17 gennaio 2020 14:26

Il presidente del consiglio italiano Giuseppe Conte potrebbe aver sovrastimato l’influenza esercitata dall’Italia sul presidente del governo di accordo nazionale (Gna) Fayez al Sarraj quando ha tentato di coinvolgerlo in un incontro a sorpresa l’8 gennaio 2020 a Roma con il suo avversario, il generale Khalifa Haftar, capo delle Forze armate arabe libiche (Faal, il modo in cui Haftar chiama le sue forze sui mezzi d’informazione arabi). L’iniziativa di Conte era molto ambiziosa, ma il premier italiano non è riuscito neanche a far sì che i due contendenti si ritrovassero nella stessa città, meno che mai allo stesso tavolo. Il 12 gennaio, su pressione di Russia e Turchia, il Gna e le Faal di Haftar hanno accettato una tregua temporanea. Il giorno dopo, due delegazioni dei governi rivali sono andate a Mosca. In questo caso, se non altro, i due rivali sono arrivati nello stesso edificio, ma non nella stessa stanza (com’è stato erroneamente riportato).

A Mosca le delegazioni libiche hanno partecipato a incontri separati con funzionari russi e turchi per negoziare la proposta che avrebbe dovuto porre fine alla guerra in Libia. Dopo ore di trattative il Gna ha firmato l’accordo, ma stavolta è stato il generale Haftar a fare i capricci e ad andar via senza firmare.

Perché l’ha fatto?

L’accordo proposto dalla Turchia e dalla Russia e il rifiuto di firmarlo da parte di Haftar hanno suscitato commenti diversi. L’analista politico libico Mohamed Eljarh ha optato per il più facile dei cliché nel tentativo di dipingere Haftar come il jolly imprevedibile, senza approfondire più di tanto il senso di quello che ha fatto. Ecco il suo commento su Twitter:

“Nonostante l’enorme pressione esercitata su di loro, Haftar e i suoi sono andati via da Mosca senza firmare l’accordo di cessate il fuoco. Ancora una volta Haftar dimostra di non farsi condizionare da quello che vogliono i suoi sostenitori e i suoi simpatizzanti. Questo vale per Il Cairo, per Abu Dhabi e per Mosca”.

Secondo Emadeddin Badi, ricercatore e analista politico esperto di Libia e Sahel, Haftar non ha firmato l’accordo “perché sapeva di poter contare sul sostegno di uno dei suoi partner, cioè gli Emirati Arabi Uniti. Con l’offensiva lanciata ad aprile Haftar ha cercato di evitare un accordo di condivisione del potere. Ora sarebbe difficile presentarsi ai suoi sostenitori con un accordo in cui lui non appare essere l’unico vincitore”.

L’ex consigliere politico dell’Alto consiglio di stato in Libia Ashraf al Shah ha dichiarato che a Mosca Haftar era accompagnato da un diplomatico emiratino, un’informazione confermata da Khalid al Mishri, capo dell’Alto consiglio di stato, che ha dichiarato: “Ai negoziati a Mosca erano presenti i paesi del Golfo, compreso l’incaricato d’affari dell’ambasciata degli Emirati in Russia. Quest’ultimo è stato tra coloro che hanno ostacolato la firma dell’accordo di cessate il fuoco”.

La tv saudita Al Arabiya, vicina ad Haftar, ha riferito che il generale non avrebbe firmato l’accordo perché il testo non chiedeva il ritiro delle truppe turche dalla Libia. Al Jazeera, vicina alle posizioni del Gna, ha invece riferito che “Haftar non è stato in grado di controllare le sue milizie, nonostante avesse acconsentito al cessate il fuoco. La nona brigata di Tarhuna, in particolare, non ha rispettato la tregua”. Secondo Al Jazeera, Haftar non ha firmato l’accordo per colpa dei comandanti di quella brigata, ex soldati di Gheddafi.

Gli ultimi sviluppi in Libia lasciano intravedere la possibilità di un ulteriore peggioramento del conflitto, che potrebbe avere un impatto negativo sulla conferenza di pace prevista il 19 gennaio a Berlino. Secondo Badi la situazione complessiva è peggiorata perché “non solo gli attori interni, ma anche quelli internazionali, come Turchia ed Emirati, stanno accelerando verso una nuova fase del conflitto, consapevoli del fatto che per la guerra non potrà esserci una soluzione politica, ma una qualche forma di soluzione militare”.

In un discorso al Cairo, il presidente della camera dei rappresentanti di Tobruk (”capitale” della Cirenaica), Aguila Saleh, ha chiesto ai paesi arabi di sostenere Haftar contro l’invasione turca. Saleh ha accusato il presidente turco di voler ristabilire “l’eredità dell’ingiustizia ottomana” in Libia. Per lui la campagna militare non si fermerà finché Tripoli non sarà stata “liberata” e ha chiesto ai paesi arabi di ritirare il riconoscimento al Gna.

A Tripoli Al Sarraj ha confermato la sua partecipazione alla conferenza di Berlino e ha aggiunto che la mancata firma dell’accordo di cessate il fuoco da parte di Haftar è un tentativo di sabotare l’incontro. Al Sarraj ha inoltre lodato il ruolo svolto da Turchia e Russia, mettendolo a confronto con l’impotenza dell’Europa.

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“Credo che con il suo gesto Haftar abbia già influenzato l’esito di Berlino”, commenta Badi. “Sembra che, dopo che si è tirato indietro dall’accordo di cessate il fuoco e non ha firmato l’intesa proposta a Mosca, Haftar sia stato ulteriormente premiato con un invito al vertice di Berlino, pensato inizialmente come un forum a cui non era invitato nessun attore libico”.

Non ci sono neanche garanzie del fatto che Haftar prenderà seriamente in considerazione proposte future. In passato ha mandato all’aria molti progetti. L’ultimo è stata la conferenza nazionale promossa dall’Onu che avrebbe dovuto tenersi il 14 aprile 2019 a Ghadames, in Libia. Quel vertice avrebbe dovuto risolvere le divisioni interne e portare a nuove elezioni nel 2019. Dopo aver accolto con favore l’iniziativa, Haftar ha attaccato Tripoli, dieci giorni prima dell’inizio della conferenza. Mettere fine al conflitto armato e riprendere il dialogo politico significa porre fine al ruolo di Haftar e al suo progetto di governare la Libia con la forza, come recita il titolo di un libro scritto da lui nel 1995, Una visione politica del percorso di cambiamento con l’uso della forza.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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