08 agosto 2016 14:00

Negli ultimi cinque mesi, in Honduras sono state assassinate due esponenti di spicco di un’organizzazione contadina, Berta Cáceres e Lesbia Janeth Urquía, per il loro impegno in difesa del territorio e contro l’inquinamento, di cui sarebbero responsabili aziende finanziate da governi e organismi multilaterali.

A luglio, in Paraguay, undici contadini sono stati condannati a pene che variano dai quattro ai 30 anni di carcere per l’omicidio, nel 2012, di sei poliziotti durante l’occupazione delle terre di un latifondista a Curuguaty – episodio che aveva poi provocato la destituzione dell’allora presidente, ed ex vescovo progressista, Fernando Lugo. Un alto commissario delle Nazioni Unite ha criticato il mancato rispetto delle garanzie processuali dei condannati. Resta impunita, inoltre, la morte di altri undici contadini uccisi da agenti di polizia nel massacro di Curuguaty.

Nonostante il crollo dei prezzi delle materie prime i paesi sudamericani continuano a scommettere su queste risorse

“La lotta per la terra si sta inasprendo in tutta l’America Latina, e con violenza”, commenta Diego Montón, responsabile della segreteria operativa della Coordinadora latinoamericana de organizaciones del campo (Coordinamento latinoamericano delle organizzazioni contadine, Cloc). “Nel contesto della crisi economica della regione e dell’offensiva neoliberista in paesi come Brasile, Argentina e Paraguay, una delle tipiche risposte dell’America Latina è la spinta a investire in terra e risorse naturali, ma si tratta di una politica che colpisce direttamente le terre dei contadini e i territori indigeni”, prosegue Montón.

Nonostante il crollo dei prezzi delle materie prime rispetto agli anni di prosperità (2002-2014), per sopravvivere i paesi sudamericani continuano a scommettere su queste risorse: in una congiuntura economica in cui scarseggiano i fondi per incentivarla, infatti, una riconversione all’industria dell’export – o servizi annessi – si dimostra lenta e difficile.

Il fondo del barile

All’inizio di questo secolo, terre che prima risultavano poco appetibili e dunque restavano in mano a contadini poveri hanno cominciato a essere ricercate dall’industria mineraria e petrolifera e da grandi e medi coltivatori di cereali transgenici a fini di esportazione. La battaglia è cominciata perché in molti casi gli occupanti delle terre contese non avevano alcun titolo di proprietà, oppure perché il loro ambiente era minacciato dagli impianti di questi nuovi vicini, le industrie estrattive, che hanno fruttato in questi anni tante entrate tributarie (e valuta estera) a governi latinoamericani di ogni colore politico.

Ora, però, lo scontro non avviene più in un contesto di abbondanza, bensì di crisi. Non ci si scontra per accaparrarsi il barile pieno, ma per raschiare ciò che resta dal fondo del barile.

Il Brasile è il paese dove, nel 2015, è stato ucciso il maggior numero di ambientalisti

A ottobre la Cloc ha intenzione di rendere noti i risultati di una prima ricerca sui conflitti per la terra attualmente in corso in America Latina. Il 24 luglio, in tutto il Brasile è cominciata una serie di proteste e occupazioni. Lo storico Movimento sem terra (Movimento senza terra, Mst) assicura che circa 90mila famiglie sono accampate su terreni di latifondisti e sul ciglio delle strade per chiedere l’applicazione della tanto attesa riforma agraria, che i governi di Luiz Inácio Lula da Silva (2003-2011) e Dilma Rousseff (2011-2016) avevano lentamente avviato, ma che si è interrotta con la presidenza ad interim di Michel Temer. Il Mst denuncia inoltre l’arresto di due suoi militanti.

Il Brasile è il paese in cui, nel 2015, è stato ucciso il maggior numero di ambientalisti: secondo la ong Global witness, circa cinquanta. In questa triste classifica la Colombia si attesta al terzo posto, con 26 omicidi, seguita da Perù e Nicaragua, con dodici omicidi ciascuno. In tutto il mondo, l’anno scorso, sono stati assassinati 185 ambientalisti, sessantanove in più rispetto al 2014. Molti di loro erano indigeni.

Conflitti in corso

In Messico, dove lo zapatismo è ancora saldamente al governo in alcuni comuni dello stato del Chiapas, un quinto del territorio nazionale è dato in concessione a imprese di estrazione mineraria, in particolare d’oro e argento. Con circa 37 conflitti in corso, il Messico è uno dei tre paesi in cima alla ricerca dell’Osservatorio dei conflitti minerari in America Latina (Ocmal), appena dietro il Perù (trentotto) e prima del Cile (trentasei). In Argentina ce ne sono ventisei, in Brasile venti e in Colombia tredici.

In Argentina, il governo di Mauricio Macri ha da poco modificato per decreto la legge che prevedeva un limite alla proprietà di terra in mano a soggetti stranieri. Macri, inoltre, sta tentando di aprire più di quaranta nuove miniere in tutto il paese. A luglio, gli abitanti di Jáchal (1.088 chilometri a ovest di Buenos Aires) sono arrivati nella capitale argentina per chiedere l’applicazione della legge a tutela dei ghiacciai dopo che l’anno scorso la miniera di Veladero, nella cordigliera delle Ande – il più grosso giacimento aureo dell’Argentina, oltre che uno dei più grandi del mondo – aveva provocato lo sversamento di 1,1 milioni di litri di cianuro nei fiumi della zona.

È recente, poi, la notizia dell’ennesimo blocco stradale nella provincia di La Rioja per impedire lo sfruttamento minerario della Sierra de Famatina.

La congiuntura di crisi e disuguaglianza

Ma a provocare conflitti non è solo l’industria mineraria. In Patagonia, nel 2015, una comunità di indigeni mapuche aveva occupato alcune terre di cui rivendica la proprietà e sulle quali il gruppo Benetton gestisce un allevamento ovino. A maggio di quest’anno, come ha denunciato il Centro di studi legali e sociali (Cels), la polizia ha sgomberato gli occupanti nel corso di una violenta retata che non ha risparmiato percosse a donne e bambini. Uno degli otto mapuche arrestati in quell’occasione non è ancora stato scarcerato.

In Colombia è stato avviato un processo di restituzione delle terre ai contadini che erano stati costretti ad abbandonarle a causa della guerra civile. Le vittime del conflitto armato, che dopo mezzo secolo sta finalmente per concludersi, sono state soprattutto indigeni e afroamericani. Nel corso di un recente incontro organizzato dallarete di giornalisti d’inchiesta latinoamericani Connectas, l’avvocata colombiana Angy Botero, che fa parte dell’associazione Dejusticia, ha sottolineato che il 50 per cento delle domande di restituzione delle terre è stato respinto dalle autorità del governo di Juan Manuel Santos. “È vero che alcune delle istanze accolte hanno avuto esito positivo e che, in quei casi, la terra è stata restituita”, ha ammesso Botero, ricordando però che “c’è ancora molto da fare” e che “occorre maggiore volontà politica”. Nel corso dello stesso incontro è stato inoltre osservato l’aumento del numero dei conflitti per la terra in Honduras e Nicaragua.

Un quarto della popolazione latinoamericana abita ancora nelle favelas

L’America Latina è la regione dove si registra la maggiore disuguaglianza al mondo non solo nella distribuzione del reddito ma anche in quella della terra. Secondo la ong Oxfam, in America Latina un miliardario guadagna 1.154 volte più di quanto percepisce una persona che appartiene al 20 per cento più povero della popolazione.

Il conflitto per la terra, tuttavia, non è un fenomeno circoscritto alle zone rurali, ma riguarda anche le città. Il Sudamerica è la regione più urbanizzata del pianeta: quasi l’80 per cento della popolazione abita in città. Anche se nel corso di questo secolo i numeri sono migliorati, un terzo dei latinoamericani continua a vivere in abitazioni precarie, mentre per una minoranza l’unica casa è ancora la strada. Un quarto della popolazione abita nelle favelas.

Ecco allora che i conflitti per la terra si innescano anche nelle città, soprattutto quando l’occupazione è fatta sono famiglie povere che all’improvviso se la ritrovano acquistata da qualche impresario edile oppure non riescono a ottenere né il titolo di proprietà né il miglioramento delle infrastrutture del quartiere dove vivono. In una congiuntura in cui l’economia latinoamericana è in contrazione mentre aumentano povertà e disuguaglianza, il conflitto è assicurato.

(Traduzione di Alberto Frigo)