Un posto di blocco a Bengasi, Libia, maggio 2016. (Esam Omran al Fetori, Reuters/Contrasto)

In Libia nessuno è al sicuro

Un posto di blocco a Bengasi, Libia, maggio 2016. (Esam Omran al Fetori, Reuters/Contrasto)
27 luglio 2018 10:18

Durante la finale della coppa di calcio libica giocata nello stadio della città di Al Khums l’atmosfera era incandescente, come se tutti sapessero già chi avrebbe vinto. A un certo punto tutto è cambiato e la partita si è fatta più emozionante mentre il campo da gioco prendeva fuoco, o più precisamente finiva sotto il fuoco dei proiettili.

Gli spari sono cominciati nei dintorni dello stadio, i proiettili erano molto vicini. Alcuni giocatori si sono buttati per terra e sono corsi verso gli spogliatoi. È stata una buona dimostrazione di riflessi veloci, connaturati ormai ai libici dopo anni di esercitazioni pratiche. La maggior parte dei giocatori, quelli più esperti, è rimasta tranquilla in mezzo al campo in attesa che la sparatoria finisse. Avevano capito che gli spari non erano diretti verso di loro.

Dopo qualche minuto i giocatori e l’arbitro sono tornati in campo, si sono dati qualche colpetto sulle divise per scuotersi di dosso la polvere e la partita è ripresa. Questa è la Libia, dove in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo possono verificarsi inattesi scontri armati e poi, quando è tutto finito, la gente si scuote di dosso la polvere, fa un paio di battute e tira avanti.

In caso di esercitazione, regola valida ovunque in casi simili, bisogna stendersi con la faccia a terra, non rimanere nel luogo della sparatoria, localizzare la più vicina via d’uscita, raggiungerla di corsa, abbandonare la kill zone e trovare un posto dove nascondersi (a differenza di quello che si vede nei film, i tavoli sono una pessima scelta). Un bersaglio statico e disarmato all’interno della kill zone probabilmente può finire ucciso.

Le uniformi e i loghi indicano che sono al servizio del ministero dell’interno, ma questo non cambia la sostanza dei fatti: sono miliziani

Gli specialisti della sicurezza e della protezione personale sono addestrati a pensare in anticipo e identificare una via di fuga appena arrivati in un posto. Naturalmente nessuno vuole suggerirvi di diventare paranoici, ma piuttosto di essere bravi a osservare e a prendere nota almeno delle uscite di emergenza.

Negli ultimi anni i libici hanno acquisito questa e altre forme di capacità nella loro quotidianità. Questa è la Libia, e che tu stia camminando per strada, stia seduto in un bar, in fila da qualche parte, al volante, a un posto di blocco o su un campo di calcio, l’importante è essere consapevole dell’ambiente che ti circonda. A un certo punto questo atteggiamento diventa una seconda natura.

Potreste ribattere che oggi una sparatoria può verificarsi dappertutto, e avreste ragione, ma la differenza tra la Libia e il resto del mondo è che noi tendiamo ad alzare il livello di guardia soprattutto quando siamo vicino a “poliziotti” e agenti di sicurezza, in altre parole ai miliziani.

In questi casi è meglio essere pronti a buttarsi per terra e a correre, poiché i miliziani hanno le dita che friggono sui grilletti. Il problema è che sono ovunque, pattugliano le strade, sorvegliano gli edifici governativi e le banche, stanno ai posti di blocco. Le uniformi e i loghi sulle automobili indicano che sono al servizio del ministero dell’interno, ma questo non cambia la sostanza dei fatti: sono miliziani.

pubblicità

Nelle strade libiche le armi sono in mano a gangster e a uomini barbuti su di giri che si sono addestrati unicamente durante le battaglie di strada. Sono sempre tesi, sembrano dei partecipanti a un corso di gestione della rabbia a cui il terapista abbia messo in mano delle armi sguinzagliandoli in giro. Molti sono giovani, ogni giorno più giovani. Sembrano passati direttamente dai videogiochi alle armi vere per strada. Questo non è strano, tenuto conto del fatto che le milizie sono datori di lavoro che pagano bene, senza ritardi e che, cosa più importante di tutte, questo è un lavoro in cui il cliente ha sempre torto.

Il 15 luglio sono cominciati gli esami dell’ultimo anno delle superiori e il ministro Othman Abdeljalil ha indicato come sede di esame l’università di Tripoli. Ha assegnato il compito di sorvegliare l’andamento delle prove a docenti universitari e quello di garantire la sicurezza dell’università alla milizia Prima squadra. Ha anche preso altri provvedimenti per impedire qualsiasi imbroglio.

L’esame in un solo posto, tanti adolescenti arrabbiati e le milizie che facevano la guardia. Era la ricetta perfetta per il disastro

Nel corso dell’anno in molti avevano protestato contro alcune sue decisioni che riguardavano sia gli studenti sia gli insegnanti, come il cambiamento improvviso di orari e materie, l’adozione di un nuovo sistema semestrale, il licenziamento di numerosi professori. Per la maggior parte dell’anno gli insegnanti hanno manifestato pubblicamente per chiedere un aumento degli stipendi, e Abdeljalil li ha sempre apostrofati con parole dure, lo stesso linguaggio usato quando gli studenti hanno manifestato davanti al ministero e le sue guardie del corpo li hanno costretti ad andarsene.

Gli studenti sono usciti frustrati dall’esame di inglese. Non hanno potuto rispondere ai quesiti per diversi motivi: le domande erano difficili e molte scuole non avevano potuto completare i programmi, per non parlare delle lunghe interruzioni di elettricità che Tripoli subisce ormai da mesi. Dunque ricapitoliamo: tutte le scuole superiori raccolte in un solo posto, tanti adolescenti arrabbiati e le milizie che facevano la guardia. Era la ricetta perfetta per il disastro. Gli studenti hanno cominciato a marciare scandendo slogan contro il ministro.

Il martello nella cassetta
La milizia Prima squadra ha fatto quello che le riesce meglio. Nonostante il logo del ministero dell’interno, sono miliziani, e nella cassetta degli attrezzi di ogni miliziano c’è un solo attrezzo, ossia il martello. Usano sempre il martello per affrontare qualsiasi situazione e quel giorno non ha fatto eccezione.

Hanno aperto il fuoco con proiettili veri, sparando scariche di avvertimento in aria. Gli studenti sono andati nel panico ma si sono riorganizzati e hanno ricominciato a protestare. Poi è arrivato il Cid (Dipartimento per le indagini criminali), che secondo la Commissione nazionale per i diritti umani in Libia ha arrestato 150 studenti. Alcuni sono stati rilasciati il giorno stesso, ma gli altri sono rimasti in custodia e i loro nomi sono stati schedati.

Secondo la denuncia della Commissione nazionale per i diritti umani in Libia, alcuni studenti che avevano manifestato pacificamente sono stati chiusi in carcere, torturati e maltrattati. La revoca del diritto a manifestare pacificamente è stata, secondo la stessa commissione, un’aperta violazione della dichiarazione costituzionale e di tutti i diritti civili, politici, culturali e sociali.

Il capo della direzione per la sicurezza di Tripoli ha continuato a difendere il Cid e il modo in cui aveva gestito la situazione, dichiarando che “è opera dei pipistrelli dell’oscurità, di nemici della patria che hanno indotto un gruppo di studenti a radunarsi per manifestare e a urlare slogan offensivi nei confronti di personaggi pubblici con lo scopo di indebolire lo stato”.

pubblicità

La violenza ha superato ogni limite e ha raggiunto anche gli studenti delle scuole superiori, terrorizzandoli e distruggendo il loro futuro. Nella foto più dolorosa della manifestazione si vede un ragazzino che tiene un cartello di protesta scritto a mano su cui si legge: “No all’ingiustizia – gli studenti della terza classe delle superiori”. L’unico reato che avevano commesso era contro la grammatica e la lingua araba, poiché le scritte erano piene di errori, ma nemmeno questa era colpa loro. Sono vittime di un sistema fallimentare e di un governo che li ha traditi. Se io fossi il loro insegnante gli avrei dato dei punti per aver provato a scrivere, mentre i grandi si sono arresi e nemmeno ci provano più.

Questa è la Libia. Secondo molti governi europei è un paese sicuro, un porto sicuro. Eppure un qualsiasi cittadino europeo che contatti l’ambasciata del suo governo in Libia per chiedere informazioni su come ottenere un visto per entrare nel paese, si sentirà dire che “la Libia non è una destinazione sicura ed è fortemente sconsigliato andarci”. Oltretutto, a parte gli italiani, sono in pochi a poter fare una telefonata di questo tipo, poiché le altre ambasciate europee non hanno ancora riaperto le loro sedi a Tripoli dopo aver lasciato la città nel 2014.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.
pubblicità

Articolo successivo

L’operazione di potere di Matteo Renzi
Alessandro Calvi
Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.