Le nostre vite, tra informazione e disinformazione

26 marzo 2018 13:28

Prima punta di un articolo in tre parti. Seconda parte, terza parte.

Se avete letto le notizie degli ultimi giorni, sapete già molto dell’aggrovigliata vicenda che riguarda Cambridge Analytica e Facebook. Quando le cose si fanno complicate, però, conviene ricapitolare alcuni temi basilari, e connetterli agli eventi di cronaca per ottenere un quadro d’insieme. È quanto comincio a fare in questo articolo, pensando che tutto ciò possa essere utile anche per ragionare, più in generale, sull’informazione oggi.

Il primo tema è il più importante: riguarda tutti noi, e le nostre vite.

Noi decidiamo, e di sicuro cerchiamo di farlo sempre al nostro meglio, in base a quello che sappiamo. E soprattutto in base a come quello che sappiamo ci fa sentire e ci motiva. Cioè, ci spinge ad agire.

Vecchio e nuovo
Quello che “sappiamo” non è altro che la somma delle informazioni a cui, volontariamente o incidentalmente, siamo esposti. Se per ipotesi non assumessimo informazioni “nuove” (cosa praticamente impossibile, perché in rete e nella vita reale siamo bombardati dalle informazioni) decideremmo comunque in base al nostro patrimonio d’informazioni “vecchie”, magari obsolete o insufficienti.

Se invece attiviamo quello che il Nobel Kahneman chiama pensiero veloce, può addirittura succedere che decidiamo intuitivamente, rispondendo allo stimolo costituito dall’ultima informazione che ci ha raggiunto, senza nemmeno investire il tempo e la fatica necessari a elaborarla: cioè a verificarla e a confrontarla con le informazioni che già possediamo.

Non si può sostenere, come alcuni fanno, di non essere per niente influenzabili nelle proprie decisioni. Così come non si può sostenere che una fonte d’informazione vale l’altra: dai, in rete c’è gente che sostiene che la Terra è piatta, e al bar o nei talk show c’è gente che dice molte altre cose bislacche.

Scegliere l’informazione
Prima ancora di sentirci responsabili di prendere le decisioni giuste, dunque, dovremmo sentirci responsabili di dotarci delle informazioni giuste: il più possibile fondate, certe, verificabili, affidabili. In altre parole: dovremmo scegliere da che cosa lasciarci influenzare.

Una fonte d’informazioni non va scelta perché è più divertente o più simpatica. Va scelta perché, essendo competente e affidabile, ci aiuta a saperne di più, e quindi (si tratti di salute o di vacanze, di scegliere un bel libro da leggere o un partito da votare, e così via) ci aiuta a decidere meglio.

D’altra parte, in quale diverso modo potremmo mai decidere, se non in base ai fatti che abbiamo buoni motivi per ritenere “veri”, alle opinioni che ci sembrano più fondate, alle interpretazioni che ci sembrano meglio argomentate e ai consigli di persone di cui, a ragion veduta, ci fidiamo? Lanciando una monetina?

Testimonial d’altri tempi
Il secondo tema è questo, e la faccio breve: la disinformazione, ce lo spiega bene Valigia Blu, ha molte facce. I contenuti possono essere fuorvianti, manipolati, deformati, o del tutto falsi. E ci possono essere anche notizie parziali o fraintese. O satira che sembra vera.

E ancora: la disinformazione non è certo un fenomeno recente. Pensate alla guerra fredda. Pensate alla propaganda dei regimi totalitari della prima metà del novecento. Tornate ancora più indietro nel tempo, e pensate a Luigi XIV, il re Sole, che stipendia giornalisti e agenti segreti per presidiare il proprio potere.

Pensate alle false reliquie della tradizione medievale, e al loro uso a fini manipolatori e propagandistici. E arrivate fino al 560 avanti Cristo e al tiranno Pisistrato, che inganna il popolo ateniese presentandosi su un carro dorato, accompagnato da una fanciulla molto alta che si spaccia per la dea Atena in persona. Un gran testimonial, non c’è che dire.

L’avvento del web provoca cinque cambiamenti.

  • Il processo di diffusione della disinformazione accelera fino a diventare istantaneo e pervasivo.
  • I destinatari potenziali della disinformazione si moltiplicano esponenzialmente, fino a coincidere con l’universo delle persone in rete (e, se si tratta di immagini, anche la barriera linguistica cade).
  • Si moltiplicano esponenzialmente anche le fonti possibili, nel senso che qualsiasi signor Nessuno, senza alcuna speciale abilità e senza dover essere un tiranno o un capo totalitario, può produrre efficace disinformazione, a costo zero.
  • La soglia per catturare l’attenzione in rete si riduce (stiamo parlando di otto secondi).
  • Simmetricamente, la velocità di fruizione cresce. Tutto ciò diminuisce sia l’impatto potenziale dell’informazione affidabile, che di solito è meno urlata, sia la nostra attitudine a valutare e approfondire.
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Sono cinque variazioni quantitative così rilevanti e inedite da determinare anche un salto di qualità.

Ed ecco perché il primo punto (cerchiamo di informarci per decidere al meglio) è così importante: in rete si può trovare anche informazione eccellente, e c’è la possibilità di verificare, volendolo, qualsiasi affermazione. Ma gira anche un sacco di roba, prodotta da chiunque e qualche volta anche solo per scherzo o per provarci, che tende (secondo punto) a informarci al peggio. E quindi a fuorviare le nostre decisioni.

Non è mica finita qui. Ma vorrei lasciarvi un po’ di tempo per ragionare su questi due punti. Ne affronterò un altro paio, osservando molto più da vicino la vicenda di Cambridge Analityca, nel prossimo articolo.

Prima punta di un articolo in tre parti. Seconda parte, terza parte.

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