Il presidente turco Erdoğan a un raduno a favore del sì al referendum, Istanbul, il 5 marzo 2017.

Un clima di accuse allarmanti, dalla Turchia agli Stati Uniti

Il presidente turco Erdoğan a un raduno a favore del sì al referendum, Istanbul, il 5 marzo 2017.
06 marzo 2017 09:42

“Tutto ciò che è eccessivo è insignificante”, diceva Talleyrand, e non aveva torto. Ma quando l’eccesso diventa generale, quando è opera di capi di stato e allo stesso tempo si banalizza, in un paese come la Francia, ci sono tutte le ragioni per allarmarsi.

Il presidente turco ha parlato di “pratiche naziste” dopo che le autorità tedesche hanno posto il divieto in merito ad alcune manifestazioni a cui avrebbero dovuto partecipare diversi ministri del governo di Ankara per sostenere il sì al referendum del prossimo 16 aprile sul passaggio della Turchia a un regime presidenziale.

I divieti hanno irritato Recep Tayyip Erdoğan. È comprensibile, perché la diaspora turca in Germania è la più consistente al mondo e i voti dei turchi tedeschi peseranno molto sul risultato di un referendum che potrebbe permettere al presidente di rafforzare considerevolmente i suoi poteri.

Vietare un incontro in modo legale e con motivazioni comprensibili non significa essere nazisti

Gli incontri in questione erano molto importanti per Erdoğan, ma è ragionevole pensare, come hanno fatto gli amministratori dei lander, che la campagna referendaria turca debba svolgersi in Turchia e non in Germania e che non fosse il caso di rischiare scontri tra gli avversari e i sostenitori del presidente turco.

Magari, e non ci sarebbe niente di male, la Germania ha anche pensato che in quanto democrazia non deve in alcun modo favorire la deriva dittatoriale della Turchia, dove oltre 45mila persone sono in prigione e altre centomila sono state licenziate dopo il colpo di stato fallito della scorsa estate.

Ognuno ha le sue ragioni, ma in teoria un capo di stato come Erdoğan non sarebbe dovuto arrivare a parlare di “pratiche naziste”, perché vietare un incontro in modo legale e con motivazioni comprensibili non significa essere nazisti.

L’affondo più volgare
Le cose non vanno meglio negli Stati Uniti, dove il presidente Donald Trump ha appena definito il suo predecessore Barack Obama “un poveretto”, accusandolo, via Twitter il 4 marzo, di averlo fatto spiare alla fine della campagna presidenziale.

Se fosse vero sarebbe estremamente grave, ma il problema è che Donald Trump ha lanciato la sua accusa senza avere l’ombra di una prova e affidandosi, a quanto pare, unicamente a un sito internet d’estrema destra il cui ex direttore, Stephen Bannon, è oggi uno dei suoi consiglieri più stretti. Travolto dalle rivelazioni sui legami tra la squadra che ha curato la sua campagna elettorale e l’ambasciatore russo a Washington, Trump è partito al contrattacco mettendoci tutta la volgarità necessaria per rendere efficace il suo affondo.

E poi c’è la Francia. Possiamo dire tutto quello che vogliamo sull’Unione europea, ma accusarla di “attentare alla sicurezza alimentare” dei francesi e di farlo volontariamente, ovvero di volerli affamare, va oltre l’esagerazione. È un’assurdità, ma è esattamente quello che ha dichiarato il 4 marzo una candidata alla presidenza della repubblica francese.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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