24 agosto 2006 10:38

La bora soffia dalle cime delle Alpi Dinariche verso l’Adriatico, fredda e inesorabile. Sibila attraverso ogni crepa e fessura, attraverso i vestiti invernali ed estivi e attraverso i buchi nelle pareti di legno dell’affumicatoio dove si prepara il prsut, il prosciutto croato.

È questo a conferirgli quella caratteristica distintiva. Sebbene sia cugino del Serrano e del prosciutto italiano, è unico: la carne magra e un po’ piccante non aggredisce la lingua come i parenti italiani e spagnoli. È avvolto intorno a una capasanta su un vortice di polenta al tartufo nero dell’Istria, in un insieme di sapori potente e raffinato.

Siamo a Zagabria e siamo usciti a cena con i ragazzi che gestiscono la Dancing Bear, la nostra casa discografica croata. “Il personale è un po’ nervoso. Pensano che siate cantanti d’opera”, spiega Silvije. “È per via del nome: Franz Ferdinand”.

In questa bella città si respira un’evidente atmosfera austroungarica, una grazia e una grandiosità trascurate, come una top model che fa un salto al supermercato in tuta e canottiera dopo una serata impegnativa. Cerco di ringraziare il cameriere per i deliziosi ravioli di farina di semi di papavero ripieni di barbabietola: “Hvala”. Viene fuori più un “Hoovallurgh”. Tutti ridono. Il mio accento è pessimo. Ci riprovo. Niente. Non mi viene.

Siamo nel seminterrato con mattoni a vista e soffitto a volta del ristorante Sorriso, e in sottofondo c’è una specie di ballata anni ottanta cantata con solo le consonanti. Il cantante si chiama Massimo, e qui va fortissimo. Immaginate le percussioni rimbombanti e le tastiere smielate di I want to know what love is dei Foreigner o di Take my breath away dei Berlin sotto a versi che suonano come: “Szjckvcmpscljmj europsoj bajbji”.

Tra un piatto e l’altro tutti i croati si fumano una sigaretta nazionale Ronhill. Anche il vino è dell’Istria ed è molto buono, ma non interessante come il biska, una grappa di foglie di vischio servita in bicchieri a forma di cardo, a perfetta conclusione di un pasto grandioso.

Passeggiamo per la piazza principale, ancora piena di tram. Zoran ci indica la bellicosa statua equestre di Josip Jelacic, leader della resistenza croata nell’ottocento. “La sua spada punta sempre verso i nostri nemici. Puntava verso nord, verso l’Ungheria. Nel 1990 lo abbiamo spostato per farla puntare verso sud, verso la Serbia”. “Dove punterà la prossima volta?”, domando. “Non lo so”, ride Zoran. “Forse verso la Slovenia”.

Internazionale, numero 656, 24 agosto 2006