20 marzo 2020 16:26

Chiudere le scuole e gli spazi pubblici, passare allo smart working, chiedere ai cittadini di evitare gli spostamenti non indispensabili e gli assembramenti, invitare tutti a rimanere il più possibile isolati, chiusi in casa. Sono le misure del cosiddetto “distanziamento sociale” adottati in Italia e in molti altri paesi per rallentare la diffusione del nuovo coronavirus pandemico.

Lo scopo è quello di distribuire le infezioni su un arco temporale più lungo, per riuscire a curare le persone, evitare il collasso del sistema sanitario e per guadagnare tempo in attesa di un vaccino o di terapie di dimostrata efficacia. Le misure di distanziamento sociale, necessarie vista l’emergenza, possono però avere conseguenze psicologiche negative sulle persone.

“La diffusione del coronavirus in tutto il mondo ci obbliga a reprimere il nostro bisogno di relazione, un impulso profondamente umano radicato nell’evoluzione: vedere gli amici, aggregarsi in gruppi, stare l’uno vicino all’altro”, commenta su Science Nicholas Christakis, medico e sociologo dell’università di Yale, impegnato nelle scienze biosociali e nella ricerca sui social network.

Si tratta di una condizione innaturale che metta a dura prova anche la capacità di cooperazione propria degli esseri umani, aggiunge lo scienziato statunitense, “perché non stiamo cercando di proteggere solo noi stessi, ma anche le persone che non conosciamo e quelle di cui, forse, neanche ci importa”.

Il benessere psicologico
Gli effetti a breve termine dell’isolamento sociale sulla salute non sono ancora stati ben studiati. Si sa che, se prolungati per lungi periodi, possono aumentare il rischio di alcuni disturbi, tra cui le malattie cardiovascolari, la depressione e la demenza, e alla lunga anche della mortalità.

Per esempio, spiega su Science Julianne Holt-Lunstad, psicologa e ricercatrice alla Brigham young university, nello Utah, da un’analisi del 2015 degli studi pubblicati nella letteratura scientifica è emerso che un isolamento sociale cronico potrebbe aumentare il rischio di mortalità del 29 per cento.

L’isolamento è una condizione innaturale che metta a dura prova la capacità umana di cooperazione

Un’ipotesi è che i contatti sociali attenuino gli effetti negativi dello stress. La ricercatrice statunitense spiega di aver riscontrato nei suoi studi una correlazione tra connessione sociale percepita e risposta allo stress: “Il solo sapere di avere qualcuno su cui poter contare può essere sufficiente a smorzare parte delle risposte allo stress, anche se quella persona non è fisicamente presente”.

Ma non è ancora noto quali potrebbero essere gli effetti a lungo termine del distanziamento sociale dovuto alla pandemia di Covid-19, la malattia provocata dal nuovo coronavirus. “La speranza è che la consapevolezza di queste problematiche possa spingere le persone a rimanere in contatto e ad agire in modo positivo”, auspica Holt-Lunstad.

Gabbie per tigri
Tuttavia, tendenzialmente l’essere umano ha alcune armi per superare situazioni difficili, anche più stressanti. Chris Segrin, specialista del comportamento all’Arizona university, porta come esempio su Science gli studi sui prigionieri statunitensi durante la guerra del Vietnam isolati in “gabbie per tigri”, ossia minuscole celle sotterranee. Per alcuni prigionieri l’ottimismo, cioè il credere che sarebbero sopravvissuti e usciti vincenti dalla guerra, era stato uno dei fattori protettivi più importanti per la loro salute mentale.

Oggi un aiuto per diminuire lo stress, sia individuale sia collettivo, viene dalla tecnologia: strumenti come Skype, WhatsApp, FaceTime e molte altre applicazioni permettono di rimanere in contatto e di interagire anche visivamente con familiari, amici e colleghi. Queste modalità di interazione sociale non possono sostituire quella faccia a faccia, dice Segrin, ma sono comunque utili per evitare l’isolamento totale.

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Un discorso a parte meritano le conseguenze psicologiche di chi è stato sottoposto a una quarantena vera e propria, per esempio chi è positivo al coronavirus, chi è stato a contatto con una persona infetta o proviene da una zona ad alto contagio, come la provincia cinese dell’Hubei, dove dallo scorso 23 gennaio 2020, almeno 50 milioni di persone vivono in isolamento in casa o in strutture dedicate. Chi sta in quarantena convive quotidianamente con la mancanza di libertà, l’incertezza della malattia e un senso di noia e frustrazione che, in alcuni casi, si uniscono alla scarsità di provviste e di informazioni, alle preoccupazione economiche e allo stigma sociale.

Un’analisi pubblicata sulla rivista medica The Lancet ha passato in rassegna più di venti studi sulla quarantena durante le epidemie di Sars, Mers, ebola e altre malattie. Da questi studi emergono diversi effetti psicologici negativi legati a situazioni innaturali vissute quotidianamente: dai sintomi del disturbo post-traumatico da stress al disorientamento alla rabbia, dall’insonnia all’angoscia fino alla depressione e all’esaurimento emotivo.

Alcuni studi evidenziano che, anche una volta tornate alla normalità, le persone possono avere dei comportamenti riconducibili al periodo dell’emergenza: un’attenzione eccessiva al lavaggio delle mani o la tendenza a evitare i posti chiusi e affollati, i luoghi pubblici e le persone con tosse o raffreddore. Un paio di ricerche sulla Sars hanno osservato che, nei mesi successivi alla fine dell’epidemia, alcuni degli operatori sanitari che erano stati a contatto con persone contagiate riducevano al minimo il contatto con i pazienti e, a distanza di tre anni, manifestavano i sintomi dell’abuso o della dipendenza da bevande alcoliche riconducibili al periodo di quarantena.

Come prevenire i danni
Non tutti sanno gestire e affrontare l’isolamento sociale forzato mantenendo lo stesso livello di equilibrio mentale. Gli effetti psicologici negativi possono permanere nel tempo, anche oltre il periodo di isolamento. The Lancet suggerisce quindi la necessità di garantire l’adozione di alcune misure di mitigazione quando si pianifica una quarantena.

Innanzitutto è prioritario ridurre al minimo il tempo dell’isolamento, senza ulteriori estensioni che, anche se piccole, rischiano di demoralizzare le persone e aggravare il senso di frustrazione. Poi serve garantire i beni di prima necessità, una corretta e rapida informazione di quello che sta succedendo e servizi adeguati per ridurre la condizione di noia e solitudine.

Inoltre, conclude The Lancet, è fondamentale trasmettere il valore dell’altruismo: essere consapevoli che il proprio isolamento domiciliare serve a tutti può aiutare a renderlo più sopportabile: “Offrire aiuto può rivelarsi addirittura più vantaggioso che riceverlo. Aiutare gli altri contribuisce inoltre a farci sentire ancora interconnessi”, conclude la psicologa Holt-Lunstad su Science.