L’altro muro di Roger Waters

18 marzo 2013 18:14

“Eravamo al pub a guardare Galles-Inghilterra!”. Non c’è solo l’impegno politico nella vita di Roger Waters, ma sicuramente dal 2006 – l’anno in cui cancellò un concerto a Tel Aviv rispondendo all’[appello][1] di varie ong palestinesi – la causa palestinese gli sta a cuore. Così il 16 marzo, dopo una pausa sportiva in un bar di Bruxelles, ha raggiunto gli altri membri della giuria del [Tribunale Russell sulla Palestina][2] (Russell Tribunal on Palestine - RToP) per l’inaugurazione della sessione finale.

Ispirato al Tribunale internazionale sui crimini di guerra commessi in Vietnam, creato da Bertrand Russell e Jean-Paul Sartre nel 1966, l’RToP è nato nel 2009. Per quattro anni ha indagato sulla responsabilità di stati terzi e organizzazioni internazionali nei crimini commessi da Israele contro il popolo palestinese. Testimoni ed esperti sono intervenuti nel corso delle [sessioni][3] organizzate a Londra, Barcellona, Città del Capo e New York. Questo weekend, a Bruxelles, la giuria ha presentato le sue [conclusioni][4], giuridicamente fondate anche se non vincolanti. Per dirla con Waters, “il tribunale ha permesso di collegare il diritto internazionale alle vittime”, dimostrando che Israele viola una lunga serie di norme internazionali, anche grazie alla complicità di stati, aziende e organizzazioni.

“Chi critica le conclusioni del tribunale senza essere andato in Palestina, senza aver parlato con i palestinesi e aver visto come vivono, esprime solo pregiudizi”, avverte Waters. “Io esprimo un’opinione basata su un’esperienza, un’esperienza arrivata tardi, nel 2006, quando quelli della campagna [Boycott, divestment and sanctions][5] mi hanno chiesto di riconsiderare l’idea di suonare a Tel Aviv. Essendo una persona ragionevolmente aperta e intelligente ho accettato”, aggiunge ridendo.

Cosa possiamo aspettarci dalla pubblicazione delle conclusioni del Tribunale Russell?

“Spero riescano ad abbattere il muro che separa da un lato le persone impegnate, persone capaci di riunirsi e di riflettere su questi temi (io per esempio non sono molto portato per le riunioni, ma ho imparato dagli altri membri della giuria), e dall’altro i grandi mezzi d’informazione, che pensano soprattutto a vendere dentifrici…”.

O a raccontare l’elezione del papa…

“Roba da pazzi, vero? Secondo me il cattolicesimo, come tutte le religioni, non dovrebbe proprio interessare ai mezzi d’informazione, ma è anche vero che sono un ateo convinto… Comunque, per quanto mi riguarda ho deciso di approfittare di questa sessione finale per scrivere una lettera aperta ai miei colleghi musicisti, chiedendo loro di prendere posizione sulla questione israelo-palestinese. Molti di loro, soprattutto negli Stati Uniti, hanno paura che schierandosi metterebbero in pericolo la loro carriera, o addirittura la loro vita! La verità è che vivono in un mondo neutro, asettico e al tempo stesso terrificante, in cui vagano come sonnambuli senza rendersi conto di quello che accade intorno a loro. Ecco perché hanno queste reazioni da matti”.

Quando uscirà la lettera?

“Appena il resto della giuria l’avrà approvata. In privato ho già scritto a vari colleghi negli Stati Uniti, senza molto successo…”.

**Il boicottaggio culturale di Israele però sta dando i suoi frutti, come dimostra la sintesi sul 2012 pubblicata dalla [Palestinian campaign for the academic & cultural boycott of Israel][6]. E i giovani che denunciano i crimini commessi da Israele sono sempre più numerosi, in Palestina, in Israele e nel resto del mondo. **

“Sì, è vero, e questo è molto incoraggiante. C’è una nuova generazione che ha capito che il concetto di ‘noi e loro’ è sbagliato, e che siamo quello che siamo per un semplice caso della vita e della geografia. Ogni volta che vengo a conoscenza di un’iniziativa – un college o un’università statunitense che aderisce al boicottaggio, per esempio – scrivo a quei giovani: ‘La classe del ‘68 vi rende onore!’”.

Il giorno dopo, leggendo la prima raccomandazione dell’RToP– “Il Tribunale Russell incoraggia il maggior numero possibile di persone ad andare in Palestina e a vedere con i propri occhi come vivono i palestinesi” – mi è tornato in mente il teaser di [Movi(e)ng to Gaza][7], un progetto collettivo che racconta la vita quotidiana a Gaza. A Roger Waters, Angela Davis e agli altri giurati del Tribunale Russell piacerebbe senz’altro.


Francesca Spinelli è giornalista e traduttrice. Vive a Bruxelles e collabora con Internazionale. Su Twitter: @ettaspin

Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.
pubblicità

Articolo successivo

La macchina del consenso di Erdoğan
Annalisa Camilli
Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.