Neve commerciale

26 gennaio 2007 11:17

Sempre dal cielo viene. Ma è diverso se la neve la portano le nuvole oppure gli elicotteri che l’hanno prelevata su una montagna lontana. L’eliski, cioè portare con l’elicottero alcuni facoltosi sciatori là in alto dove c’è la neve, è già discutibile.

Ma cosa pensare dell’elisnow, cioè portare con l’elicottero la neve là in basso ad alcuni facoltosi sciatori? Non ci volevo credere finché non l’ho visto con i miei occhi: con 150 voli di elicottero e per 300mila euro hanno trasportato seimila metri cubi di neve per ricoprire la stretta lingua verde della pista di slalom di Kitzbühel a fine gennaio.

Contratti televisivi e pubblicitari, decine di sponsor, milioni di telespettatori, migliaia di posti di lavoro nel turismo e nelle attività indotte, il prestigio internazionale della località: più che di uno sport si tratta di un business. Se tutto questo è in gioco, si può capire che ai responsabili locali non resti altro che andare a cercar la neve con gli elicotteri, quando in pieno inverno le nevicate non bastano. Non fa una piega.

Lo stesso vale per la neve artificiale: se dove si sono investiti miliardi per funivie, ristoranti e alberghi c’è sempre meno neve, non resta che fabbricare la neve artificiale. Non fa una piega.

Ma proviamo a fare un passo indietro e a guardare le cose nel loro insieme. A febbraio l’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, pubblicherà lo studio

I cambiamenti climatici nelle Alpi: adattamento del turismo invernale e gestione dei rischi naturali in cui ricorda che nelle Alpi il 1994, il 2000, il 2002 e il 2003 sono stati i più caldi degli ultimi cinquecento anni.

Già oggi 57 su 666 delle regioni sciistiche alpine non possono contare più su neve sicura, cioè su almeno 30 centimetri per almeno tre mesi. Per ogni aumento di un grado della temperatura media, il limite dell’innevamento si innalza di 150 metri. Secondo l’Ocse il numero di aree sciistiche con neve sicura si ridurrebbe a 500 con un grado di riscaldamento medio, a 400 con due gradi e a 200 con quattro gradi.

Se andiamo avanti così a San Remo invece dei fiori coltiveremo le banane. I garofani cominceremo a coltivarli sulle pendici dell’Adamello, dove una volta c’erano i ghiacciai, e le stelle alpine dovremo importarle dalla Groenlandia.

La neve manca? Allora facciamola. Cento milioni di metri cubi d’acqua, 600 milioni di kWh e 800 milioni di euro: tanto è costato nel 2004 produrre 200 milioni di metri cubi di neve commerciale sulle Alpi con decine di migliaia di cannoni da neve. Equivale al consumo d’acqua di una città di 1,5 milioni di abitanti e al consumo annuale domestico di 130mila famiglie di quattro persone.

Per trenta centimetri di neve artificiale su un ettaro di pista occorrono mille metri cubi d’acqua, pari al consumo annuale domestico di venti famiglie di quattro persone, e 25.000 kWh, pari al consumo annuale domestico di sei famiglie di quattro persone. Per innevare un chilometro di pista servono 650mila euro di investimenti e 30-50mila euro di costi annuali d’esercizio. La manutenzione di una pista da sci ormai costa di più di quella di un campo da golf.

Secondo la Commissione internazionale per la protezione delle Alpi (Cipra) dei 90mila ettari di piste delle Alpi, nel 2004 un quarto (24mila ettari) era dotato di impianti di innevamento artificiale, con investimenti superiori a tre miliardi di euro.

Campione alpino assoluto della neve artificiale è l’Alto Adige, che può innevare il 70-80 per cento delle piste, seguono Italia e Austria con il 40 per cento, poi Francia, Germania e Svizzera con circa il 10 per cento ognuna.

Questi livelli, raggiunti in meno di quindici anni, crescono in modo esponenziale e con parziali sovvenzioni pubbliche. Mentre all’inizio la neve artificiale completava qua e là la neve naturale, oggi sulle piste sta accadendo l’inverso. Come spesso accade, la tecnica ci prende la mano: nata per rimediare a qualche nevicata in meno, l’industria della neve commerciale sta dilagando e diventa un modo per rendere più lunga la stagione sciistica.

Come in tanta parte dell’economia, i disastri con cui facciamo del male a noi e ai nostri nipoti sono la conseguenza di milioni di singole decisioni che, una per una, non fanno una piega. Le Alpi si riscaldano. La neve e i ghiacciai diminuiscono, molto probabilmente a causa dei nostri esagerati consumi di energie fossili. E noi, per far fronte a questi effetti, aumentiamo ulteriormente i consumi di energia, in parte fossile, fabbricando la neve artificiale.

Per gli economisti più ascoltati non fa una piega. Anzi. Se fosse vero che il pil è la principale misura del nostro benessere, dovremmo rallegrarci. La neve che cade dal cielo è gratuita, non aggiunge un solo euro al pil. È solo la neve commerciale che lo fa crescere, perché per farla si muovono miliardi di euro.

Avere ciò che prima era gratuito ora ci costa milioni di ore di lavoro, di metri cubi d’acqua, di kWh e centinaia di migliaia di tonnellate di metalli, cemento e plastica. Sciamo esattamente come prima, ma il pil ci dice che ora il nostro benessere è aumentato.

Questo testo è tratto dallo spettacolo Reset.

Internazionale, numero 677, 26 gennaio 2007

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