15 luglio 2010 00:00

H. è un attivista contro il muro di separazione nel villaggio di Ni’lin. Dopo il nostro incontro gli ho dato un passaggio: aveva appuntamento vicino a casa mia, in uno degli edifici costruiti negli anni novanta per i rimpatriati del processo di pace di Oslo. Ora alcune di queste costruzioni ospitano gli uffici del servizio d’intelligence palestinese (Mukhabarat). Uffici e celle.

H. era stato convocato per l’ennesimo interrogatorio. Ad A., un altro attivista di Ni’lin, era successo tre settimane prima: aveva passato una notte in una cella di 190 centimetri per 90. Murad Ameera, 35 anni, volontario della Mezzaluna rossa, è detenuto dal Mukhabarat da quattro settimane. Tutti e tre, insieme ad altri dodici abitanti dello stesso villaggio convocati di recente dal Mukhabarat, prima sono stati sostenitori di Hamas. Oggi sono noti per non amare Al Fatah né nessun’altra delle fazioni dell’Olp.

Ni’lin è l’unico villaggio dove i sostenitori di Hamas partecipano alla lotta pacifica contro il muro di separazione israeliano. Molti riconoscono apertamente gli errori tattici e morali di Hamas. È ovvio che non vengono convocati dalle forze di sicurezza palestinesi per reati contro la “sicurezza”. Altrimenti l’esercito israeliano li arresterebbe.

L’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) trattiene gli affiliati di Hamas in Cisgiordania per rappresaglia contro la detenzione dei militanti di Al Fatah nella Striscia di Gaza? L’Anp dice che non ci sono ragioni politiche. Vuole solo verificare le transazioni finanziarie sospette.

*Traduzione di Nazzareno Mataldi.

Internazionale, numero 855, 16 luglio 2010*