Se raccontaste a un manifestante ucraino o a un giovane africano che l’Unione europea, oggetto dei loro sogni, è in piena crisi economica e politica ed è criticata sempre più aspramente dai suoi cittadini, vi risponderebbero con un’espressione sbigottita.

Vista dagli Stati Uniti e dalla Cina, l’Unione resta un oggetto misterioso, ma per i popoli confinanti - orientali, africani o mediterranei - è qualcosa di più che la prima economia del pianeta. Per loro l’Ue è quella parte di mondo dove ci sono più libertà e più protezione sociale, un bastione della democrazia e della solidarietà contro la vecchiaia e le malattie, un modello se non addirittura un paradiso (per quanto relativo).

Alle prese con problemi come la deindustrializzazione, la disoccupazione e le politiche di austerity, gli europei non si accorgono che potrebbero facilmente creare attorno a sé la zona d’influenza più grande del mondo, compresa tra Helsinki e Città del Capo e tra Brest e Vladivostok.

Grazie al suo prestigio e alla sua forza d’attrazione, l’Unione europea potrebbe diventare nel giro di una o due generazioni la prima potenza economica e politica del mondo, il tutto senza sparare nemmeno un colpo di fucile. E invece il vecchio continente resta paralizzato dalla paura del mondo esterno che affligge i suoi cittadini e li spinge a chiedere un ritorno alle frontiere ermetiche, all’esterno ma anche tra gli stati membri.

Questo divorzio tra l’Europa e gli europei ha immobilizzato i leader politici, al punto tale che l’Unione non è più capace di parlare ai suoi vicini e proporgli un futuro comune. Abbiamo offerto all’Ucraina un partenariato economico, ma l’abbiamo fatto di malavoglia e senza fermarci un secondo a valutare la prevedibile reazione della Russia. Non ci siamo preoccupati di presentare le dovute garanzie a Mosca, che non vuole perdere l’Ucraina e non ha alcuna intenzione di essere tagliata fuori.

Proprio con la Federazione russa, secondo pilastro del continente, avremmo potuto avviare un negoziato sulla stabilità e la cooperazione in Europa, e invece abbiamo passato la mano e ora ci ritroviamo invischiati in un gioco di rilanci che ricorda la guerra fredda.

Stiamo perdendo in un solo colpo l’Ucraina e la Russia, e le cose non vanno certo meglio con l’Africa in crescita e con il mondo arabo affamato di democrazia.

La Francia sostiene i ribelli siriani e prepara un grande progetto africano, ma il resto d’Europa resta immobile. L’Unione non pensa a nessun piano Marshall e non propone alcuna cooperazione a lungo termine, come se i problemi dell’altra sponda del Mediterraneo non la riguardassero. L’Africa aspetta l’Europa, la Turchia vorrebbe aprirle le sue porte, l’Ucraina chiede il suo aiuto e la Russia potrebbe rivelarsi un partner proficuo: ma gli europei continuano a dare prova di una sconfortante mancanza di audacia e di ambizioni.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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