03 aprile 2020 12:29

Din Mohammad sta facendo tutto il possibile per mantenere in salute la sua famiglia e gli altri rifugiati rohingya nelle tre settimane di isolamento e blocco delle attività imposti dal governo indiano per contrastare il coronavirus. Nell’ultima settimana Mohammad, che ha 59 anni e vive con la moglie e i cinque figli nel campo profughi di Madanpur Khadar, a New Delhi, ha fatto il giro delle baracche per assicurarsi che le persone rispettino il distanziamento sociale e tengano pulite le loro misere abitazioni fatte di assi di legno e teli cerati.

Tuttavia sa che queste misure sono difficili da mettere in atto in campi profughi affollati come il loro, dove le persone vivono in condizioni soffocanti, senza accesso a servizi essenziali come i bagni e l’acqua pulita. “Siamo seduti su una polveriera”, dice. “Non ci metterà molto a esplodere”. Circa 40mila musulmani rohingya vivono in diversi campi profughi in India. Si trovano soli a combattere la pandemia da coronavirus, che temono diventi per loro una catastrofe umanitaria.

Il 24 marzo il primo ministro Narendra Modi ha annunciato un rigido lockdown, che riguarda 1,3 miliardi di indiani, per impedire la diffusione del virus. Ma la sua decisione ha subito avuto conseguenze tragiche perché ha costretto decine di migliaia di lavoratori irregolari a scappare a piedi dalle città. Alcuni sono morti.

Il timore di un’epidemia nei campi
Circa cento chilometri a sud della capitale, quattrocento famiglie rohingya vivono in un campo profughi della provincia di Nuh, nello stato di Haryana. Per loro il sapone è un lusso, figurarsi l’acquisto di mascherine e prodotti igienizzanti.

Sono tutti preoccupati per il virus ma possono fare poco per proteggersi. Le loro baracche sono addossate le une alle altre, cosa che rende impossibile mantenere le distanze. In generale l’igiene è scarsa, i bagni sono sporchi e l’accesso ai servizi sanitari è limitato. Jaffar Ullah, un insegnante d’informatica di 29 anni, vive in una delle baracche. Alcuni giorni fa ha finito la sua ultima saponetta. Non gli è rimasto niente per lavarsi le mani.

“In questa baraccopoli poche famiglie hanno il sapone, ma la maggior parte non può permettersi di comprarlo”, spiega. Le autorità hanno inviato degli addetti a irrorare di disinfettante i quartieri residenziali, ma non le baraccopoli. Negli ultimi giorni secondo Jaffar Ullah sono aumentati i casi di febbre tra gli abitanti dello slum. “Non so se si tratti di coronavirus o no”, osserva, “ma le persone sono terrorizzate. Non possono andare in ospedale perché gli ambulatori sono chiusi. Nessuno dall’amministrazione locale è venuto a controllare”.

I prossimi giorni saranno critici per la comunità rohingya, perché molte famiglie presto esauriranno le loro scorte di cereali

Molti ospedali hanno sospeso le attività ambulatoriali il 25 marzo. La Rohingya human rights initiative (Rohringya), un’organizzazione non profit con sede a New Delhi, ha intervistato 334 persone che vivono nel campo di Madanpur Khadar, e ha riscontrato che 37 mostravano sintomi simili a quelli del nuovo coronavirus, tra cui febbre, tosse e secrezioni nasali.

“Esiste un rischio serio che il nuovo coronavirus si diffonda nelle baraccopoli dei profughi rohingya”, ha dichiarato Sabber Kyaw Min, di Rohringya. “Il governo indiano sta proteggendo i suoi cittadini, mentre le organizzazioni internazionali come l’Unhcr si sono voltate dall’altra parte. Siamo stati lasciati soli a combattere la pandemia”.

Ridotti alla fame
L’ufficio dell’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, a New Delhi nega di aver tardato a rispondere e dichiara di monitorare la situazione coordinandosi con le associazioni locali. “Ci stiamo lavorando molto. Nelle ultime settimane abbiamo organizzato diversi progetti di sensibilizzazione sul Covid-19 nelle baraccopoli”, ha detto Kiri Atri, responsabile delle relazioni esterne dell’Unhcr. “Da oggi cominceremo a distribuire kit per l’igiene personale contenenti delle saponette, mentre le mascherine saranno fornite sulla base di una valutazione caso per caso”.

Badar Alam, del campo profughi di Nuh, lavorava a giornata in un cantiere, ma a causa delle nuove misure per contrastare l’epidemia ha dovuto smettere. L’uomo, 31 anni, sostiene che la sua famiglia, composta da sua moglie e tre bambini, non mangia un pasto come si deve da una settimana. Ad Alam restano due chili di riso, 250 grammi di lenticchie e 250 rupie in tasca (l’equivalente di 3 dollari), e nessuna prospettiva di lavorare per almeno altre due settimane. “Cosa darò da mangiare ai miei figli? Pietre?”, chiede.

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Anche le quasi 1.200 famiglie rohingya che vivono nello stato di Jammu e Kashmir e dipendono per il loro sostentamento dalla raccolta delle noci, sono ormai a corto di cereali. I profughi sostengono che è questione di giorni prima che siano costretti ad andare a dormire a stomaco vuoto.

Hafiz Mubashar, 27 anni, gestisce una scuola religiosa islamica per bambini rohingya nella zona di Bathindi, nella città di Jammu, che provvede anche a vitto e alloggio per gli alunni. Una settimana fa ha interrotto le lezioni. Ma da tre giorni riceve chiamate da studenti che chiedono aiuto per rimediare riso e farina. “Il lockdown ha peggiorato la penuria alimentare”, dice Mubashar. “Molti di noi già patiscono la fame, altri consumano un solo pasto al giorno o sono stati costretti a ridurre le porzioni”.

Mubashar ritiene che i prossimi giorni saranno critici per la comunità rohingya, perché molte famiglie presto esauriranno le loro scorte di cereali. “Stiamo combattendo contemporaneamente contro la fame e il coronavirus”, dice. “Ma credo che la fame ci ucciderà prima”.

(Traduzione di Francesco De Lellis)

Questo articolo è uscito su Al Jazeera.