Mentre i mezzi di informazione internazionali si concentravano giustamente sul genocidio e sull’enorme sfollamento a Gaza, oltre che sulla pulizia etnica in corso in Cisgiordania e nella Gerusalemme Est occupata, non si è parlato quasi per niente dei trecento omicidi avvenuti in Israele nel 2025. In 252 casi la vittima era palestinese. Eppure l’anno scorso è stato il peggiore di sempre per il numero di uccisioni di cittadini palestinesi di Israele, che costituiscono il 21 per cento della popolazione ma sono le vittime nell’80 per cento dei delitti. Un morto ogni 36 ore.

I mezzi d’informazione internazionali si sono occupati anche dell’aumento dell’antisemitismo in tutto il mondo, ma hanno raccontato molto poco o per niente di come Israele ha esagerato e strumentalizzato un’idea sionista dell’antisemitismo per creare panico tra gli ebrei ovunque. Addirittura, quando parlo con alcuni amici ebrei israeliani spesso mi chiedono come faccio, io che abito a Londra, a convivere con l’antisemitismo. Seguendo i notiziari israeliani, c’è da perdonarli se sono convinti che gli ebrei nel mondo siano esposti a un pericolo imminente.

Questi due fenomeni – l’epidemia di delitti nelle comunità palestinesi di Israele e la strumentalizzazione dell’antisemitismo per amplificare le paure degli ebrei – potrebbero sembrare totalmente scollegati. Eppure, c’è un filo che li lega, e si chiama ingegneria demografica.

La seconda Nakba

L’ingegneria demografica è sempre stata il cuore del progetto sionista. Durante la guerra del 1948 circa 750mila palestinesi furono espulsi in quella che il diplomatico e studioso Fayez Sayegh definì “eliminazione razziale”. Le città palestinesi furono svuotate e circa cinquecento villaggi furono distrutti.

Nel 1951 i palestinesi diventati profughi erano stati “sostituiti” da un numero simile di immigrati ebrei, che erano sopravvissuti all’Olocausto provenienti dall’Europa ed ebrei mizrahi venuti dai paesi arabi, trasformando così la composizione etnica dello stato senza alterare la dimensione complessiva della popolazione. Dopo la guerra Israele ignorò la risoluzione 194 delle Nazioni Unite, che affermava il diritto dei palestinesi diventati rifugiati nel 1948 a tornare alle loro case. Inoltre nel 1950 approvò la legge del ritorno, che riconosceva “agli ebrei di tutto il mondo il diritto di entrare in Israele e ottenere la cittadinanza israeliana indipendentemente dal loro paese di origine e dal fatto che potessero dimostrare o meno un legame con Israele e Palestina, negando al contempo un simile diritto ai palestinesi, compresi quelli con origini documentate nel paese”, come afferma un rapporto dell’Onu.

Negli ultimi due anni diversi politici e personaggi pubblici israeliani hanno descritto quello che Israele sta facendo nei territori occupati dal 1967 come un completamento del lavoro lasciato incompiuto nel 1948: “Una seconda, vera Nakba, per portare a termine l’opera di David Ben Gurion”, ha detto un giornalista riferendosi all’ex primo ministro israeliano e al termine arabo per definire la cacciata dei palestinesi. Contemporaneamente, nel paese si sta sviluppando un’altra strategia demografica, anche se l’obiettivo generale rimane lo stesso.

Itamar Ben-Gvir non è sicuramente il primo ministro della sicurezza nazionale ad aver permesso alle bande criminali di terrorizzare le comunità palestinesi. Ma durante il suo mandato gli omicidi hanno raggiunto livelli record. E il 2026 sembra seguire questa tendenza, con 31 palestinesi uccisi solo a gennaio.

Da sapere
Verso l’annessione della Cisgiordania

◆ L’8 febbraio 2026 il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato una serie di misure che permetteranno a Israele di estendere il suo controllo nelle zone della Cisgiordania amministrate dall’Autorità nazionale palestinese (Anp). Il testo completo non è stato reso pubblico e non è chiaro quando le nuove regole (che non hanno bisogno di ulteriore approvazione) entreranno in vigore, ma in parte sono state annunciate in diversi comunicati.

Alcune hanno l’obiettivo di facilitare l’acquisto di terreni da parte dei coloni, in particolare abrogando una legge risalente a decenni fa che impediva agli ebrei di comprare direttamente appezzamenti in Cisgiordania.

Inoltre le autorità israeliane potranno amministrare due importanti siti religiosi che si trovano nel sud della Cisgiordania: la Tomba dei patriarchi (chiamata moschea di Abramo dai musulmani) a Hebron e la tomba di Rachele a Betlemme. Sarà anche più semplice per i coloni ottenere il permesso per costruire in alcune zone di Hebron.

La comunità internazionale ha espresso preoccupazione. In un comunicato comune Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Indonesia, Pakistan, Qatar e Turchia hanno denunciato “i tentativi di annessione illegale e sfollamento del popolo palestinese”. Afp, Al Ayyam


Da un lato, Israele usa l’impennata di criminalità per rappresentare i cittadini palestinesi come incivili e barbari, estendendo la disumanizzazione dei palestinesi apolidi di Gaza e della Cisgiordania ai suoi stessi cittadini. Dall’altro lato, permette ai criminali di terrorizzare le città palestinesi. La polizia infatti ha risolto solo il 15 per cento degli omicidi avvenuti nelle comunità palestinesi, facendo poco o niente per impedire alle bande di chiedere il pizzo alle imprese, cosa che priva la comunità di circa due miliardi di shekel (545 milioni di euro) all’anno.

Il 22 gennaio i palestinesi d’Israele hanno lanciato la più grande manifestazione dal 2019, sventolando bandiere nere e intonando slogan in cui accusavano la polizia di averli abbandonati. Il giorno successivo gli organizzatori hanno indetto uno sciopero generale. Uno di loro, Mohammed Shlaata, ha detto che la responsabilità delle violenze è delle autorità: “Siamo in uno stato di emergenza”, ha affermato. “La nostra accusa è chiara: la colpa è della polizia”. Alcuni amici palestinesi mi dicono di temere per la vita dei loro figli e vogliono che lascino il paese, mentre altri hanno già fatto i bagagli e se ne sono andati. A dire il vero il numero di chi parte è basso, ma i cittadini palestinesi di Israele stanno arrivando all’esasperazione.

Essere al sicuro

Mentre non fa nulla per reprimere le attività criminali e l’illegalità nelle comunità palestinesi in Israele, il governo ingigantisce e strumentalizza un’idea sionista di antisemitismo per riaffermare continuamente la condizione di vittima degli ebrei.

Anche se si è scritto molto sull’uso di una falsa idea di antisemitismo – che confonde le critiche a Israele e al sionismo con l’odio verso gli ebrei – per mettere a tacere le voci dei palestinesi e dei loro sostenitori, si è detto molto meno su come l’antisemitismo è usato per affrontare il problema dell’emigrazione da Israele.

Dal 2023 gli ebrei che hanno lasciato il paese sono più di quelli che sono entrati. Nel 2024 il numero di cittadini emigrati superava di 26mila quello dei nuovi immigrati; nel 2025 il divario è salito a 37mila. In altre parole, l’emigrazione è aumentata di oltre il 42 per cento e i funzionari israeliani temono che questa tendenza stia prendendo piede o addirittura accelerando.

Per questo all’opinione pubblica israeliana e alla diaspora ebraica è ripetuto in continuazione che l’antisemitismo sta dilagando nel mondo. Gli viene detto che l’orrendo massacro di Bondi in Australia è il segnale di una nuova tendenza globale, che nel Regno Unito l’antisemitismo è stato normalizzato e che in Europa gli ebrei hanno paura di indossare la kippah.

L’antisemitismo è senza dubbio aumentato negli ultimi due anni, c’è un nocciolo di verità in queste affermazioni. Ma contrariamente a quanto succede con il panico molto reale tra i cittadini palestinesi, che lo stato ignora, nel caso dell’antisemitismo lo stato esagera e strumentalizza i fatti per generare un panico morale. Il messaggio è chiaro: gli ebrei di tutto il mondo devono temere per le loro vite; quelli che vivono in Israele devono sapere che andarsene è un rischio, mentre per gli ebrei della diaspora l’unico modo per essere al sicuro è emigrare in Israele.

Il collante che tiene insieme tutte le strategie demografiche messe in campo da Israele è la fede nell’eccezionalismo e nella supremazia ebraica. Il genocidio a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania sono giustificati disumanizzando i palestinesi; il disinteresse verso gli omicidi e i crimini nelle comunità palestinesi in Israele è animato dalla discriminazione razziale che va avanti dal 1948; e Israele sfrutta il razzismo contro gli ebrei per arginare l’emigrazione. L’obiettivo è garantire il carattere razziale-religioso di Israele come paese esclusivamente ebraico, mentre il sogno è uno stato ebraico puro. ◆ fdl

Neve Gordon è un professore israeliano. Insegna diritto internazionale alla Queen Mary university of London. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia, insieme a Nicola Perugini, è Scudi umani (Laterza 2025).

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Questo articolo è uscito sul numero 1652 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati