21 agosto 2020 11:22

Colpo di stato a Bamako. Il presidente democraticamente eletto Ibrahim Boubacar Keita (Ibk) costretto da una giunta di ufficiali ammutinati a pubbliche dimissioni. Esecutivo sciolto, presidente e diversi ministri arrestati. Gli insorti si presentano al paese in diretta tv promettendo elezioni e il mantenimento degli impegni internazionali. Festeggiamenti notturni e atti di vandalismo nella capitale. L’occidente, in blocco, condanna la sospensione dello stato di diritto e la minaccia alla democrazia maliana. Embargo, coprifuoco e frontiere chiuse fino a nuovo ordine.

Stando alla fredda cronaca, quanto successo in Mali nella caotica giornata di martedì 18 agosto potrebbe sembrare un dejà-vu, uno di quei passeggeri (e spesso violenti) cambi al vertice estivi a cui l’Africa occidentale, dalle indipendenze a oggi, ci ha tristemente abituati. Ma cercando di togliere i consueti occhiali eurocentrici e osservare più da vicino, ci si accorge di come la repentina caduta del governo maliano sia piuttosto il frutto del crescente malcontento di una parte della popolazione (soprattutto giovani dei centri urbani, ma non solo) stremata da una profonda crisi socioeconomica che dura dal 2012. Un conflitto sedimentato che, nonostante le apparenze, ci riguarda da vicino.

Otto anni fa, il 22 marzo 2012, un altro colpo di stato aveva turbato la calma apparente di Bamako, facendo cadere il “padre della rivoluzione democratica” Amadou Toumani Touré e portando alla ribalta Amadou Haya Sanogo, giovane e sconosciuto capitano poi velocemente dimenticato in prigione. Allora lo scossone provocato da un golpe maldestro guidato da un pungolo di sottufficiali improvvisati, portò allo stallo che permise ai jihadisti di Al Qaeda d’impadronirsi dei due terzi settentrionali del paese. Oggi, analogamente, è alto il rischio che i gruppi armati saheliani, più forti e meglio organizzati che nel 2012, possano in vari modi sfruttare l’instabilità del momento.

Anche se le modalità operative ricalcano quelle del 2012, però, le menti dietro al golpe del 18 agosto sono un generale e quattro colonnelli, ossia figure conosciute e rispettate dalla popolazione. La miccia che ha fatto esplodere l’ammutinamento al campo militare di Kati – il più grande del paese, a 15 chilometri da Bamako – è stata innescata, oltre che dai cronici ritardi nei pagamenti dei soldati, dall’improvvisa destituzione, ordinata da Keita, del capo della guardia presidenziale e di un comandante di Kati.

Il presidente, anziano, malato di tumore e colpito da diversi scandali di corruzione e nepotismo, negli ultimi mesi ha cercato di attutire l’onda d’urto della piazza che, incessantemente dal 5 giugno, invoca le sue dimissioni. Non è bastata a calmare il movimento M5-Rassemblement des forces patriotiques la riforma della corte costituzionale, che ha arbitrariamente assegnato una quarantina di seggi parlamentari al partito di governo dopo le contestate elezioni legislative di marzo-aprile. Non è bastata nemmeno la violenta repressione delle proteste dell’11 e 12 luglio, in cui le forze di sicurezza hanno sparato sui giovani manifestanti uccidendone 11 e ferendone oltre 170.

Fin dalle prime, concitate fasi del golpe del 18 agosto, Keita ha deciso invece di non opporre resistenza al colpo di mano militare, evitando scontri e spargimenti di sangue (da registrare dieci morti e qualche ferito per proiettili vaganti durante i festeggiamenti) e rifugiandosi nella villa di famiglia, nel quartiere di Sebenikoro.

Sorprende l’inusuale allineamento tra le posizioni degli ammutinati e quelle dell’eterogenea piazza antipresidenziale

Qui, insieme al fidato primo ministro Boubou Cissé, è stato preso in custodia dai soldati golpisti, alcuni dei quali sostengono di averlo salvato da un tentativo di linciaggio da parte della folla inferocita. Secondo alcune indiscrezioni che trapelano dal caos di queste ore, pare che il presidente stia negoziando un esilio “per ragioni di salute” in Arabia Saudita. Fragili segnali di distensione, come l’annuncio da parte della giunta della riapertura dei confini terrestri e aerei il 21 agosto.

Ciò che di più significativo è avvenuto durante il golpe in Mali è forse l’inusuale allineamento tra le posizioni dei militari ammutinati e quelle dell’eterogenea piazza antipresidenziale. Per forzare la cacciata del presidente le due diverse anime dell’insurrezione si sono pragmaticamente trovate a spalleggiarsi e strumentalizzarsi a vicenda: la giunta golpista alla ricerca di una legittimazione popolare, l’M5 sfruttando l’interventismo armato dell’esercito, portato in trionfo dalla massa festante di Bamako, il 18 agosto.

Le promesse dei militari
Fin dall’inizio dell’ammutinamento al campo di Kati il gruppo di ufficiali dissidenti, che successivamente si è presentato sotto il nome di comitato nazionale di salute del popolo, ha fatto diretto riferimento alle rivendicazioni del movimento cresciuto negli ultimi mesi nella capitale. “Il nostro paese sprofonda ogni giorno nel caos, nell’anarchia e nell’insicurezza a causa degli uomini responsabili del suo destino”, ha dichiarato il portavoce della giunta golpista, nel classico comunicato trasmesso in queste occasioni in diretta nazionale, nella notte del 18 agosto, in cui ha denunciato anche il “clientelismo politico”, la “gestione familiare degli affari di stato”, lo “spreco e il furto di risorse pubbliche”. Gli ufficiali hanno fin da subito rassicurato la popolazione sulla volontà di restituire il potere ai civili, sostenendo di agire non per velleità di comando ma nell’interesse della repubblica e impegnandosi a garantire libere elezioni nel più breve tempo possibile.

Le proteste antigovernative a Bamako, Mali, 10 luglio 2020. (Baba Ahmed, Ap/LaPresse)

I festeggiamenti nella capitale, andati avanti tutta la notte tra il 18 e il 19 agosto, sono l’espressione di un generalizzato senso di liberazione da un regime che, per quanto formalmente eletto per via democratica, rappresentava per molti (soprattutto i più giovani) un freno alle proprie aspirazioni personali. Nonostante il forte desiderio di cambiamento e autodeterminazione di parte della società maliana, nel panorama politico nazionale non sono finora emerse figure carismatiche in grado di traghettare il paese fuori dalla tempesta.

Con il capofila dell’opposizione Soumaila Cissé in ostaggio delle forze jihadiste da marzo, i riflettori sono ora puntati sull’imam conservatore Mahmoud Dicko, vero e proprio catalizzatore della rabbia popolare e leader dell’M5.

Una situazione fluida e intricata
Il posizionamento rispetto alla giunta militare dell’influente imam Dicko – supportato all’interno da Bouyé Haidara, una delle figure religiose più seguite nel paese, e all’estero dal Qatar – solleva importanti quesiti sul futuro politico del Mali: Dicko si presenterà come legittimo leader della transizione o aspetterà le prossime elezioni? Alle urne appoggerà un politico della “vecchia” opposizione a Keita o si candiderà personalmente alla presidenza? Voci contrastanti, al riguardo, stanno alzando un polverone a Bamako, mentre il diretto interessato si trincera dietro un silenzio imperscrutabile, studiando la prossima mossa.

Una situazione fluida e intricata che apre un ventaglio di possibili scenari in uno dei paesi chiave del Sahel, regione che alimenta sempre più gli insaziabili appetiti geostrategici mondiali. In quest’ottica va letta l’unanime condanna dell’occidente, capitanata dalla solita Francia e seguita a ruota dalle istituzioni africane (l’Unione africana ha sospeso il Mali, mentre la Cedeao ha imposto un embargo, minacciando l’invio di truppe regionali). Il presidente francese Emmanuel Macron, tra i primi a condannare il golpe, si trova al contempo orfano di un prezioso alleato africano e in forte imbarazzo diplomatico nei confronti dei partner europei dopo averli faticosamente convinti a partecipare alla task force Takuba contro il terrorismo in Mali, Niger e Burkina Faso. L’incertezza e la destabilizzazione causate dall’ennesima crisi maliana, infatti, gettano un’ulteriore ombra su un teatro dove anche l’Italia si è detta pronta a dispiegare a breve un contingente di duecento soldati delle forze speciali, venti mezzi di terra e otto elicotteri.

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A complicare il quadro, alcune fonti diplomatiche occidentali parlano di un coinvolgimento “dei servizi segreti e di mercenari turchi e russi” nel golpe del 18 agosto. Russia e Turchia, nuovi attori di rilievo nella regione, avrebbero tutti gli interessi di scalzare i privilegi francesi a favore di un riposizionamento delle forze in campo, ma finora non ci sono prove che smascherino la presunta regia straniera dei fatti di Bamako.

Al di là delle dietrologie geopolitiche e del mero racconto dei fatti, restano le parole affidate a Facebook da Fatoumata Sangho, una giovane testimone di quella che chiama “una nuova pagina nella storia del Mali”:

In tutte le definizioni di colpo di stato, figurano le nozioni di ‘violenza’ e ‘brutalità’… A voi di giudicare la natura del colpo di stato compiuto ieri dai nostri soldati impegnati a difendere e salvare il Mali. Questo non oscura però l’altra importante nozione d’”illegalità” – sì, non dobbiamo rallegrarci di aver portato un cambiamento positivo in Mali attraverso un colpo di stato! Io non ne vado affatto fiera. Questo dimostra un totale fallimento per tutti noi: capo di stato, governo, assemblea nazionale, dirigenti, leader politici di maggioranza e opposizione, società civile, popolo maliano…
Dobbiamo quindi impegnarci tutti per un Mali migliore, quello che abbiamo sempre chiesto e sognato. Nessuno ci darà questo Mali, solo il popolo ha il potere di costruirlo per lasciare in eredità alle generazioni future un paese di cui saremo orgogliosi per sempre. Sarà una delle nazioni più rispettate e invidiate. Questo è il nostro dovere, questo è il significato del nostro impegno.

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