di William Osman, componente di una famosa dinastia di allevatori. Il padre di William, il tenente colonnello Alfred Henry Osman, aveva abbandonato la carriera legale per dedicare più tempo ai suoi volatili e nel 1898 fondò la rivista The Racing Pigeon, che viene pubblicata ancora oggi. Alfred era stato responsabile dell’addestramento e dell’organizzazione dei piccioni durante la prima guerra mondiale. Dopo la guerra le unità di piccioni erano state sciolte, ma negli anni trenta William sostenne che bisognava creare un servizio piccioni nazionale permanente (Nps) e mise insieme una rete di duemila allevatori che dovevano procurare gli animali. Dopo lo scoppio della guerra i membri dell’Nps accettarono di fornire venti piccioni al mese, e in cambio poterono continuare a curare le loro colombaie e acquistare il mangime.

pubblicità

I primi lanci sperimentali dell’operazione Columba risalgono alla fine del 1940, e dall’inizio del 1941 fino al settembre 1944 il servizio lanciò sull’Europa occupata 16mila piccioni attaccati a piccoli paracadute, coprendo un territorio che andava da Copenaghen a Bordeaux. I piccioni trasportavano un questionario che chiedeva a chiunque li trovasse di fornire informazioni sui movimenti delle truppe, le postazioni per mitragliatrici o i sistemi radar e “se potevano ascoltare chiaramente la Bbc e la loro opinione sul servizio fornito da questa radio”, comunicando le loro risposte con i piccioni. Molti uccelli andarono perduti (secondo Corera nel corso della guerra solo un piccione su dieci riuscì a tornare a casa), perché morirono a causa della mancata apertura dei paracadute, caddero in mani nemiche o furono mangiati da persone ridotte alla fame. Ma migliaia di piccioni riuscirono a tornare nelle loro diroccate colombaie nei giardini delle villette periferiche di tutta la Gran Bretagna.

I messaggi che i piccioni riconsegnavano erano alternativamente utili, incomprensibili, futili, divertenti e commoventi. La gente scriveva per sollecitare rifornimenti (a volte armi e munizioni, spesso whisky e sigarette), schernire il nemico, denunciare i traditori e chiedere che venissero denunciati pubblicamente alla radio, oppure per dire agli alleati di stare più attenti quando sganciavano le bombe. A volte sembravano solo incuriositi dagli uccelli. “Ho trovato questo piccione la mattina presto mentre tagliavo il trifoglio per gli animali”, scriveva uno, “mi sono preso cura di lui e gli ho dato da mangiare e da bere e ora sono ansioso di sapere se la bestiolina ritroverà il suo ricovero”. Un messaggio dai Paesi Bassi al Lancashire firmato “I due pirati” mandava saluti a Churchill e alla regina d’Olanda, che si trovava in esilio nel Regno Unito. “Vorrei chiedervi, amici miei”, scriveva un agricoltore francese che aveva trovato un piccione nel suo campo di rape, “di avvisare la popolazione qualche minuto prima di un bombardamento perché uccidete molti civili che sono vostri amici. Pochissimi tedeschi vengono uccisi”. Un messaggio inviato da Assen, nei Paesi Bassi, diceva semplicemente: “Aiutate i nostri ebrei”.

Alcuni degli ultimi piccioni usati in guerra furono mandati con i soldati che sbarcavano sulle spiagge della Normandia

La maggior parte delle persone a cui capitarono tra le mani i piccioni della Columba erano civili – agricoltori e abitanti dei villaggi che trovavano gli uccelli nei loro campi – ma alcuni caddero nelle mani di gruppi più organizzati. In alcuni casi intorno all’arrivo di un piccione si formarono unità della resistenza, e Corera ne segue una in particolare, Leopold Vindictive, una cellula belga guidata da un sacerdote dotato di grande carisma, Joseph Raskin. Durante il primo conflitto mondiale, Raskin era stato autista di ambulanza, barelliere e artista di guerra, dipingendo acquarelli delle postazioni tedesche al fronte. Da giovane aveva vissuto per qualche tempo in Cina, dove aveva sviluppato doti calligrafiche che si sarebbero rivelate molto utili per scrivere messaggi su minuscoli foglietti di carta di riso. Nel 1941, quando alcuni amici scoprirono un piccione della Columba nei loro campi, Raskin organizzò la composizione di un messaggio straordinariamente dettagliato – cinquemila parole più diverse mappe – da rispedire a Londra. Il piccione fu liberato il 12 luglio e il giorno stesso tornò nella sua colombaia. Nel giro di 36 ore il messaggio era su una scrivania del ministero della guerra a Whitehall. Anche se definì la Columba “un casino”, l’Mi6 dovette ammettere che il rapporto era utile.

Aspettando che arrivasse un altro piccione, Leopold Vindictive passò mesi a mappare le difese della Germania in Belgio da De Panne, non lontano da Dunkerque, fino a Knokke, alla frontiera con l’Olanda, coprendo 67 chilometri del Vallo atlantico di Hitler. Il messaggio che misero insieme – una splendida, minuziosa mappa che dettagliava le piazzole per l’artiglieria, le linee ferroviarie e i punti che potevano essere bombardati con la massima efficacia – sarebbe stato incredibilmente utile all’intelligence inglese. Ma il gruppo non ricevette altri piccioni e il nuovo messaggio non raggiunse mai la Gran Bretagna. Raskin e i suoi compagni furono traditi e il sacerdote fu giustiziato nel 1943.

Nel corso della guerra i tedeschi diventarono, per usare l’espressione dell’Mi6, “consapevoli dei piccioni”. Furono offerte ricompense per i piccioni consegnati e i campi furono disseminati di piccioni con trappole esplosive per ferire chiunque potesse essere tentato di usarli per mandare informazioni. A volte i nazisti camuffavano i loro uccelli da esemplari britannici, in modo che tornassero nei ricoveri tedeschi tradendo chi li aveva usati per mandare messaggi. L’esercito tedesco creò perfino una divisione di falconeria, diretta da Hermann Göring, per usare i falchi pellegrini contro i piccioni lungo la costa.

Agenti speciali
Anche i britannici temevano che le spie tedesche usassero i volatili per comunicare, e per cercare di intercettarli crearono una squadra di falconieri che però riuscì a catturare solo piccioni amici, probabilmente perché, malgrado il panico diffuso, nel Regno Unito non c’erano piccioni tedeschi. Con il procedere della guerra, i piani dell’Mi14(d) diventarono più elaborati. Gli allevatori lungo la costa liberavano i loro piccioni tutti insieme, creando “schermi” di uccelli che avrebbero dovuto tentare eventuali esemplari tedeschi smarriti tenendoli lontani dai loro ricoveri. Non ne venne catturato neanche uno. Un’altra proposta fu quella di lanciare sulla Francia piccioni britannici “di seconda categoria” che indossavano falsi anelli identificativi tedeschi, nella speranza che seguissero i piccioni tedeschi fino ai loro ricoveri. Se fossero stati scelti per comunicare, avrebbero riportato i messaggi in Gran Bretagna.

Verso la fine della guerra, gli uccelli della Columba vennero usati non a scopi di intelligence ma per diffondere disinformazione. I questionari furono modificati nel tentativo di allontanare le forze tedesche dall’Italia e attirarle sul fronte orientale fingendo che fosse imminente un attacco alla Francia e alla Norvegia. Alcuni degli ultimi piccioni usati in guerra furono mandati con i soldati che sbarcavano sulle spiagge della Normandia. Alla fine non servirono per i messaggi – le radio dei soldati funzionarono abbastanza bene – ma alcuni esemplari tornarono a casa coperti di sangue dopo essere stati rilasciati dai loro addestratori uccisi sulla spiaggia.

L’operazione Columba si chiuse ufficialmente il 14 febbraio 1945, tre mesi prima della vittoria. Subito dopo la guerra si discusse se ai piccioni poteva essere assegnata la medaglia Dickin, l’equivalente per gli animali della George Cross, la più alta onoreficenza di guerra conferita ai civili per il coraggio militare. Un ufficiale sostenne che dare la medaglia ai piccioni sarebbe stata un’ingiustizia nei confronti dei cani, perché i cani venivano addestrati a usare il cervello, mentre i piccioni si limitavano a seguire l’istinto. “I piccioni hanno un cervello?”, scriveva in un promemoria. “Per favore mandate i vostri commenti”. Alla fine prevalse un ufficiale superiore, che sottolineò come nei voli più impegnativi i piccioni non mostravano semplicemente un comportamento istintivo, ma “volontà e determinazione”. “Il piccione”, concluse, “ha dovuto superare la paura di affogare e correre rischi enormi nonostante la sua natura sia più timida e nervosa rispetto a quella di un cane”.

pubblicità

Dopo la guerra le forze armate continuarono a studiare possibili applicazioni militari per i piccioni. Si potevano addestrare per farli tornare verso un oggetto particolare – un riflettore, per esempio – trasportando bombe minuscole o armi biologiche? “Un migliaio di piccioni, ciascuno con una capsula esplosiva da 60 grammi circa, che atterrano a intervalli su un bersaglio preciso potrebbero essere una sorpresa estremamente sgradevole”, scrisse un appassionato. Lo psicologo statunitense B.F. Skinner fu avvicinato dalla Cia per mettere a punto un nuovo tipo di missile autoguidato, chiamato in codice Progetto Orcon (cioè controllo organico). Addestrò i piccioni a beccare l’immagine di un bersaglio su uno schermo, mentre un condensatore nel becco del piccione traduceva le beccate in informazioni direzionali, guidando il missile sul bersaglio. Skinner era convinto della sua utilità, ma il progetto fu archiviato. “Il nostro problema”, ammise in seguito, “era che nessuno voleva prenderci sul serio”. Nel giro di qualche anno l’esercito britannico e quello statunitense persero ogni interesse e la sottocommissione governativa britannica che aveva esaminato la proposta fu sciolta nel 1953.

Anche se l’interesse militare era diminuito, dopo la guerra i piccioni nel Regno Unito non erano trattati come animali molesti, ma come eroi. Le gare di piccioni diventarono popolarissime. Negli anni cinquanta e sessanta era lo sport più popolare del paese per partecipazione, con 250mila allevatori che gestivano 70mila colombaie. Oggi è uno sport in declino: la Royal Pigeon Racing Association ha solo 21.500 iscritti e il loro numero continua a scendere.

(Traduzione di Giuseppina Cavallo)

Questo articolo è uscito nel numero 1306 di Internazionale. L’originale era stato pubblicato sulla London Review of Books con il titolo Operation Columba.