alimentazione

Gli atleti olimpici hanno un debito di gratitudine nei confronti del paese ospitante.

Più di mille anni fa gli italiani scoprirono il gusto per le tagliatelle di grano essiccato, portate dai mercanti arabi. Nei secoli successivi le svilupparono e ne fecero una pietanza amata universalmente: la pasta.

Oggi gli atleti olimpici sono tra i più voraci consumatori ed estimatori della pasta, e fanno affidamento su questo alimento base, ricco di carboidrati, per raggiungere le prestazioni sportive desiderate. Anche se la scienza della nutrizione continua a evolversi, la pasta rimane onnipresente nello sport come alimento indispensabile per chi affronta una gara, al pari di una bevanda energetica.

Non sorprende quindi che in occasione di queste Olimpiadi invernali la prospettiva di fare un carico di carboidrati nel tempio della pasta abbia fatto venire l’acquolina in bocca a molti.

“Sono un’amante della pasta, quindi sono felicissima. Gli spaghetti sono i miei preferiti. Poi ci sono gli gnocchi, ma adoro anche le fettuccine”, dice Mystique Ro, 31 anni, skeletonista statunitense.

Che fortuna avere un metabolismo iperattivo e un lavoro che ti impone di mangiare montagne di fettuccine.

Elisabetta Salvadori, responsabile alimenti e bevande del comitato organizzatore olimpico italiano, spiega che ogni giorno saranno serviti nelle tre mense dei villaggi olimpici 600 chilogrammi di pasta. Il Comitato olimpico internazionale ha presentato un formato personalizzato e ispirato agli anelli olimpici.

Meglio al dente

Anche i ristoranti puntano sul protagonismo del carboidrato. Miscusi, una catena di ristorazione nata a Milano e specializzata in pasta fresca, nel menù ha inserito un piatto dedicato ai giochi: gnocchi cremosi con funghi, cavolo nero e noci. Inoltre il locale ha adottato il motto “Eat pasta, ski fasta!” (Mangia pasta, scia più forte!).

Se si chiede agli atleti e alle atlete quale tipo di pasta preferiscono, i loro occhi si illuminano.

Alex Hall, 27 anni, che nel 2022 ha vinto la medaglia d’oro per gli Stati Uniti nello sci freestyle è uno di loro. Si affida alla pasta per affrontare lunghe sessioni di allenamento in montagna. A volte la mangia anche per colazione. Secondo lui i più buoni sono i tortellini e le farfalle.“Si cuociono in poco tempo, devono restare al dente”, dice Hall, che ha la madre bolognese.

La consegna dei preservativi

◆ “I preservativi sono distribuiti alle Olimpiadi dal 1988, un’iniziativa sempre comunicata con un’enfasi simile a quella per la consegna delle medaglie”, scrive ironicamente Gerald Kleffmann sulla Süddeutsche Zeitung. Per i giochi di Milano Cortina 2026 è prevista la distribuzione gratuita agli atleti e alle atlete, ma come ha svelato un video su TikTok della pattinatrice spagnola Olivia Smart, questa volta i profilattici hanno il logo della regione Lombardia. “Il problema è che non si sa in anticipo quanti ne serviranno, e questo può portare a errori di calcolo”, scrive Kleffmann. “A Sydney i 70mila preservativi iniziali si esaurirono a metà dei giochi, costringendo gli organizzatori a ordinarne altri ventimila. Il Cio ha dimostrato la sua capacità di adattamento ai giochi di Rio de Janeiro, inondando il villaggio olimpico con 450mila profilattici, forse dando libero sfogo all’immaginazione dopo aver sentito le parole Brasile, sole e spiaggia. Ogni atleta aveva ricevuto in media circa 40 preservativi. Ma avranno avuto il tempo di usarli tutti?”, conclude.


Adatta a ogni disciplina

Una volta gli atleti professionisti consumavano grandi quantità di proteine subito prima delle gare, magari un’enorme bistecca. Le cose cambiarono negli anni sessanta, quando un gruppo di scienziati svedesi scoprì l’efficacia dei carboidrati come fonte di energia. Era nato il carico di carboidrati e la pasta conquistò rapidamente il mondo dello sport.

Il campione di tennis Roger Federer mangiava pasta con una leggera salsa di pomodoro due ore prima di ogni partita. La maratona di Boston organizzava una cena a base di pasta nel municipio della città prima della gara. Durante la maratona di New York è stato organizzato per anni un evento simile al ristorante Tavern on the green, a Central park. A febbraio la parrocchia cattolica di St. Joseph a Hayward, Wisconsin, organizzerà la sua tradizionale “spaghettata” inaugurata nel 1982 per i partecipanti alla American Birkebeiner, la più grande gara di sci di fondo del Nordamerica.“Chiedono il bis e il tris”, racconta Mary Roles, 65 anni, che l’anno scorso ha contribuito a cucinare quasi 45 chili di pasta per 468 persone.

Tra gli atleti professionisti il carico di carboidrati indiscriminato, in voga negli anni passati, ha lasciato il posto a un approccio più articolato, spiega Hunter Baum, nutrizionista della squadra di sci e snowboard statunitense. Una dieta che si potrebbe definire di “carbo-consapevolezza”.

“Oggi ci si basa di più sulle evidenze, la pratica e la ricerca: come possiamo pianificare il regime alimentare in modo più strategico?”, si chiede Baum.

Con l’invasione di schiere di atleti e atlete nel Norditalia, i servizi di ristorazione olimpici hanno adottato un approccio che considera il cibo come un “carburante”. Quindi si è dovuto accettare il fatto che molti atleti preferiscono mangiare la pasta in bianco con solo un’ombra di salsa accanto, una scelta ai limiti della blasfemia, come un cappuccino nel pomeriggio, in un paese di epicurei convinti.

“Per gli italiani è un po’ spiazzante”, dice Salvadori, cercando di essere diplomatica. È toccato a lei dare la notizia ai cuochi dei villaggi olimpici, che si aspettavano di poter sfoggiare i propri talenti culinari.“Ci sono rimasti un po’ male”, spiega. Nelle mense gli atleti e le atlete possono comunque trovare i piatti tradizionali più gustosi (lasagna, cacio e pepe, vari tipi di ravioli), aggiunge Salvadori. Anche il risotto e la polenta, piatti tipici delle due sedi dei giochi, Milano e Cortina d’Ampezzo, sono ben rappresentati.

Il fascino della pasta potrebbe derivare dalla sua adattabilità. “È come una tela su cui esprimere la propria cultura, il proprio gusto, le proprie preferenze”, spiega Fabio Parasecoli, professore di studi sull’alimentazione alla New York University. “Gli italiani hanno delle regole precise. Ma quando la tela viene esportata, c’è una sorta di libero mercato”.

Va detto che la storia recente della pasta alle Olimpiadi ha avuto alti e bassi. Resi Stiegler, un’atleta statunitense che gareggiò nello sci alpino ai giochi di Torino 2006 stroncò la pasta servita nel villaggio olimpico, definendola “orribile”.

Michael Phelps, l’olimpionico più premiato di sempre, ha raccontato alla stampa che ai giochi olimpici del 2016 a Rio de Janeiro ha dovuto penare per mangiare “mezzo chilo di spaghetti” nella sua routine di recupero dopo la gara. “E non sono un fan degli spaghetti. Mi sono imposto di mangiarli”, ha detto.

Gli atleti hanno a disposizione altri modi deliziosi per assumere carboidrati. Alle olimpiadi estive di due anni fa a Parigi gli atleti keniani si erano portati l’ugali, una specialità a base di farina di mais. Gli irlandesi erano arrivati con un carico di porridge. “Mangiamo molto pho (una zuppa vietnamita)”, dice Chris Plys, 38 anni, giocatore di curling statunitense.

Itinerario cambiato

Ma la pasta regna. Derek Parra, un pattinatore di velocità statunitense che ha vinto due medaglie alle Olimpiadi del 2002, ricorda ancora con affetto un soggiorno a Padova nel 1996 per i campionati mondiali di pattinaggio di velocità in linea. La sera prima della sua gara era andato al ristorante e aveva assaggiato dei tortelli ripieni alla carbonara. “Il giorno dopo ho vinto una medaglia d’oro. Da quel momento sono tornato ogni sera”, racconta ridendo.

Jake Adicoff, 30 anni, sciatore di fondo paralimpico arrivato dagli Stati Uniti, ricorda quando da bambino, in vacanza in Italia con la famiglia, ha partecipato a una lezione di cucina. Ha imparato a fare pasta e ceci, e oggi è lui che la prepara per i suoi compagni di squadra. “Contiene verdure, proteine e carboidrati ed è piuttosto facile da fare. È un ottimo piatto invernale”, spiega.

Circondati da tutti questi amidi prelibati, gli atleti più golosi devono dimostrare una grande forza di volontà.

Jason Brown, 31 anni, pattinatore artistico statunitense, ama talmente la cucina italiana che l’estate scorsa prima di andare in Grecia con la sua famiglia ha portato tutti a Roma per un’intera giornata di abbuffate. Il suo itinerario includeva anche una tappa in un ristorante che prepara degli gnocchi al tartufo “buoni da morire”, afferma il pattinatore.

Brown dice che durante le gare sta attento alla dieta. Tra una gara e l’altra preferisce i frappè fatti in casa con un suo frullatore che mette sempre in valigia. Ma quando finiscono le gare, dice con una risata, “faccio un pieno di carboidrati esagerato!”. ◆ fdl

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Questo articolo è uscito sul numero 1652 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati