Le notizie false hanno sempre la meglio su quelle vere

18 marzo 2018 09:40

“La falsità spicca il volo e la verità la segue zoppicando”, ha scritto l’irlandese Jonathan Swift. Tre secoli fa questa affermazione era un’iperbole, oggi invece descrive bene i social media, stando ai risultati di una ambiziosa ricerca pubblicata dalla rivista scientifica Science.

Lo studio ha preso in esame le notizie importanti più discusse, in lingua inglese, da quando esiste Twitter – 126mila notizie, condivise da tre milioni di utenti in più di dieci anni – e ha scoperto che la verità non può competere con le bufale e le falsità. Su Twitter le notizie false hanno sempre la meglio sulla verità, raggiungono più persone, penetrano più in profondità nei social network e si diffondono molto più rapidamente delle notizie vere.

“È evidente che le informazioni false se la cavano meglio di quelle vere”, afferma Soroush Vosoughi, analista di dati presso l’Mit che studia le notizie false dal 2013 e ha condotto la ricerca. “E la colpa non è solo dei bot. Potrebbe avere qualcosa a che fare con la natura umana”.

Le notizie false che funzionano meglio in assoluto sono quelle che riguardano la politica

La ricerca ha messo in allarme gli esperti di scienze sociali. “Dobbiamo ridisegnare l’ecosistema delle informazioni”, ha scritto un gruppo di politologi e giuristi in un saggio pubblicato sempre su Science, in cui chiedono una maggiore ricerca interdisciplinare “per ridurre la diffusione delle notizie false e affrontare le disfunzioni che hanno messo in luce”.

“Come possiamo creare un ecosistema delle notizie che valorizzi e promuova la verità?”, si chiedono. I risultati dello studio suggeriscono che non sarà facile. Sebbene Vosoughi e i suoi colleghi si concentrino solo su Twitter (la ricerca è stata condotta sui dati che l’azienda ha concesso all’Mit), il loro lavoro ha delle conseguenze anche su Facebook, YouTube e i social network più importanti. Tutte le piattaforme che amplificano i contenuti provocatori rischiano di fare da cassa di risonanza alle notizie false.

Anche se la ricerca usa il linguaggio tecnico della statistica, mette in discussione l’accuratezza delle informazioni diffuse su queste piattaforme. Una storia falsa, hanno scoperto gli autori, ha molte più probabilità di diventare virale rispetto a una vera. In media, una storia falsa raggiunge 1.500 persone sei volte più velocemente rispetto a una vera. E sebbene le storie false se la cavino meglio rispetto a quelle vere in tutti gli ambiti – economia, terrorismo e guerra, scienza e tecnologia, intrattenimento – quelle che funzionano meglio in assoluto sono le notizie false che riguardano la politica.

Gli utenti di Twitter sembrano quasi “preferire” la condivisione di bugie. Perfino quando i ricercatori hanno studiato attentamente gli account che hanno condiviso l’informazione – per esempio se una persona ha molti follower o se l’account è verificato – le bugie hanno il 70 per cento di possibilità in più di essere ritwittate rispetto alle notizie vere.

pubblicità

E la colpa di questo problema non è dei nostri confratelli robot. Come ha evidenziato la ricerca, dal 2006 al 2016 i bot su Twitter hanno amplificato le storie vere tanto quanto quelle false, che però prosperano perché, scrivono i ricercatori, “è più probabile che a diffonderle siano le persone, non i robot”.

Gli esperti di scienze sociali e gli studiosi di social media hanno lodato la ricerca, perché offre la prospettiva più ampia e rigorosa pubblicata finora su questo tema, anche se alcuni, come vedremo più avanti, hanno messo in discussione le conclusioni sui bot e la definizione di notizia.

“È una ricerca interessante e straordinaria, e i risultati sembrano solidi, coerenti e fondati”, ha scritto in un’email Rasmus Kleis Nielse, professore di comunicazione politica all’università di Oxford.

“Penso che sia un lavoro importante”, mi ha detto Brendan Nyan, docente di scienze politiche al Dartmouth college. “Abbiamo bisogno di queste ricerche eccellenti”.

“Non c’è alcun motivo per dubitare dei risultati della ricerca”, ha scritto in un’email Rebekah Tromble, docente di scienze politiche all’università di Leida, nei Paesi Bassi.

Perché questa ricerca è diversa dalle altre? In passato altri ricercatori hanno affrontato il problema delle bugie che si diffondono online. Spesso si sono concentrati sulle dicerie intorno a un determinato argomento, come le congetture che hanno preceduto la scoperta del bosone di Higgs nel 2012 o le voci che si sono diffuse dopo il terremoto del 2010 ad Haiti.

Ma questo nuovo studio si basa su una scala temporale più ampia e prende in esame praticamente l’intera esistenza di Twitter: ogni notizia controversa che è stata condivisa dal settembre 2006 al dicembre 2016. Ma per farlo Vosoughi e i suoi colleghi hanno dovuto rispondere prima di tutto a una domanda: cos’è la verità? E come possiamo riconoscerla?

Questa è una domanda di vitale importanza. “Le notizie false sono diventate un problema politico scottante e anche una questione culturale, ma noi ci siamo attivati per le conseguenze personali degli eventi che hanno colpito Boston cinque anni fa”, ha spiegato Deb Roy, che studia i mezzi di comunicazione all’Mit ed è uno degli autori di questa nuova ricerca.

Il 15 aprile 2013 due bombe sono esplose nei pressi del percorso della maratona di Boston, uccidendo tre persone e ferendone centinaia. Quasi immediatamente su Twitter e su altri social network si sono diffuse le più folli teorie del complotto sugli attentati. La confusione si è aggravata il 19 aprile, quando il governatore del Massachusetts ha chiesto a milioni di persone di restare a casa mentre la polizia era impegnata in una gigantesca caccia all’uomo.

“Sono rimasto chiuso a casa per due giorni con mia moglie e i miei figli, e Soroush è rimasto chiuso a Cambridge”, mi ha raccontato Roy. In quella situazione, Twitter è diventato un mezzo di comunicazione vitale con il mondo esterno. Usando questo social, “abbiamo sentito tante cose che non erano vere, e molte cose che alla fine si sono rivelate vere”.

Alla fine l’emergenza si è conclusa. Quando però i due si sono ritrovati al campus, Vosoughi – che all’epoca era un dottorando e si occupava di social media – ha pensato che fosse sciocco studiare qualsiasi altra cosa che non fosse ciò che era appena accaduto. Roy, che era il suo tutor, ha approvato il progetto.

Vosoughi ha realizzato una macchina della verità, un algoritmo capace di scorrere centinaia di tweet ed estrarre i fatti che con più probabilità sono veri. L’algoritmo si concentrava su tre aspetti di ogni tweet: le caratteristiche del suo autore (erano verificate?), il tipo di linguaggio usato (era raffinato?) e il modo in cui un tweet si propagava in rete. “Il modello sviluppato da Soroush riusciva ad anticipare l’accuratezza con un’alta probabilità di successo”, ha detto Roy. Nel 2015 ha concluso il suo dottorato.

Perché la falsità se la cava tanto bene? L’Mit ha elaborato due ipotesi

In seguito, insieme a Sinan Aral, professore di management all’Mit, hanno cominciato a studiare il modo in cui, in generale, le bugie si propagano su Twitter. Oltre a chiedersi cosa sia la verità, hanno dovuto affrontare anche l’altra domanda, più pertinente: come fa il computer a sapere cos’è la verità?

Hanno scelto di rivolgersi a un arbritro: i siti indipendenti di fact checking. Dopo aver scandagliato e analizzato sei diversi siti di fact checking – tra cui Snopes, Politifact e FactCheck.org – hanno generato una lista di decine di migliaia di voci in rete che si sono diffuse su Twitter tra il 2006 e il 2016. Poi hanno passato al setaccio Twitter alla ricerca di queste voci usando Gnip, un motore di ricerca di proprietà di Twitter.

Alla fine hanno scoperto 126mila tweet che, tutti insieme, erano stati ritwittati più di 4,5 milioni di volte. Alcuni avevano un link a storie false. Altri contenevano qualcosa di falso nel testo o in un’immagine allegata. Altri ancora contenevano informazioni vere o link ad altri siti in cui trovarle. Poi hanno condotto una serie di analisi, comparando la popolarità delle voci false con quella delle notizie reali. Quello che hanno scoperto li ha lasciati senza parole.

Ecco un esempio: ci sono molti modi in cui un tweet può farcela a essere ritwittato diecimila volte, spiega Vosoughi. Se un personaggio famoso manda il tweet A e ha un paio di milioni di follower, forse diecimila persone vedranno il tweet A nella loro timeline e decideranno di ritwittarlo. Il tweet A è l’innesco che dà origine a una diffusione ampia ma di respiro corto.

Nel frattempo, qualcuno che non ha molti follower manda il tweet B. Raggiunge i suoi venti follower, ma una di queste persone lo vede e lo ritwitta, e poi uno dei follower di quest’ultima persona lo vede e lo ritwitta a sua volta, e così via finché decine di migliaia di persone hanno visto e condiviso il tweet B.

pubblicità

Il tweet A e il tweet B hanno un pubblico delle stesse dimensioni, ma il tweet B ha più “profondità”, per usare la terminologia di Vosoughi: ha incatenato tra loro i retweet diventando virale in un modo impossibile per il tweet A. “Magari il tweet A ha ottenuto mille retweet, ma ha una forma molto diversa”, ha detto.

Ed eccoci giunti al punto: le notizie false dominano in base a entrambi i parametri. Raggiungono regolarmente un pubblico più ampio ed entrano più in profondità nei social network rispetto alle notizie vere. Gli autori della ricerca hanno scoperto che le notizie vere non sono riuscite a ottenere più di dieci retweet. Le notizie false erano in grado di creare una lunga catena di retweet, e di farlo con una velocità dieci volte superiore rispetto a quella impiegata da una notizia vera per mettere insieme i suoi miseri dieci retweet.

Come si traduce tutto questo nella vita reale? Prendiamo due esempi delle ultime elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Ad agosto 2015 su internet è circolata una diceria in base alla quale Donald Trump avrebbe permesso a un bambino malato di usare il suo aereo per poter avere un trattamento medico urgente. Snopes ha confermato la veridicità di quasi ogni aspetto della storia. Tuttavia, secondo le stime della squadra di ricerca, solo 1.300 persone hanno condiviso o ritwittato la storia.

A febbraio 2016 si è diffusa la diceria che il cugino più anziano di Trump fosse morto da poco e che nel suo necrologio avrebbe contestato la candidatura alla presidenza del magnate. A quanto si diceva, il necrologio recitava così: “Da orgoglioso portatore del nome dei Trump, vi prego non permettete a quel sacco di muco ambulante di diventare presidente”. Snopes però non è stato in grado di trovare prove né dell’esistenza del cugino né del suo necrologio, così ha catalogato la notizia come falsa.

Eppure, circa 38mila utenti di Twitter l’hanno condivisa, e questo ha generato una catena di retweet tre volte più lunga di quella che era riuscita a generare la notizia del bambino malato.

Anche una notizia falsa secondo cui il pugile Floyd Mayweather aveva indossato un turbante musulmano a un comizio di Trump ha raggiunto un pubblico dieci volte più numeroso rispetto a quello raggiunto dalla notizia del bambino malato.

Perché la falsità se la cava tanto bene? L’Mit ha elaborato due ipotesi. In base alla prima, le notizie false sembrano più originali di quelle vere. La squadra di ricercatori ha scoperto che le falsità sono spesso molto diverse da tutti i tweet apparsi nella timeline di un utente nei sessanta giorni precedenti.

La seconda ipotesi prende in considerazione la possibilità che le notizie false provochino un’emozione maggiore rispetto alla media dei tweet. I ricercatori hanno creato un database delle parole che gli utenti di Twitter hanno usato per rispondere ai 126mila tweet contestati, e poi lo hanno analizzato con uno strumento di analisi. Hanno scoperto che i tweet falsi suscitano parole associate alla sorpresa e al disgusto, mentre i tweet di notizie vere richiamano parole collegate alla tristezza e alla fiducia.

I ricercatori volevano rispondere a un’altra domanda: i bot su Twitter contribuiscono a diffondere la disinformazione? Dopo aver usato due diversi algoritmi per individuare i bot sullo stesso campione di tre milioni di utenti Twitter, hanno scoperto che i bot automatici diffondevano le notizie false, ma le ritwittavano allo stesso ritmo delle informazioni accurate.

“La differenza con cui le notizie vere e quelle false si diffondono su Twitter non può essere spiegata dalla presenza dei bot”, mi ha detto Aral. Alcuni politologi però hanno avvertito che questo argomento non dovrebbe essere usato per confutare il ruolo che i bot russi hanno avuto di recente nella diffusione di notizie false. Secondo quanto riferito dal New York Times, un “esercito” di bot in qualche modo collegati alla Russia ha contribuito ad amplificare la discussione sulla sparatoria in una scuola di Parkland, Florida.

“Potrebbe darsi che 1) nell’intero dataset di dieci anni i bot non prediligano la propaganda falsa e 2) che di recente siano state usate in modo strategico delle botnet per ampliare la portata di false affermazioni di propaganda”, ha scritto in un’email Dave Karpf, studioso di scienze politiche alla George Washington university. “Il mio timore è che il saggio sarà impugnato come ‘prova scientifica del fatto che i bot non sono poi così rilevanti’. E in realtà è questo ciò che emerge da questo studio, se prendiamo in considerazione tutta la vita di Twitter. Il dibattito sui bot, però, parte dal presupposto che il loro uso recentemente abbia avuto un’impennata perché qualcuno ha investito in modo strategico in questo senso. Lo studio non smentisce questa affermazione”, dice.

Vosoughi concorda sul fatto che la sua ricerca non stabilisce se l’uso delle botnet è cambiato durante il periodo delle elezioni del 2016. “Non abbiamo studiato il cambiamento del ruolo dei bot nel tempo”, mi ha detto in un’email. “È un tema importante al quale probabilmente dedicheremo altre ricerche in futuro”.

I contenuti che suscitano emozioni forti arrivano più lontano, più in fretta, più in profondità e con maggiore ampiezza su Twitter

Alcuni studiosi hanno inoltre messo in discussione la definizione di “notizia” proposta dalla ricerca. Continuando a fare riferimento ai siti di fact checking, la ricerca mette insieme un’ampia gamma di informazioni false: bugie, leggende urbane, bufale, parodie, falsità e “fake news”. Non prende in considerazione solo le notizie false – articoli o video che sembrano notizie con un lavoro giornalistico dietro – ma anche quelle completamente inventate.

Di conseguenza la ricerca potrebbe avere delle lacune nel numero delle “notizie non contestate”, cioè notizie accurate comunemente ritenute vere. Per molti anni il post più condiviso nella storia di Twitter è stato quello che celebrava la rielezione di Obama alla presidenza. Poiché però la sua vittoria non era un fatto molto contestato, Snopes e altri siti di verifica non l’hanno mai confermato.

La ricerca inoltre elimina la differenza tra contenuto e notizia. “La ricerca suggerisce che per una maggioranza di utenti le notizie sono qualcosa di diverso da un contenuto più generico”, ha scritto in un’email Nielsen, il professore di Oxford. “Dire che i contenuti non veri, comprese le dicerie, si diffondono più velocemente delle affermazioni vere su Twitter è diverso dal dire che le notizie false e le notizie vere si diffondono a un ritmo differente”.

Molti ricercatori però mi hanno detto che il semplice fatto di comprendere perché le bugie si diffondano così tanto e così velocemente è importante come il sapere che questo accade.

“Il succo di è che i contenuti che suscitano emozioni forti arrivano più lontano, più in fretta, più in profondità e con maggiore ampiezza su Twitter”, ha scritto in un’email Tromble, docente di scienze politiche. “Questa scoperta è coerente con le ricerche in una serie di settori diversi, tra cui la psicologia e gli studi sulla comunicazione. Ed è anche piuttosto intuitiva”.

“Le informazioni false online sono spesso molto originali e di frequente negative”, ha spiegato Brendan Nyhan, professore al Dartmouth college. “In generale sono due caratteristiche dell’informazione che catturano la nostra attenzione in quanto esseri umani e ci spingono a condividere quell’informazione con gli altri”.

Nyhan ha elogiato Twitter per aver messo i dati a disposizione dei ricercatori e ha fatto appello alle altre più importanti piattaforme, come Facebook, affinché facciano lo stesso. “Abbiamo tanto da imparare, ma siamo molto limitati nei nostri studi senza la collaborazione delle piattaforme”, ha detto. “Queste aziende esercitano un potere e un’influenza enormi sulle notizie a cui le persone hanno accesso. La quantità di potere che queste piattaforme detengono significa che devono affrontare un livello molto più alto di esame e di trasparenza. Possiamo studiare Twitter tutto il giorno, ma solo il 12 per cento degli americani lo usa. È importante per giornalisti e ricercatori, ma non è da lì che la maggior parte delle persone si informa”.

In un comunicato Twitter ha dichiarato che sperava di ampliare la collaborazione con esperti esterni. In una serie di tweet Jack Dorsey, amministratore delegato di Twitter, ha dichiarato che l’azienda spera di “migliorare il benessere collettivo, l’apertura e la civiltà nella conversazione pubblica”. Facebook ha declinato una richiesta di commento.

Secondo Tromble, però, con ogni probabilità le conclusioni della ricerca sono valide anche per Facebook. “All’inizio di quest’anno Facebook ha annunciato che avrebbe ristrutturato il suo news feed per privilegiare le ‘interazioni significative’”, mi ha detto. “Era evidente che avrebbero valutato le ‘interazioni significative’ in base al numero di commenti e risposte ai commenti ricevuti da un post. Come dimostra questa ricerca, però, questo non fa che incentivare la creazione di post pieni di disinformazione e di altri contenuti che presumibilmente otterranno forti reazioni emotive”, ha aggiunto.

Quando hanno cominciato la loro ricerca, i ricercatori dell’Mit si aspettavano che gli utenti che condividevano più di altri le fake news sarebbero state persone amate dal pubblico. Immaginavano di trovare un gruppo di persone che usano ossessivamente Twitter, accumulando più fan e follower rispetto ai loro colleghi più ligi ai fatti.

In realtà i ricercatori hanno scoperto che è vero il contrario. Gli utenti che condividono informazioni accurate hanno più follower e twittano di più rispetto a chi condivide le notizie false. Questi utenti fedeli ai fatti inoltre usano Twitter da più tempo ed è più probabile che siano utenti verificati. In breve, gli utenti più affidabili possono amplificare ogni evidente vantaggio strutturale offerto da Twitter agli utenti migliori, dal punto di vista sia dell’azienda sia della sua comunità.

Detta in altri termini, la verità ha un vantaggio iniziale, ma le inesattezze in un modo o nell’altro vincono la corsa. Queste conclusioni dovrebbero demoralizzare qualsiasi utente si rivolga ai social media per trovare o distribuire informazioni corrette. Suggeriscono che, a prescindere dall’abilità con cui le persone pensano di usare Twitter, a prescindere dalla meticolosità con cui curano il loro news feed o seguono fonti attendibili, nella foga del momento possano comunque essere sbaragliati dalle falsità.

A me, che uso Twitter dal 2007 e ho cominciato a fare giornalismo grazie a questo social network, questa ricerca suggerisce che le piattaforme dei social media non incoraggiano il genere di comportamento che rende stabile un governo democratico. Su piattaforme in cui ciascun utente è al tempo stesso lettore, scrittore ed editore, le falsità sono troppo seducenti per non avere successo: il brivido dell’originalità è troppo accattivante, lo stimolo del disgusto impossibile da trascurare.

Dopo una giornata lunga e pesante, perfino l’utente più compassato può ritrovarsi ad andare dietro la falsità più vantaggiosa dal punto di vista politico. Nel mezzo di una tesa stagione elettorale, perfino l’utente più attento al bene pubblico potrebbe sovvertire i suoi interessi superiori per spuntarla in una controversia.

Non si capisce quali eventuali interventi potrebbero ribaltare questa tendenza a favore della falsità. “Non ne sappiamo abbastanza per dire cosa funziona e cosa non funziona”, mi ha detto Aral. Esistono per esempio poche prove del fatto che le persone cambino opinione perché leggono su un sito di fact checking una confutazione di una loro convinzione. Nemmeno segnalare le fake news come tali, su un social network o su un motore di ricerca, potrebbe fare un gran che per scoraggiarle.

In breve, i social media sembrano amplificare in modo sistematico la falsità a discapito della verità, e nessuno – esperti, politici o aziende tecnologiche – sa come cambiare questa tendenza. È un momento pericoloso per qualsiasi sistema di governo fondato su una realtà pubblica condivisa.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è stato pubblicato da The Atlantic. Leggi la versione originale.
© 2018. Tutti i diritti riservati. Distribuito da Tribune Content Agency.

Sullo stesso argomento:

L’amara verità sulle notizie false
Se abbiamo a disposizione sempre più informazioni sbagliate prenderemo sempre più spesso decisioni sbagliate e inappropriate, scrive Annamaria Testa.

Abbonati per ricevere Internazionale
ogni settimana a casa tua.

Abbonati
pubblicità

Articolo successivo

L’amore secondo Isabelle e gli altri film del weekend
Piero Zardo