26 agosto 2016 16:32

La mia amica Jody sta facendo i bagagli per traslocare in un nuovo appartamento. Lo fa lentamente, si prende tutto il tempo necessario per assicurarsi che ogni oggetto riceva l’attenzione che merita. Non importa come lo si faccia, trasferirsi in una nuova casa è un’esperienza molto forte dal punto di vista emotivo: non si impacchettano solo le proprie cose, si ripercorrono ricordi nascosti in ogni angolo della casa. Mi ha raccontato di aver trovato due lettere degli anni novanta che le hanno cambiato la giornata.

Rileggere vecchie lettere è come ricevere un messaggio dal passato. A volte è come leggere un libro al contrario, quando sai già come va a finire ma i personaggi si dirigono ugualmente verso lo stesso finale inesorabile. Ci si sorprende nell’osservare nuove reazioni ed emozioni; il fatto che non si provino le stesse cose può dire molto sul nostro sviluppo, sulla strada che abbiamo fatto e su cosa possa essere cambiato.

Quello stesso giorno anche io stavo compiendo un viaggio con la macchina del tempo. Era il 20 agosto, il quinto anniversario della liberazione di Tripoli. A differenza che negli anni passati, non c’erano tracce di festeggiamenti: era un giorno come tanti. Perciò ho festeggiato la data in privato, in due modi.

Era il momento perfetto per scrivere questa storia, perché a quel tempo tutto era possibile

Prima di tutto, io e mio fratello Wael avevamo un conto in sospeso da circa vent’anni. Quando eravamo bambini andavamo ogni giovedì alla sala giochi. Il nostro videogioco preferito era Wwf Wrestlefest. Giocavamo sempre con Hulk Hogan e Ultimate Warrior, e quando finalmente arrivavamo davanti alla Legion of Doom – l’ultima squadra – avevamo ormai finito le monetine e la legione ci impartiva una sonora sconfitta. Non siamo mai riusciti a completare il gioco. Dopo qualche anno hanno chiuso la sala e non abbiamo più trovato quel gioco da nessun’altra parte. Il 20 agosto però, nell’anniversario della caduta di Gheddafi, abbiamo chiuso quel conto: finalmente abbiamo completato il gioco!

Tornando a cose più serie, come Jody anch’io ho riletto alcune lettere importanti: email scambiate nel 2012 con il mio caro amico Jean-Marc Caimi, prima e dopo il suo viaggio a Tripoli.

Jean mi ha offerto, allora come adesso, l’opportunità unica di vedere la Tripoli che aveva colto quell’anno attraverso il suo obiettivo fotografico. La sua idea originale, quando era arrivato in Libia un anno dopo la caduta di Gheddafi, era quella di “capire come un paese e un’intera generazione di giovani stesse affrontando una nuova era. Era il momento perfetto per scrivere questa storia, perché a quel tempo tutto era possibile. Si era a una svolta”.

La nostra corrispondenza

Martedì 31 luglio 2012

21.22 – Jean
Sono entrato in contatto con l’ambasciata attraverso il ministero degli esteri nel mio paese. L’ambasciata ha detto che la richiesta è stata mandata a Tripoli. Ma le cose procedono molto molto lentamente. Penso di arrivare dopo il Ramadan. Documenterò, in generale, il modo in cui il paese sta cambiando, come i giovani stanno reagendo a questa nuova situazione, i problemi, i sogni. In particolare, mi interessano le donne che hanno un nuovo ruolo politico e sono state elette all’assemblea nazionale. (Sono in contatto con l’Associazione delle donne). E sono interessato anche alle milizie, che dovranno trovare un nuovo modo di integrarsi nella società. Pensi che potremo lavorare assieme per qualche giorno?

23.23 – Khalifa
Per quanto riguarda il visto, secondo me non avrai problemi a ottenerlo, ma come hai detto, la strada normale va per le lunghe e procede molto lentamente qui. Fammi sapere se ci sono problemi.

Sarà un piacere per me lavorare con te… sono molto interessato a lavorare di più con i giornalisti e magari a imparare qualcosa da te.

Dimmi di più, così potrò preparare una lista e organizzare degli incontri. Fammi sapere se c’è qualcos’altro che posso preparare e approfondire prima del tuo arrivo, così risparmierai tempo.

Mercoledì 1 agosto 2012

15.57 – Jean
Sono innanzitutto un fotografo, e poi un giornalista, ma quello che mi serve è qualcosa che possa trasmettere un messaggio con le immagini…

Voglio visitare le città principali. Per capire e fotografare l’atmosfera generale. La vita notturna, i giovani, ma anche i mercati e gli uomini d’affari locali. Che energie ci sono in giro, a cosa ha portato il cambiamento. Forse ti suonerà un po’ vago, ma è una chiave importante per il lavoro.

Sarebbe interessante anche occuparsi della questione del petrolio. I pozzi petroliferi in Cirenaica, gli operai, lo sfruttamento.

Per quanto riguarda le milizie, mi piacerebbe incontrare alcuni portavoce, possibilmente nel loro quartier generale, per intervistarli e fotografarli. Penso che possano avere molte cose da dire alla stampa, perché per quanto ne capisco oggi le milizie sono considerate uno dei più grossi problemi del paese…

Cominciamo da qui, e dimmi per favore quello che secondo te è realisticamente possibile fare.

21.06 – Khalifa
Posso portarti in giro per Tripoli e organizzare incontri con uomini d’affari locali, comandanti di milizie, alcune ong. Tutte le città occidentali poi sono facili da raggiungere. Misurata è la terza città del paese per grandezza, nonché la capitale economica, e anche lì possiamo avere dei buoni contatti.

Nella regione orientale della Libia non posso esserti molto d’aiuto, ma vedrò di riuscire a mettermi d’accordo con qualche intermediario disposto a incontrarti lì. Dopo le ultime esplosioni però non so come sarà la situazione della sicurezza nelle prossime settimane.

Giovedì 2 agosto 2012

1.34 – Jean
Grazie per quello che dici sul mio lavoro. Lo faccio con passione e da freelance, e dobbiamo tutti arrabattarci per riuscire a guadagnarci da vivere con questo lavoro.

Incontrare i comandanti delle milizie è importante, sono persone che vogliono un nuovo posto nella società dopo aver combattuto la guerra, e dopo essere stati accusati di atti violenti. Una situazione complicata.

Cosa sta succedendo a Bengasi? A chi vengono attribuite le esplosioni e tutti i problemi, le uccisioni e i rapimenti? Sono sempre miliziani arrabbiati o c’è dell’altro?

Sarà interessante anche incontrare gli uomini d’affari. Gente che investirà nel futuro del paese.

Dal canto mio, sto organizzando degli incontri con donne coinvolte nella politica, nella cultura, eccetera.

Come sai, chiunque può condurti a un elemento nuovo e a una storia che potrebbe rivelarsi importante o simbolica da fotografare, per raccontare la vita che sta cambiando nel tuo paese.

19.08 – Khalifa
Nessuno sa chi sia responsabile dell’esplosione a Bengasi, ma stanno prendendo di mira gente dell’intelligence, della sicurezza nazionale e dell’esercito.

Comincerò a prepararmi lentamente, perché come sai c’è il Ramadan. Quando confermerai la data del tuo arrivo organizzerò gli incontri.

Venerdì 3 agosto 2012

14.57 – Jean
L’ambasciata ha confermato, sarò lì il 20.

Penso che sia importante capire se riusciamo a fissare alcuni incontri, soprattutto con le milizie, andando di persona nel loro “quartier generale” per fotografarne l’atmosfera. Se per loro va bene e se pensi che non sia troppo difficile per te. Questa è una parte importante del reportage…

Posso insegnarti quello che vuoi, sopratutto nell’ambito della fotografia, ma questa è un’altra storia.

Lunedì 6 agosto 2012

14.06 – Jean
Com’è la situazione a Tripoli adesso? Ci sono tensioni? Hai notizie sui contatti con le milizie? Per favore, aggiornami.

16.47 – Khalifa
La situazione a Tripoli è normale – la versione libica di normalità – e a parte qualche incidente casuale e altri piccoli problemi, non succede nulla. Le giornate sono molto lunghe e calde. Questo Ramadan stiamo digiunando 16 ore al giorno, e forse questo ha rallentato un po’ tutto.

Abbiamo già molti contatti nelle milizie, ma sto ancora cercando di capire qual è il modo migliore per avvicinarli e come fare per sottrarci alla “fobia delle spie” che ci circonda.

17.01 – Jean
Immagino che fare il digiuno del Ramadan non sia affatto facile. Anche qui a Roma fa molto caldo, ci sono 34-36 gradi e molta umidità. Ma almeno possiamo bere tè e mangiare frutta.

Capisco che entrare in contatto con le milizie e far capire loro che sono un fotografo e non una spia, che vuole dare loro la parola nei mezzi di comunicazione, è un’impresa difficile. Naturalmente ho il mio sito web con tutti i miei lavori (www.jeanmarcgallery.com) e il mio nome è citato in molti siti famosi di fotografia presenti su internet, se questo può essere d’aiuto.

Se hai qualche notizia relativa alla sistemazione o a qualsiasi altra cosa, ti prego di aggiornarmi.

17.11 – Khalifa
Conosco il tuo sito e i tuoi lavori, non intendevo dire questo, ma capirai meglio quello che sto cercando di dirti quando li incontrerai.

Jean-Marc Caimi e Khalifa Abo Khraisse nella moschea Ahmed Pasha Karamanli, a Tripoli, nel 2012. (Khalifa Abo Khraisse)

Venerdì 10 agosto 2012

22.53 – Jean
Come stai? Sto seguendo le notizie su Mohammed Magariaf, leggo le interviste e sono contento che per te le cose stiano migliorando.

Hai notizie per me? Ti prego se puoi di aggiornarmi su qualsiasi cosa, anche di poco conto. Arriverò alle 22:25 del 20 con un volo Afriqiyah.

Solo una domanda sulle elezioni parlamentari. Voterete di nuovo a breve? Sai per caso quando?

23.37 – Khalifa
Verrò a prenderti all’aeroporto, Insh’Allah.

Poco prima delle elezioni il consiglio nazionale di transizione ha stabilito una modifica della dichiarazione costituzionale, e di conseguenza il comitato dei sessanta “che scriveranno la bozza costituzionale” verrà selezionato con il voto popolare e non dai membri della conferenza nazionale, anche se ancora non si è deciso quando.

22.53 – Jean
Ti prego, avvisami se ci sono progressi nei contatti con i comandanti delle milizie, come già stabilito. Penso che sia davvero una questione importante su cui concentrarsi dal punto di vista fotografico. Sono molto felice di sapere che verrai tu a prendermi all’aeroporto. Insh’Allah, naturalmente. Anche mia madre me lo dice sempre (ha lavorato molto in Tunisia come psicoanalista).

Spero di avere presto tue notizie.

Martedì 14 agosto 2012

2.28 – Khalifa
Per quanto riguarda i comandanti delle milizie, ho un contatto per cominciare, un comandante di una milizia a Misurata. A un certo punto lo incontreremo.

Conosco altri che hanno combattuto durante la guerra in milizie diverse provenienti da città diverse; alcuni adesso lavorano per il ministero della difesa con incarichi diversi. Dopo che ti sarai fatto una bella chiacchierata con loro, possiamo chiedergli di incontrare i loro comandanti e magari andare a vedere la loro base. È un po’ come la teoria dei sei gradi di separazione. In passato ho seguito una storia con un giornalista sotto copertura e ce la siamo cavata bene, perciò alcune delle reti sociali a cui abbiamo fatto ricorso potrebbero rivelarsi ancora utili.

Un’altra cosa: la data del tuo arrivo coincide con l’Eid, che è una festa religiosa un po’ come il vostro Natale, perciò per tre giorni tutto sarà molto rallentato e tutti saranno in vacanza. Possiamo sfruttare questo periodo per fare un giro in città.

Oggi la Tunisia non è in rapporti molto amichevoli con la Libia, altrimenti è un bel posto in cui stare e poi parlano francese, perciò sono sicuro che tua madre si sarà divertita molto lì.

14.59 – Jean
Grazie per avermi informato. Posso capire benissimo che parlare con qualcuno che ha combattuto una guerra meno di un anno fa, con tutti quei morti, può essere doloroso.

Quello che mi hai indicato mi sembra un ottimo percorso da seguire. Sono abituato ai sei gradi di separazione, lavoro anch’io così e tutto gira a meraviglia. È naturale che in quanto fotografo dovrò trovare anche dei luoghi che diano l’idea di quartier generale. Sono certo che lo capisci, e lo faremo un passo alla volta come hai suggerito tu. Spero che alla fine tutto vada bene.

So più o meno cos’è l’Eid. Ho anche pensato di posticipare il mio arrivo. Ma poi ho pensato che potrebbe essere interessante trovarmi lì per cogliere questo momento. Come ti ho già detto, voglio realizzare anche foto sull’atmosfera e le emozioni della vita di tutti giorni.

In effetti mia madre lavorava in Tunisia parlando francese. Quell’esperienza le è piaciuta molto. È stato diversi anni fa.

Sabato 17 agosto 2012

17.15 – Jean
Il mio visto è a posto, ma in ritardo. L’ambasciata libica a Roma ha dei problemi e ho dovuto rinviare il viaggio di una settimana (una cosa pessima, visto che avevo già i biglietti). Arriverò a Tripoli il 27 agosto, con lo stesso volo. Forse così sarà un po’ più facile ottenere quei contatti. Mi dispiace se invece questo ti crea dei problemi.

21.40 – Khalifa
È meglio così, avrò più tempo per organizzare gli incontri.

Lunedì 19 agosto 2012

1.40 - Jean
Cos’è successo stamattina con le bombe? Chi ha rivendicato l’attacco? Hai qualche idea? Colgo l’occasione per augurarti un tranquillo e felice Eid. Spero di avere presto tue notizie.

2.21 – Khalifa
Ero vicino a uno dei luoghi dell’esplosione, si trovava nei pressi dell’edificio della scuola di polizia femminile, che adesso è la base delle rigate dei ribelli. Sono esplose due macchine, tre persone sono morte e una è rimasta ferita. C’è stata un’altra bomba vicino al ministero dell’interno e una persona è morta. Adesso si è diffusa la notizia che il comitato supremo di sicurezza ha arrestato altri attentatori prima che potessero compiere nuove azioni. (Ti allego la foto che ho scattato con il mio telefono).

10.28 – Jean
Sono felice di sapere che stai bene, grazie per le immagini. Ma continuo a non capire chi abbia compiuto gli attacchi. Miliziani scontenti? E cosa vogliono ottenere? E perché uccidere persone innocenti?

12.28 – Khalifa
No, sono vecchi sostenitori del regime di Gheddafi, hanno persino rivendicato gli attentati su alcune pagine Facebook. Hanno nomi diversi, Cellule dormienti, Quinta colonna, Algae.

Sono responsabili di molti crimini, attentati dinamitardi e sparatorie da macchine in corsa, e pare che alcuni di loro siano finanziati da superstiti del vecchio regime fuggiti dalla Libia.

12:28 – Jean
Interessante. Mi piacerebbe parlarne con qualche comandante di milizia. Stanno cercando di catturare queste persone?

Domenica 25 agosto 2012

16.23 – Jean
Arriverò alle 22.30 di lunedì.

21.33 – Khalifa
Ci sarò, Insh’Alllah.

Mercoledì 19 settembre 2012

3.33 – Khalifa
Ciao amico, come va lì in Italia? Spero tutto bene.

PS. Sto ancora aspettando che mi mandi le foto.

7.59 – Jean
Ciao Kelly, sto bene, grazie. Sono stato impegnato a scrivere le didascalie delle foto per mandarle all’agenzia. E a occuparmi di mio figlio, della scuola, insommatutte le cose di un padre. E a riposare un po’. Non è stato facile per me, come sai avvertivo la pressione degli eventi e delle situazioni, la tensione. Ma alla fine sono molto soddisfatto del risultato.

E lì come vanno le cose? Stai scattando molte foto? Ti stai comportando in modo “coraggioso”? ;-) E gli amici? Saluta Mohanned e tutti gli altri. E anche Zribi, se hai il coraggio di affrontarlo :-) È stato davvero bello stare con tutti voi. Ti mando una foto che ti ritrae. Puoi dare un’occhiata al mio lavoro qui. Spero ti piaccia.

Giovedì 20 settembre 2012

22.58 – Khalifa
Va tutto bene, la Libia è come l’hai lasciata.

Ti salutano tutti e chiedono notizie di te. Io, Muhanned e Muhammad abbiamo incontrato Zribi a una manifestazione; era in una macchina della polizia come addetto alla sicurezza, non chiedermi perché, conosci Zribi lol.

Sto cercando di scattare più foto che posso e di essere coraggioso, ma è difficile perché tutti rifiutano di stare in posa davanti alla macchina fotografica.

Le foto sono straordinarie, sei proprio un vero artista. Vedere le cose da un punto di vista diverso è davvero un’esperienza meravigliosa.

Abbi cura di te, spero di vederti presto.

Venerdì 21 settembre 2012

13.26 – Jean
Grazie per avermi mandato i saluti di tutti quanti. Sto bene e in Italia il tempo adesso è ottimo, c’è il sole ma non fa caldo. Immagino che tu non sia riuscito ad avere altre informazioni su Zribi e su come fosse finito lì! Non è un problema di lingua. Per favore, digli che è una brava persona (siete tutti bravi e in gamba, ma lui è come un ragazzino e forse ha bisogno di sentirselo dire).

Rispetto alle foto, penso che tu debba avvicinarti il più possibile al soggetto. Sia dal punto di vista tecnico che da quello emotivo. Cerca di tagliare fuori tutti gli elementi che non trasmettono il messaggio che ti interessa. Avvicinati, non con lo zoom, con le gambe e con il corpo! E per quanto riguarda le emozioni, quelle semplici e forti funzionano sempre meglio. Amore, disperazione, felicità, dolore, rabbia, gioia.

Ricorda poi che la maggior parte delle volte una foto non deve svelare tutta la storia. A volte più una foto è accurata, meno è vicina alle emozioni di chi la guarda, che non si trovava lì. Una foto deve consentire a chi la guarda di proiettarci la sua immaginazione. Odori, suoni, consistenze.

Capisco che a volte le persone non abbiano voglia di apparire nelle foto. Ma spesso, se riesci a superare lo scetticismo iniziale, troverai una porta spalancata.

E poi fai esperimenti con la postproduzione. Sono sicuro che ci riuscirai senza difficoltà. Tutto qui. Se segui questi passi, i risultati ti sorprenderanno. E ti sorprenderanno le emozioni che puoi trasmettere con una foto.

E infine fatti ispirare dal lavoro di altri fotografi. Dai un’occhiata a questi fotografi: Paolo Pellegrin, Alex Majoli, che tra le altre cose ha fatto un reportage in Libia, Antoine D’Agata (cerca le immagini su Google, è troppo artistico, ma è solo per darti un’idea), Jacob Aue Sobol, Anders Petersen.

Mi piacerebbe tornare in Libia. Ma mi sento intrappolato tra la storia che vorrei raccontare e quella che temo di dover raccontare

Da allora, Jean ha lavorato con la bravissima fotografa Valentina Piccinni. Assieme hanno documentato molte storie, dalla rivoluzione ucraina e la guerra nel Donbass alle conseguenze dell’inquinamento nell’Italia meridionale. Dai pellegrinaggi a Lourdes alle storie della vita quotidiana nei quartieri più violenti di Napoli. Ha fotografato un centro di riabilitazione psichiatrica per raccontare la vita dei detenuti con problemi mentali.

E mi ha detto: “La mia produzione fotografica si è evoluta, ma mantiene ancora gli stessi principi di base. Per me è essenziale restare vicino alle persone, esplorare la vita nel modo più partecipativo possibile. Tutte le storie che racconto si concentrano sugli esseri umani. Per me la cosa più importante è il ‘chi’ piuttosto che il ‘cosa’. Tutto ruota attorno alla moltitudine di relazioni, connessioni, scambi tra esseri umani. E il fotografo è spesso parte di tutto questo. La mia vita si intreccia a quello che fotografo. A volte questo è bello, altre volte doloroso. Ciò che ho imparato dalla mia attività di fotografo è quasi tutto ciò che so della vita”.

Gli ho chiesto cosa ne pensa oggi della Libia, com’è stato il confronto tra le sue aspettative e la realtà, cosa farebbe diversamente se tornasse qui adesso.

Jean mi ha risposto: “Adesso vedo uno scenario completamente diverso rispetto a quello che mi aspettavo. Forse sono troppo coinvolto dal punto di vista emotivo, perché il mio reportage in Libia è stato molto intenso, mi ha fatto condividere tempo, idee e anche speranze con tante persone incredibili. Forse è per questo che ora sono deluso osservando da lontano una situazione sociale e politica che è sul punto di crollare. Forse è anche per questo che ho sottovalutato alcuni segnali di avvertimento quando ero lì.

Discorsi estremisti pronunciati da persone molto giovani, le moschee sufi demolite dai fondamentalisti con l’approvazione delle milizie locali sotto lo sguardo attonito delle persone. Un diverso atteggiamento degli uomini nei confronti delle donne per strada. L’assenza di motivazione da parte dei giovani veterani, annientati dalla guerra e incapaci di capire come dare forma al loro futuro.

Una volta mi hai detto: ‘Forse il nostro destino è scegliere tra i soldati e i barbuti’. In quelle poche parole è racchiusa la verità di molte situazioni critiche in atto davanti a noi in tante parti del mondo. Mi piacerebbe tornare in Libia e realizzare una seconda parte della mia storia. Ma mi sento intrappolato tra la storia che vorrei raccontare e quella che temo di dover raccontare”.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)